Musica e politicaIl documentario su Yoko Ono nel mondo post Beatles

Presentato in anteprima alla scorsa Mostra di Venezia, in uscita nelle sale dal 15 al 21 maggio, “One to One: John & Yoko” racconta i primi anni a New York con John Lennon

Dopo la grande mostra alla Tate Modern di Londra, “Yoko Ono: Music of the Mind” e una biografia da poco uscita anche in Italia, “Yoko” di David Sheff, che dell’artista racconta la storia abbastanza straordinaria tra il Giappone della seconda guerra mondiale e gli Stati Uniti delle avanguardie, arriva anche un documentario che contribuisce a restituirle lo spessore che merita nel mondo post Beatles.

Presentato in anteprima alla scorsa Mostra di Venezia, in uscita nelle sale per pochi giorni, dal 15 al 21 maggio, “One to One: John & Yoko” racconta i primi, cruciali anni a New York della coppia. Lennon vi arriva a fine 1971 insieme alla compagna, conosciuta in una galleria indipendente londinese, e subito conquistato dalle sue creazioni geniali, ironiche e sorprendenti.

Il documentario è un prezioso lavoro di montaggio con cui il regista Kevin MacDonald ci restituisce un’epoca attraverso il meglio della tv di allora. Anche perché è proprio questo che fanno John e Yoko negli anni in cui occupano un piccolo appartamento del Greenwich Village, prima di trasferirsi al Dakota Building: davanti al letto tengono acceso lo schermo 24 ore su 24, una finestra sul mondo contraddittorio e tumultuoso dell’era Nixon, che li coinvolge, li commuove o indigna, e alla fine li ispira. Tengono gli occhi ben aperti sulla guerra più mediatica, i reportage dal Vietnam che spingono alle grandi manifestazioni anti establishment, e prendono posizioni nette sulla strage della prigione di Attica, cui John e Yoko dedicano uno dei loro primi pezzi newyorkesi firmati a quattro mani, “Attica State”.

«Il televisore acceso sostituisce il caminetto della mia infanzia», dice John durante un’intervista in cui consegna tutto il suo entusiasmo per la sua nuova vita nel Greenwich, lontano da Londra e dagli attacchi contro Yoko dopo lo scioglimento dei Fab Four. I Beatles sono ormai il passato. «Voglio essere me stesso ora», dice, come se il mito che lo accompagna non abbia più ragione di persistere in questa era nuova che si è velocemente lasciata alle spalle l’innocente, colorato e psichedelico mondo dei magici Sixties.

Qui l’incontro è con il più brutale e violento dei decenni, in piena darkness americana, che oscilla tra la disperazione dei poeti che predicano la pace, e la violenza che serpeggia nella controcultura che si oppone al presidente, e ai governatori del sud più razzista. John e Yoko li incontrano entrambi, Allen Ginsberg e Jerry Rubin, sono al loro fianco, tessono tele per eventi che possano aprire le coscienze o scuotano i giovani da quella che John chiama “l’apatia” che permette ancora a un Nixon di avviarsi verso un secondo mandato, nonostante tutto.

In primo piano c’è la musica, perché il filo narrativo è tenuto dal concerto benefico “One to One” del 30 agosto 1972 al Madison Square Garden, un racconto scandito da pezzi noti e dalle nuove creazioni frutto di una nuova consapevolezza di sé, del proprio «potere sulla gente», grazie al quale John e Yoko intraprendono un intenso periodo di attivismo politico. Il concerto riprende i due live del pomeriggio e della sera della Plastic Ono Band, i più completi di Lennon dopo la rottura dei Beatles, rimessi a nuovo dalla rimasterizzazione audio di Sean Ono Lennon (e lo zampino produttivo di Brad Pitt). E si capisce anche dal coinvolgimento del figlio Sean al progetto, il modo in cui la figura di Yoko si dispiega qui in tutta la sua forza: artista, compagna, madre, femminista ante litteram, front woman con i suoi pezzi più personali eseguiti da un palcoscenico condiviso alla pari con John.

