L’India ha sferrato il più grande attacco militare sul suolo pakistano degli ultimi cinquant’anni. E il Pakistan ha promesso una vendetta pari se non superiore. Dietro i missili che piovono su Punjab e Kashmir, oltre i jet abbattuti e le famiglie scomparse sotto le macerie, si cela la domanda irrisolta di una regione che da quasi ottant’anni vive in perenne tensione: può esistere un equilibrio tra due potenze nucleari che rifiutano di ascoltarsi? La risposta semplice è no. Quella complessa è un groviglio di storia, religione, nazionalismo e identità mai riconciliate, compresso tra due Stati che hanno definiti la loro identità in opposizione all’altra, fin dal giorno della loro nascita.
All’alba del 7 maggio, l’India ha lanciato una serie di raid missilistici su nove obiettivi nel territorio del Pakistan, colpendo anche città della provincia di Punjab, la più popolosa del paese. L’operazione, chiamata “Sindoor”, fa riferimento al segno rosso che le donne hindu sposate indossano sulla fronte: simbolo di unione, ma in questo caso richiamato per giustificare un atto di forza. Nuova Delhi sostiene di aver colpito infrastrutture terroristiche responsabili dell’attacco del 22 aprile scorso, quando un commando armato ha aperto il fuoco su un gruppo di turisti indiani a Pahalgam, in Kashmir, uccidendo ventisei persone.
Il Pakistan ha definito l’attacco indiano «un atto di guerra» e ha chiuso lo spazio aereo ai voli commerciali indiani, sospeso i rapporti diplomatici e messo l’esercito in stato di massima allerta. Il portavoce militare Chaudhry ha dichiarato: «Il piacere temporaneo dell’India sarà sostituito da un dolore duraturo».
Questo conflitto non è da sottovalutare, neanche agli occhi di noi italiani. Entrambi i paesi sono dotati di armi nucleari. L’India possiede circa centosessanta testate, il Pakistan almeno centosessantacinque, secondo gli ultimi dati del Stockholm International Peace Research Institute. Anche un conflitto limitato potrebbe degenerare rapidamente, con conseguenze regionali e globali.
Gli Stati Uniti e la Cina, che hanno rapporti con entrambi i governi, hanno lanciato appelli alla calma. Ma l’amministrazione Trump ha mostrato finora scarso interesse ad assumere un ruolo di mediazione. «È una vergogna. Ma combattono da secoli», ha commentato Trump, lasciando intendere che Washington non si assumerà il compito di negoziatore. Almeno per il momento.
Come in ogni conflitto, la geografia determina la storia: il Kashmir è una regione montuosa nell’Himalaya occidentale, al confine tra India, Pakistan e Cina. A maggioranza musulmana, è contesa tra India e Pakistan fin dalla fine del colonialismo britannico nel 1947. Alla nascita delle due nuove nazioni, il maharaja, il principe locale del Kashmir, che era hindu, scelse di aderire all’India per proteggersi da milizie pakistane. Ma la decisione scatenò la prima guerra tra i due paesi e la spartizione della regione in due aree amministrate separatamente.
La parte controllata dall’India oggi si chiama Jammu e Kashmir, mentre quella sotto il controllo pakistano è ufficialmente chiamata Azad Kashmir da Islamabad (che significa “Kashmir libero”), anche se l’India lo considera territorio occupato illegalmente. Nessuno dei due paesi ha mai rinunciato alla sua rivendicazione totale sulla regione.
Tra gli anni Ottanta e Novanta, il malcontento della popolazione musulmana del Kashmir indiano si è trasformato in una insurrezione armata, sostenuta in parte da gruppi jihadisti basati in Pakistan, con legami opachi con l’intelligence militare pakistana. Due di questi gruppi, la Jaish-e-Mohammed (Esercito di Maometto) e la Lashkar-e-Taiba (Esercito dei Puri), sono stati responsabili di numerosi attentati in India, tra cui quello devastante a Mumbai nel 2008, che causò la morte di centossessantasei persone.
Questi gruppi sono stati spesso tollerati, se non direttamente sostenuti, dai servizi segreti pakistani (Isi), che li vedono come strumenti per mantenere la pressione sull’India senza entrare in un conflitto aperto. L’attacco del 22 aprile a Pahalgam, una località turistica molto amata dagli indiani per le sue bellezze naturali, è stato il più sanguinoso contro civili indiani dal 2008. La strage ha riacceso le tensioni latenti, alimentando il desiderio di vendetta. L’India ha attribuito la responsabilità a un gruppo chiamato Kashmir Resistance, considerato un’emanazione della Lashkar-e-Taiba, anche se nessuna verifica indipendente ha confermato l’origine del commando.
Il governo del primo ministro Narendra Modi ha risposto annunciando “una nuova dottrina di deterrenza”. Il ministro della Difesa Rajnath Singh ha detto che l’attacco era «mirato, chirurgico e privo di danni collaterali». Ma il Pakistan sostiene che siano stati colpiti obiettivi civili, tra cui moschee e abitazioni, provocando la morte di ventisei persone, tra cui donne e bambini.
La decisione di Modi si spiega anche con la sua peculiare storia politica. Il premier indiano è leader del Bharatiya Janata Party (Bjp), un partito nazionalista hindu che negli ultimi anni ha accentuato il controllo sul Kashmir e promosso una visione fortemente centralista dell’India. Nel 2019, ha revocato l’autonomia costituzionale dello stato di Jammu e Kashmir, abolendo l’articolo 370 della Costituzione indiana, che garantiva una certa indipendenza locale. Questa decisione ha provocato proteste diffuse, arresti di massa e un lungo blackout delle comunicazioni. Da allora, la regione è sotto un controllo militare ancora più stretto.
Per il Pakistan, il Kashmir è una questione identitaria e religiosa. Nella narrazione ufficiale pakistana, è una terra musulmana occupata dall’India hindu. Ma c’è anche una motivazione strategica: il controllo delle acque del fiume Indo, vitale per l’agricoltura pakistana, passa da lì. La recente decisione indiana di sospendere il Trattato delle Acque dell’Indo del 1960, firmato con la mediazione della Banca Mondiale, ha esasperato le tensioni. Come prevedibile
Nel frattempo, nelle valli del Kashmir, i civili continuano a pagare il prezzo più alto. Le case vengono demolite con l’accusa di ospitare miliziani. Migliaia di giovani sono incarcerati con l’etichetta di terroristi potenziali. Le scuole sono chiuse, l’economia è paralizzata. La popolazione kashmira vive sotto doppia occupazione: quella dei fucili e quella delle narrazioni contrapposte tra due nazionalismi speculari. Da decenni, nessuno ha mai chiesto ai kashmiri cosa vogliano davvero. E forse questo è parte del problema. Autonomia? Indipendenza? Unione con il Pakistan? Integrazione con l’India? La loro voce è stata soffocata da ideologie, eserciti, interessi geopolitici. E continuerà a esserlo per molto tempo.