L’idea che l’India e gli indiani abbiano una propensione particolare alla pace la dobbiamo al Mahatma Gandhi, uno dei personaggi storici più importanti del secolo scorso, che con la sua nonviolenza attiva contro l’occupazione britannica ha ispirato battaglie politiche come quella di Martin Luther King negli Stati Uniti e di Nelson Mandela in Sudafrica. Penso però che confondere una parte – Gandhi – col tutto – gli hindu o, in casi estremi, l’intero popolo indiano – sia in assoluto la mistificazione più grande che abbia interessato l’India sin da quando esiste. Un abbaglio che ha finito per obliterare in Occidente gli aspetti più rivoluzionari e violenti che hanno ispirato decine di freedom fighters attivi ben prima dell’arrivo del Mahatma sulla scena politica del Raj britannico.
Uomini come M.N. Roy e Rash Behari, che all’inizio del Novecento sobillavano la rivolta nascondendosi tra le pieghe degli ambienti rivoluzionari asiatici o, ancora prima, i martiri dei moti indiani del 1857, quando centinaia di migliaia di soldati in servizio nell’esercito angloindiano si rivoltarono contro lo strapotere della Compagnia britannica delle Indie orientali, oggi considerata la prima “multinazionale” della storia. Ciò non toglie che India e Gandhi formino un binomio indissolubile che ha giovato molto alla reputazione del Paese, sia durante la lotta per l’indipendenza sia dopo, quando il ricordo e alcuni insegnamenti del Mahatma sono andati a coincidere con il racconto che l’India ha fatto di sé dentro e fuori i propri confini.
Mohandas K. Gandhi nasce nel 1869 in una famiglia hindu più che benestante. Il padre era stato una figura apicale del governo dello Stato di Porbandar, nell’attuale Gujarat, e aveva potuto garantire a tutti i suoi figli il lusso di un’educazione scolastica nella lingua dell’impero, l’inglese. Com’è usanza dell’epoca, Gandhi si sposa giovanissimo, a soli tredici anni, in un matrimonio combinato con Kasturba Kapadia, che di anni ne aveva quattordici ed era figlia di un commerciante gujarati. Prosegue gli studi prima nel subcontinente e poi a Londra, dove si laurea in legge, e da avvocato, a ventitré anni, si trasferisce nella colonia sudafricana dell’impero al servizio di un facoltoso armatore gujarati e musulmano.
L’avvocato Gandhi è un prodotto cristallino del sistema educativo e valoriale tipico dell’impero britannico di fine Ottocento, quando i dominatori bianchi residenti nelle colonie occupano di diritto il gradino più alto della piramide sociale. Succedeva nel Raj britannico in Asia meridionale come in Sudafrica, ma per Gandhi e gli indiani della diaspora è inaccettabile che in Africa la loro discendenza leale e istruita venga considerata “selvaggia” alla stregua della popolazione autoctona nera. Non era difficile immaginare che una società multietnica come quella imperiale dovesse essere regolata da un sistema gerarchico fondato sulla discriminazione: come per il sistema delle caste induista, era più importante dare regole precise per il mantenimento dell’ordine che rischiare il caos seguendo aspirazioni di uguaglianza che all’epoca, anche nel panorama indiano, appartenevano solo a un’esigua fetta degli ambienti più progressisti e rivoluzionari.
Vivere un certo grado di discriminazione era naturale e giusto, ma quello che gli indiani e le indiane dovevano subire in Sudafrica era eccessivo e sbagliato. L’episodio ricordato come lo spartiacque nella vita politica di Gandhi avviene a bordo di un treno nel 1893, poco dopo il suo arrivo in Sudafrica. Gandhi ha comprato un biglietto di prima classe e si accomoda nella sua carrozza, ma un controllore bianco gli intima di cambiare posto, perché un indiano non può sedersi nella prima classe riservata ai bianchi. Gandhi protesta e il controllore lo caccia dal treno. Meno raccontata è la seconda parte di questo episodio: Gandhi rimane tutta la notte nella stazione di Pietermaritzburg e, il giorno seguente, risale su un altro treno e completa il viaggio in prima classe, convincendo un secondo controllore che lui, avvocato dell’impero e indiano, aveva il diritto di stare là dove indicava il suo biglietto e voleva rivendicarlo in punta di legge.
