Di recente sono stata in giro per una città italiana con un gruppo di persone tra le quali c’era un tizio che, di mestiere, compare alla tv inglese. La tv è un mezzo del secolo scorso, e perlopiù (con l’eccezione d’una minoranza di prodotti) è un mezzo a fama controllata: ti conoscono nel posto in cui quel programma va in onda.
E infatti, finché siamo stati in giro per la città, non ho mai alzato gli occhi al cielo come succede quando sono con qualcuno che è famoso in Italia, e che quindi viene fermato ogni metro per un autografo, una foto, un vocale per mia nonna, un video per mio fratello. Di solito in questi casi borbotto qualche «certo che fate una vita di merda», il famoso del caso dice che però gli trovano sempre posto al ristorante, e io passo i giorni successivi a chiedermi quali traumi da prenotazioni di ristoranti ti hanno indotto a credere che valesse la pena essere famosi.
(Che poi col tavolo al ristorante ci fai poco: l’amica più famosa che ho non vuole mai mangiare fuori perché dice che, se ti riconoscono, dagli altri tavoli passano la cena a origliarti, e ogni volta che lo dice io mi ricordo di Maria De Filippi che mangia sempre in delle salette sul retro dei ristoranti, e da giovane pensavo fosse per non farsi interrompere dai postulanti, e invece stai a vedere che è per non essere origliata).
L’inglese, dicevo. Arriviamo al ristorante e la moglie, con la velocità di chi lo fa da tutta la vita, individua dei turisti inglesi, e fa sedere il marito di spalle al loro tavolo, in modo che non lo vedano, in modo che non lo riconoscano, in modo che non lo disturbino. In modo che la serata di noi tutti non si trasformi in quell’inferno che è l’indotto della fama.
Da Cannes sono arrivate delle immagini di Denzel Washington che discute con un paparazzo, ovviamente avrà ragione, quello l’avrà molestato, ma mi è subito tornato in mente quell’amico che trent’anni fa, trovandosi ad avere una fidanzata famosa, raccontava d’aver scoperto che, se sollevava una mano per chiamare un taxi, Novella 2000 pubblicava l’immagine dicendo che stava per dare un ceffone alla fidanzata.
E trent’anni fa non c’era il problema dei telefoni: quella degli ultimi quindici anni è la prima generazione di famosi che non si devono preoccupare della tenuta dei loro nervi solo in posti dove è scontato venire ripresi, quali il tappeto rosso di Cannes. Se l’altra sera l’inglese non fosse stato seduto di spalle ai suoi connazionali, la probabilità che venissero a chiedergli una foto era data alla pari con quella che lo filmassero per poi pubblicare sui social il momento in cui metteva i gomiti sul tavolo.
Su YouTube c’è un filmato di diciassette anni fa in cui Quentin Tarantino, perseguitato da un paparazzo con telecamera (quando comparirono, innovazione nel disastro che è la copertura stampa dei famosi, li chiamavano stalkerazzi), lo prende a manate. È dal 2008 che mi chiedo perché non gli abbia rovesciato sulla telecamera il beverone di Starbucks che aveva in mano: a volte a uno non gli viene in mente subito come fare il maggior danno all’altrui invadenza, e poi ti dispiaci per anni dei mancati riflessi pronti.
Ma le ragioni per cui ho iniziato a interrogarmi persino più del solito sulla fama sono Brad Pitt e Roberto Saviano. C’è un video su Instagram, non so di quando sia ma Brad non è un ragazzino, sono tempi abbastanza recenti da avere lui la barba bianca e da esistere i cellulari con la telecamera. È alla guida della macchina, ha il finestrino abbassato, e qualcuna infila dentro il braccio con la protesi telefonica che filma il tutto, e gli dice «Puoi salutare il mio papà?». Lui dice no, ride, dice ciao papà, le dice di scansarsi, le dice buona Pasqua, e io per tutto il tempo desidero due guardie del corpo che la picchino fortissimo.
Ma certo, se anche ci fossero non potrebbero picchiarla, perché ogni telefono ha una telecamera, e non ci vuole un Nobel per la Fisica per sapere che l’atto dell’osservazione modifica l’oggetto osservato. Ogni teppista che rompe i coglioni a qualcuno di famoso diventerà, nelle riprese, un poverino che si accosta a qualcuno di più ricco e più famoso, epperciò percepito in posizione d’inferiorità, mica come ciò che è, ovvero un violento. L’ho già scritto ai tempi della tizia di Central Park: quando si capirà che filmare qualcuno senza il suo permesso è la vera violenza del nostro tempo e un gesto che va regolamentato, sarà inevitabilmente tardi. Per ora siamo ancora fermi all’equivoco per cui lo stronzo è quello insofferente al venire filmato, mica chi s’impone.
