Ordine sparsoL’adesione dei Balcani occidentali è l’ultima occasione per un’Unione geopolitica

L’Albania punta a chiudere i negoziati entro il 2030, il Montenegro corre per entrare nel 2028. Serbia e Macedonia del Nord restano ferme tra veti, ambiguità politiche e leadership incerte

AP/Lapresse

La netta vittoria elettorale del Partito Socialista albanese, guidato dal premier uscente Edi Rama, ora al suo quarto mandato consecutivo, è una buona notizia per l’Unione europea e per le prospettive di integrazione dei Balcani. La regione è segnata da forti tensioni tra i diversi Stati, ma la propulsione europeista è ancora molto forte.

Le consultazioni parlamentari albanesi del 15 maggio hanno consegnato la maggioranza assoluta dei seggi ai Socialisti, che stanno traghettando Tirana verso Bruxelles e puntano a un’ingresso nel 2030. Lo scorso 14 aprile Rama, come riportato da EuNews, aveva incontrato il presidente del Consiglio Europeo Antonio Costa in Lussemburgo e durante una conferenza stampa, svoltasi prima del bilaterale, entrambi avevano sottolineato i progressi fatti da Tirana nell’ambito delle trattative di adesione, iniziate circa sette mesi fa.

L’Albania e l’Unione potrebbero presto iniziare ad affrontare i capitoli chiave del processo di adesione come quelli riguardanti giustizia, libertà e sicurezza e l’allineamento con la politica estera comunitaria. Secondo la Commissaria Europea per l’Allargamento Marta Kos, le cui parole sono riportate da EuNews, l’Albania e il Montenegro sono i due Paesi candidati «con prospettive realistiche» di conclusione dei negoziati tra il 2026 ed il 2027. Costa ha invece detto che la prosperità futura e la stabilità del continente dipendono dall’allargamento del blocco comunitario e che l’Unione europea è impegnata a rilanciare il processo di allargamento, che ha subito rallentamenti dovuti alle incertezze di alcuni Stati membri.

L’Alto Rappresentante dell’Unione per gli Affari Esteri e la Politica di Sicurezza Kaja Kallas, che si è recata in visita nei Balcani lo scorso aprile, ha sottolineato come tutti i partiti politici albanesi dovrebbero sostenere le difficili riforme che si prospettano nel futuro ma le sue parole potrebbero applicarsi anche agli altri aspiranti membri della regione, nello specifico Serbia, Montenegro, Bosnia Erzegovina, Kosovo e Macedonia del Nord.

Il Montenegro, proprio come l’Albania, potrebbe completare il processo di adesione nel giro di pochi anni. Nel dicembre 2024 Podgorica ha chiuso tre capitoli nell’ambito dei negoziati con l’Unione europea e il primo ministro Milojko Spajic aveva dichiarato, come riportato da Me4eu, «concludiamo l’anno chiudendo questi tre capitoli, pieni di entusiasmo per chiudere tutti i rimanenti capitoli entro il 2026 e diventare il ventottesimo Stato membro dell’Unione europea entro il 2028». Poi aveva aggiunto che questo risultato costituiva «un punto di non ritorno» per il Montenegro.

Spajic è a capo del governo dall’ottobre 2023 e guida il movimento Europa Ora!, una formazione politica centrista ed anti-corruzione dagli evidenti connotati europeisti. La vittoria di Europa Ora! alle consultazioni legislative del 2023 ha segnato un importante cambio di passo per il Montenegro, governato per decenni dal Partito Democratico dei Socialisti del Montenegro e dall’ex Capo di Stato e premier Milo Djukanovic. Spajic ha formato una coalizione con alcuni partiti politici espressione della minoranza serbo-montenegrina, legati a Belgrado che non hanno, però, ostacolato la traiettoria europeista di Podgorica e la stabilità del quadro interno costituisce un punto di forza per il proseguo delle trattative con Bruxelles.

La Serbia, guidata dal oresidente Aleksandar Vucic, è invece più indietro nel processo di adesione all’Unione europea. Pesano, in questo caso, fattori di natura geopolitica come la stretta alleanza tra Belgrado e Mosca, che è anche il principale fornitore energetico della Serbia, l’opposizione dell’amministrazione serba all’indipendenza del Kosovo, le ripetute accuse di autoritarismo mosse a Vucic nel corso degli anni e oggetto di vaste proteste anti-corruzione nel Paese.

La Serbia, come riportato dalla Reuters, deve eradicare la corruzione, riformare il settore giuridico, elettorale e mediatico, riavvicinarsi al Kosovo ed allineare la propria politica estera a quella di Bruxelles, incluse le sanzioni nei confronti della Russia. Vucic, che ha preso parte alle celebrazioni per la Giornata della Vittoria nella Seconda Guerra Mondiale a Mosca nonostante i vertici comunitari avessero sconsigliato questa mossa, ha ribadito ad Antonio Costa che la Serbia intende aderire all’Unione europea e punta a velocizzare il processo di adesione. Al momento i legami con la Russia appaiono come un ostacolo difficilmente risolvibile per il processo di avvicinamento della Serbia all’Unione.

Le posizioni di Macedonia del Nord e Bosnia-Erzegovina, segnate da dispute con le nazioni confinanti o da tensioni etniche interne, sono precarie e soggette ai mutamenti legati al quadro regionale. La Macedonia del Nord, che aveva formalmente iniziato i colloqui di accesso nel luglio 2022 dopo la risoluzione di una lunga controversia con la Grecia, si trova in una situazione di stallo a causa di una disputa con la Bulgaria.

Skopje, per procedere, dovrà varare un emendamento costituzionale che tuteli la minoranza bulgara e che era stato promesso dall’ex esecutivo progressista allora al potere. La vittoria del movimento nazionalista VMRO-DPMNE, contrario all’emendamento a meno che la Bulgaria non dia prima luce verde all’ammissione di Skopje, alle consultazioni legislative del 2024 ha dato vita ad un impasse al momento non risolvibile.

La Bosnia-Erzegovina risente delle forti tensioni tra le due regioni che la compongono: la Federazione Croato-Musulmana, europeista e la Repubblica Srpska, vicina alle posizioni di Mosca e guidata da Milorak Dodik, figura controversa vicina alle posizioni separatiste della regione. Dodik è stato condannato ad un anno di carcere e sei anni di interdizione politica per azioni separatiste ma resta una figura popolare.

La precaria condizione della Bosnia-Erzegovina, che non ha ancora superato i traumi inflitti dal cruento conflitto degli anni Novanta, potrà trovare una risoluzione solamente grazie ad una ricomposizione interna. Il Kosovo, che non ha ancora ottenuto lo status di Paese candidato all’ingresso nell’Unione europea e che non è riconosciuto da alcuni Stati membri, è la nazione che vede più lontano un futuro ingresso nel blocco comunitario. La necessità di implementare riforme significative, di risolvere la controversia con la Serbia e di ottenere il riconoscimento di tutti gli Stati dell’Unione europea sono elementi essenziali per immaginare un percorso di avvicinamento di Prishtina verso Bruxelles.

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