L’episodio del treno, più altre discriminazioni quotidiane subite in ventuno anni di permanenza in Sudafrica, fanno crescere in Gandhi la convinzione che l’impero non sia così giusto e compassionevole come gliel’avevano raccontato per tutta la vita nel Raj e a Londra. Il Gandhi avvocato lascia man mano spazio al Gandhi politico, che si batte in Sudafrica prima per i diritti della diaspora indiana e, in un secondo momento, anche per quelli della popolazione nera. Lo fa adattando alla lotta politica il principio religioso di non nuocere ad altri esseri umani (ahimsa), promuovendo la non collaborazione e la nonviolenza attiva. In una parola, satyagraha, che in sanscrito significa letteralmente essere saldi (graha) nella verità (satya).
Satyagraha vuol dire camminare sui marciapiedi di Durban riservati ai bianchi subendone tutte le conseguenze legali e fisiche senza alzare un dito; fondare un partito politico e lottare per i diritti civili degli indiani in Sudafrica; aprire un giornale e diffondere le denunce delle discriminazioni sistematiche messe in atto dalla reggenza britannica in Sudafrica verso la diaspora indiana e la popolazione nera. È una modalità di resistenza inedita nel panorama mondiale e, seppure in Sudafrica ottenga pochi risultati concreti, di Gandhi e della sua “resistenza passiva” si inizia a parlare anche sulla sponda opposta dell’oceano Indiano. Soprattutto all’interno dell’Indian National Congress, il principale partito politico impegnato nella lotta per l’indipendenza.
Nel 1915, dietro invito del Congress, Gandhi decide di rientrare nel Raj con la sua famiglia per unirsi al partito e mettere al servizio dell’indipendenza il principio di satyagraha. Viene accolto come un messia. Presto iniziano a chiamarlo Mahatma, la “grande anima”, e Bapu, “padre”. È la persona che serviva al popolo indiano per liberarsi dall’occupazione e che per trent’anni sarà l’incubo dell’amministrazione britannica. Gandhi ha poco più di quarant’anni ed è un grande oratore dotato di un particolare acume politico e di una fermezza di spirito ineguagliabile nel panorama indiano. Doti che gli permettono di intercettare la sensibilità delle masse al di là delle divisioni etniche e religiose, organizzando iniziative di non cooperazione sensazionali che raccolgono adesioni da tutte le comunità confessionali. La più nota, la “marcia del sale” del 1930, porta per le strade dell’India del Nord centinaia di migliaia di persone che, a piedi, seguono il loro leader politico e spirituale per duecentoquaranta chilometri, da Ahmedabad alle coste dell’attuale Stato del Gujarat, per protestare contro il monopolio britannico della produzione del sale imposto dalla corona.
Nel Raj britannico, in quegli anni, la popolazione locale si aggirava attorno ai trecentottanta milioni di persone, mentre il personale occidentale mandato da Londra a gestire le colonie dell’Asia meridionale non ha mai superato le 200.000 unità, di cui meno della metà inquadrate nell’esercito. Nonostante la disparità demografica, la corona riusciva ad amministrare un territorio che andava dall’attuale Pakistan fino alla Birmania, impiegando migliaia di locali negli apparati di sicurezza e nell’esercito e, soprattutto, stringendo rapporti di fedeltà con le élite nobiliari, industriali e commerciali delle colonie, disposte ad accettare la sudditanza in cambio del mantenimento dei propri privilegi economici e sociali. Con Gandhi la strategia non funziona.
L’amministrazione imperiale si trova ad affrontare un avversario politico incorruttibile, che ha spostato il confronto su un piano etico ed esistenziale, senza temere la galera, la tortura, i pestaggi e nemmeno la morte, sfiorata più volte in numerosi scioperi della fame. Gandhi non fa vittime tra i ranghi dell’esercito, ma ogni giorno mina dall’interno la statura morale dell’impero e attacca direttamente la reputazione della corona e dei suoi amministratori, sia nelle colonie dell’Asia meridionale sia nell’opinione pubblica internazionale, compresa quella britannica.