Il derelitto inviato televisivo che la settimana scorsa ha molestato Chiara Ferragni a una conferenza stampa ha imparato benissimo la lezione del rivoltamento della frittata, ormai l’hanno imparata tutti, non c’è più alcuna differenza tra i varietà coi balletti e i programmi giornalistici: la tua guardia del corpo mi ha spintonatoooo.
Lei, con una calma non so recuperata dove (io gli avrei sputato) e la consapevolezza che ci saranno cento cellulari con telecamera che la stanno riprendendo, precisa che no, la sua guardia del corpo è il tizio lì vicino a lei e non ha spintonato nessuno, poi si fa fare questa benedetta domanda che il teppista col tesserino dell’Odg tanto l’ha tampinata per fare, e la domanda è «cosa rispondi agli hater che», perché il tampinatore lo vedi dalla fantasia e dal coraggio, quello di non formulare in proprio l’ipotesi sgradevole ma metterla giù come «dicono gli hater che».
Roberto Saviano è andato da Fabio Fazio e ha detto che lui fa una vita di merda, dorme in caserma, non ne può più, e sono passati quasi diciannove anni da “Gomorra” e ogni persona normale li ha passati pensando che sì, vorremmo tutti pubblicare bestseller, ma non a quel prezzo lì, non dovendo poi fare quella vita lì, non se poi i soldi delle royalties non puoi spenderli in giro perché in giro non ci puoi andare. E alla fine la differenza è quella.
Tranne la Ferragni e Saviano, tutti quelli che ho citato finora sono diventati famosi nel Novecento: sono diventati famosi quando diventare famoso significava diventare ricco. Se Denzel Washington o Quentin Tarantino o Maria De Filippi o Brad Pitt non possono sedersi al ristorante senza venire disturbati, poi piangeranno fino in banca. Ma poi è arrivato questo secolo qui, in cui non è affatto detto che la fama abbia anche i vantaggi oltre agli svantaggi.
Sempre sui social gira un video di Pedro Pascal su un aereo da Londra a Nizza, andava a Cannes e i commentatori strabiliano: su un aereo qualunque, come tutti noi poveri e anonimi. Ma Pedro Pascal fino a dieci anni fa era uno che faceva delle particine: il grande pubblico pensa esista ancora l’equazione immediata celebrità/soldi, ma non funziona così, non è che siccome adesso lavori con continuità hai un aereo privato, per quello devi essere molto più ricco e da molto più a lungo.
E devi avere un buon commercialista che non ti faccia scialare e una famiglia che non ti truffi: l’altro giorno TMZ ha scritto che Britney Spears era nei guai per aver fumato su un volo privato, e per essere nei guai dev’essere stato un aereo a noleggio, e sì le guerre la fame nel mondo l’anticipo dell’Iva, ma nulla mi rattrista quanto l’idea che una alla quale i tabloid rendono la vita un inferno da ventisette anni non ne abbia in cambio neanche la proprietà d’un jet. Se fosse stato così nel Novecento, Liz Taylor si sarebbe ritirata come Mina: la fama è un inferno sopportabile solo se in cambio ti coprono di brillocchi.
È pieno di gente che sta con la telecamera piantata in faccia tutto il giorno e l’aereo privato neppure può permetterselo a noleggio, è pieno di gente che fa una vita d’inferno pur di non trovarsi un lavoro vero, pur di non restare anonima (la visibilità sta agli anni Venti come l’eroina stava agli anni Ottanta), ma in cambio non ne ha neanche lontanamente il tenore di vita che il pubblico crede. D’altra parte ci sono così tanti famosetti, è tutto così frammentato, che difficilmente il pubblico noterà che il lusso che ostenti ha sempre il tag dello sponsor e tu da solo non sei in grado non dico di comprarti l’aereo privato ma neanche di pagarti l’Executive di Trenitalia.
Quando Saviano va da Fazio e dice che fa una vita di merda, quel che sta dicendo è: questa vita valeva la pena finché ero Saviano, ma adesso che è tutto indifferenziato e se scrivo una storia d’amore e mafia il pubblico medio è incapace di distinguerla da un qualunque podcast di true crime che ascolta in autostrada, adesso che invece di trentamila copie a settimana ne vendo ottomila, adesso, a me, chi me lo fa fare di fare la vita della bestia dello zoo, se il fatturato dei biglietti dei visitatori non è più quello d’un tempo?
E una risposta non c’è, perché oltretutto diversamente da tutti gli altri Saviano aveva scritto un libro, un gesto con cui i più non diventano né famosi né bisognosi di scorta. Se la sono cercata molto di più tutti gli altri, che hanno fatto il cinema o la tv o hanno scelto vestiti per fotografarsi per l’Instagram. A Saviano è andata come a quelli che fanno tutti i controlli, mangiano sano, seguono tutte le indicazioni dei medici, e si ammalano lo stesso: a volte la fama, come le malattie, è solo questione di sfiga.