Perché tutto si mescola in questa avventura epocale, l’agit prop “Power to the People” battuto e ritmato dalle migliaia di piedi e mani, e il pianto inconsolabile che si fa musica di Yoko che urla dal palco il nome della figlia perduta, Kyoko, sottratta dall’ex compagno sparito in qualche angolo d’America, e nella cui ricerca sono impegnati anche gli amici della coppia. Le fa eco l’esecuzione più emotiva e struggente di “Mother”, con cui John mette cuore e mani nel groviglio affettivo di un’intera generazione di ragazzi, raccontando di sé: «Mother, you had me but I never had you, I wanted you, you didn’t want me».

Personale e politico, si diceva allora, “One to One”, uno davanti all’altro. A scandire il flusso di questa storia le frequenti telefonate registrate con amici e collaboratori. C’è Yoko che prepara le sue performance, e un John entusiasta e all’apice della militanza che decide di farsi promotore di una serie di concerti per raccogliere fondi con cui pagare la cauzione di detenuti politici che non possono permettersi di uscire di prigione, «un’idea fantastica» ripete.

Ma ci sono anche le prime preoccupate chiamate in cui è consapevole del telefono sotto controllo, mentre inizia quella che diventerà una lunga battaglia legale per rimanere a New York, con l’Fbi pronto ad espellerlo una volta per tutte. John e Yoko optano per la prudenza e si allontanano dai gesti incendiari di Jerry Rubin e del suo gruppo, declinando la partecipazione alle proteste per l’investitura di Nixon alla convention repubblicana a Miami: «Neanche Allen ci vuole andare, siamo contro la violenza» ripetono dagli studi televisivi dove vengono invitati dopo l’avviso di espulsione.

Un Ginsberg in piena forma affronta ironico suo malgrado il voto contrario alla fine della discriminazione degli omosessuali, insegnando la meditazione buddista al grande Walter Cronkite , che lo intervista dallo studio della CBS: è uno dei quei brani passati alla storia del piccolo schermo. Il trionfo del media televisivo è anche qui: non solo nei netwok che rivelano il cuore di tenebra del Vietnam, le rivolte di Attica e l’attentato in diretta del governatore razzista Wallace, ma la grande vittoria di Nixon al suo secondo mandato.

«Ho vinto non solo il voto della maggioranza degli americani, ma quello dei giovani», dichiara con la sua storica perfidia, alludendo all’inutilità di tanta contestazione concentrata sulla sua figura. Ed è tutto vero, ma c’è il Watergate ad attenderlo dietro l’angolo. Si arriva quasi alla fine del film per scoprire che il concerto benefico “One to One” è per sensibilizzare l’opinione pubblica sulle condizioni dei bambini con handicap rinchiusi nella Willowbrook State School, in una situazione di degrado che John e Yoko scoprono ancora una volta da quella tv sempre accesa.

Il reportage li spinge all’azione, la risposta arriva insieme a una bella pioggia di fondi che possono alleviare quelle condizioni inumane. Il concerto si chiude con una esibizione corale e trascinante di “Give Peace a Chance”: «Come per la pace, date anche a quei bambini una possibilità». Le immagini della festa a Central Park, tra palloncini e giochi, lasciano il campo a quelle gioiose della nascita di Sean, dopo il trasloco di John e Yoko dal Greenwich Village all’Upper West Side, in quel palazzo ottocentesco che è il Dakota Building, forse percepito come una fortezza, ma che così non sarà, almeno per John. La tessitura dei vari materiali che il regista MacDonald mette insieme regala un suggestivo, appassionato ritratto di due vite speciali, protagonisti di un tempo altrettanto unico, e se non sapessimo come tutto questo andrà a finire, potremmo perfino credere a quell’happy end della famiglia felice che attraversa tutte le tempeste del mondo e trova infine la serenità. Dopo tutto “Love is all you need”, no?

X