Urgenza interiore Informarsi e mobilitarsi grazie all’arte climatica di Sebastião Salgado

La mostra “Ghiacciai”, fino al 21 settembre al Mart di Rovereto, è il risultato di una serie di scelte politiche ben precise del fotoreporter brasiliano, che considera i suoi scatti un semplice mezzo per fare luce sui temi più urgenti della nostra epoca

Ghiacciai nella Georgia del Sud, 2009 (©Sebastião Salgado/Contrasto)

Dalla newsletter settimanale di Greenkiesta (ci si iscrive qui) – Collegato da remoto per la presentazione della sua mostra Ghiacciai, Sebastião Salgado non ha mai menzionato né la fotografia, né l’arte contemporanea in generale. «Perché il fotografo più influente al mondo non parla di fotografia: la fa. E la considera un semplice mezzo per approfondire i temi che ritiene più urgenti», racconta il curatore Gabriele Lorenzoni, che ha coordinato assieme a Luca Scoz un progetto che connette tre istituzioni chiave del panorama culturale trentino: il Mart di Rovereto, il Muse di Trento e il Trento Film Festival (terminato il 4 maggio). Quest’ultimo ha inserito nella sua locandina uno scatto del fotoreporter brasiliano, legato alle Dolomiti da un rapporto indissolubile: è proprio a Trento che stampa i suoi libri diffusi in ogni angolo del pianeta.

L’esposizione vera e propria, con cinquanta foto inedite di Salgado dedicate alla fragile bellezza dei ghiacciai, si concentra tra le mura del Mart fino al 21 settembre, mentre il Museo delle scienze di Trento – nel cuore del quartiere Le Albere, progettato da Renzo Piano nell’ex area industriale Michelin – ospita fino all’11 gennaio dell’anno prossimo un’installazione site-specific composta dalle immagini scattate da Salgado nella riserva di Kluane, nel Canada settentrionale, non lontano dal confine con l’Alaska.

 Classe 1944, Sebastião Salgado ha studiato Economia matematica per poi lavorare come economista all’Organizzazione internazionale del caffè di Londra. L’esigenza di comunicare attraverso il linguaggio fotografico non è nata da un percorso accademico e formativo specifico, ma da un’urgenza interiore innescata da viaggi che gli hanno dato l’opportunità di toccare con mano un tema allora assente dal dibattito: il cambiamento climatico.

Il suo primo reportage, nel 1973, si è focalizzato sulla grave siccità nel Sahel: una sorta di segno del destino, perché da lì in poi Salgado ha costantemente messo il suo talento a servizio di un pianeta sì formidabile, ma al tempo stesso degradato, diseguale e sfruttato fino al midollo (a proposito, martedì 6 maggio l’Italia ha già virtualmente esaurito le sue risorse disponibili per l’intero 2025).

 Insomma, Salgado ha sempre messo i temi sociali e ambientali in cima alla sua scala di priorità. Ha fotografato i minatori nei giacimenti d’oro brasiliani, i campi agricoli etiopi annaspanti durante i periodi di carestia, i pozzi di petrolio in fiamme in Kuwait durante la Guerra del Golfo. Non si è però limitato a osservare questi fenomeni da lontano con la sua macchina fotografica. Il suo è fin dagli albori un lavoro giornalistico – ai limiti dell’etnografico – sul campo, a stretto contatto con i protagonisti delle storie che vuole raccontare.

«In Ruanda, durante lo scontro tra Hutu e Tutsi nel 1994, ha vissuto nelle tende con le popolazioni locali e seguito a piedi i flussi migratori delle persone espulse dal Paese. Alla fine degli anni Novanta, però, ha raggiunto un tale stress psicologico e fisico da decidere di abbandonare la figura umana nelle sue fotografie», continua il curatore del Mart. L’impegno sociale è rimasto identico ma è stato incanalato in modo diverso, con uno sguardo rivolto al deterioramento dei nostri ecosistemi. 

 Ora, Salgado è nel pieno di quello che Lorenzoni ha definito il «ciclo sulla sostenibilità», che ha avuto origine non nel linguaggio fotografico, ma in un ambizioso progetto di riforestazione condotto in Brasile assieme all’artista e produttrice Lélia Deluiz Wanick (sua moglie, nonché curatrice della mostra fotografica Ghiacciai).

«La rinascita di quella foresta vicino a casa ha dato vita alla sua stagione successiva al 2002, culminata con il progetto Genesis, per cui Salgado ha fotografato quel quarantadue per cento di mondo dove l’antropizzazione non è ancora prevalente rispetto alla dimensione naturale. Da questo nucleo di scatti è nata una produzione specifica, fatta apposta per il Mart di Rovereto, in occasione dell’anno internazionale dell’Onu dedicato alla conservazione dei ghiacciai», aggiunge Lorenzoni. 

Penisola Antartica, 2005 (©Sebastião Salgado/Contrasto)

Per l’esibizione del Mart, Salgado ha scelto pareti blu e cornici marroni, mantenendo il suo amato bianco-nero – sostenuto con coerenza dalla fine degli anni Settanta – e una luce sagomata. Il fotografo ha sposato il black and white non solo per dare alle immagini un certo aspetto plastico, ma anche per non distrarre lo spettatore. È stata una scelta squisitamente politica, pensata per sottolineare l’importanza di queste sentinelle del clima che muta. «Salgado dice sempre che, senza il bianco-nero, l’osservatore si concentrerebbe solo sui colori, e non sul contenuto della fotografia. La sua è una sintesi lirica poderosa», dice Gabriele Lorenzoni. 

Viste da lontano, a due o tre metri di distanza, le fotografie in grande formato esposte al Mart sembrano dei dipinti: il bianco si trasforma in un timido giallo avorio, mentre il nero sbiadisce e accarezza dolcemente le creste dei ghiacciai, maestosi ma sofferenti a causa dell’aumento delle temperature. 

L’elemento umano in forma diretta compare soltanto un paio di volte sotto forma di barche a vela, minuscole rispetto alle montagne e alle masse di ghiaccio. C’è molto più spazio per gli animali, soprattutto i pinguini (tantissimi pinguini!), anche se la gara di eleganza è stata probabilmente vinta dal condor che sorvola il ghiacciaio Perito Moreno, nella Patagonia argentina, e si dirige con grinta verso lo spettatore. Una fotografia abbagliante.

Gli scatti provengono da tanti punti diversi della Terra: la penisola antartica, le isole Sandwich australi, la Georgia del Sud, il Bhutan, il Canada, il confine tra Cile e Argentina. Tuttavia, Salgado e i suoi collaboratori hanno optato per un’esposizione mista dal punto di vista geografico, senza dedicare singole sale o pareti a determinati luoghi. Perché questa non è solo una bellissima mostra sui ghiacciai: «Le emergenze sono altre, il nostro pianeta sta andando alla deriva, e Salgado – tra gli artisti e fotografi contemporanei – è probabilmente la figura più rilevante al mondo a livello di coerenza del suo impegno sociale e politico», conclude Gabriele Lorenzoni.

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