La reputazione traditaIl tovagliolo di Macron, e la vana pretesa di rieducare il cretino digitale

Le panzane ci sono sempre state, ma riceverle direttamente in tasca induce a leggerle e a pensare che sia nostro dovere indignarci. L’idea di educare i troll, immaginando di dargli un dispiacere notificandogli il disappunto, è inutile quanto smentire che Elvis sia vivo

LaPresse

C’era una volta il National Enquirer. C’è ancora, ma ha lo stesso problema di “Striscia la notizia”: quando tutta la comunicazione diviene variazione su un modello, il pubblico finisce per perdere di vista quel modello.

Il National Enquirer è un tabloid che ha per decenni avuto tra i suoi moduli fissi “Elvis è vivo”. Era stato avvistato qua, viveva là. C’erano già, quelli che si percepivano troppo svegli per credere a ciò che raccontava loro l’ufficialità (in neolingua: il mainstream), ovvero che un morto fosse in effetti morto.

Ma era prima che iniziassero a venire considerati normali. Era quando appartenevano a due categorie: gli spostati (e le signore che sfogliavano il National Enquirer ridendo dal parrucchiere); o le tredicenni.

Quando avevo tredici anni andavano per la maggiore certi libri che spiegavano a noi sceme che pure Jim Morrison era vivo. Avevamo tredici anni, direte voi. Quelli che credono che il tovagliolino da aperitivo di Macron fosse un cartoccio di cocaina sono adulti. Potrei rispondervi che i quaranta sono i nuovi tredici, ma invece vorrei il vostro aiuto per rispondere a una domanda che mi faccio da quarantott’ore.

Ve lo immaginate il New York Times che nel 1981 fa un editoriale per ammonire contro la pericolosissima falsità che Elvis sia vivo? Ve lo vedete Giorgio Bocca che nel 1985 scrive un’invettiva contro coloro che avvelenano i nostri giovani propinando loro falsità perché ha scoperto che sua nipote è convinta che Jim Morrison abiti a Parigi?

Sul Michele Serra di ieri, secondo il quale «Di tutte le guerre in corso, quella ai bugiardi è l’unica che non merita tregua», Bocca aveva un vantaggio, che poi è lo stesso che avevano Reagan su Trump e De Gasperi su Calenda: non aveva un telefono in tasca. Non s’illudeva che tutto riguardasse tutti.

Lunedì Geppi Cucciari ha pubblicato sulla sua pagina Facebook il messaggio che le aveva scritto tale Valerio. Faceva così: «Ma tu credi di fare ridere, fai ridere solo gli idioti come te. Testa di cazzo». Nel momento in cui scrivo questo articolo, il post di Geppi ha tredici ore, e: più di quattrocento condivisioni, novemila commenti, ventiquattromila like.

Considerato che Valerio cercava attenzione, e considerato quanta ne ha ottenuta, mi pare facile prevedere che Valerio ora si specializzerà nell’essere scortese con le sconosciute, se già non ce l’aveva tra i suoi hobby fissi.

Non è possibile sapere quanta trazione del tovagliolino da aperitivo di Macron dipenda da noialtri che rispondiamo ad Alex Jones (professione: picchiatello di successo) o a Simone Pillon (professione: senatore d’insuccesso) indignandoci: «Ma cosa stai dicendo, menti, marrano»; i social sono troppo frastagliati e troppe sono le vongole da una parte che postano Macron dandogli del cocainomane, e troppe siamo noi vongole della curva opposta che scriviamo «Vergognati!» (come il Gabibbo: ve l’avevo detto che ormai tutto ciò che non era National Enquirer era “Striscia”).

Non sarò certo io, io che ormai da molti anni non faccio alcun altro uso dei social, a dire che non capisco la tentazione di sbeffeggiare pubblicamente il cretino di turno. Però io lo faccio perché mi ci diverto, mica perché penso abbia un esito. Insomma, dobbiamo intenderci su quella vecchia profezia barnumiana che due secoli dopo è più che mai realtà: there’s no such thing as bad publicity.

Non c’è nessun reato di incomprensione del presente più grave che pensare che esista la reputazione, quel relitto novecentesco. Se credete che darete un dispiacere ad Alex Jones o a Valerio notificandogli la vostra disapprovazione, sono desolata di dirvi che avete smesso di capire il mondo.

I Valerio e i Jones e moltissimi altri si cibano d’attenzione più dei bambini di un anno – i quali almeno, quando lanciano la scodella dal seggiolone, non hanno modo di monetizzare le sgridate dei genitori – e la cosa più lontana da una punizione che si possa immaginare per loro è quello che in milanese si chiama “aumentare l’engagement”.

Ogni volta che Roberto Burioni posta qualche picchiatello che gli manda messaggi d’insulti con la specifica «Non li denuncio ma li svergogno», io mi metto a piangere. Nell’epoca in cui esisteva la reputazione li avresti (forse) svergognati, in questa li fai contenti.

Dico «forse» perché temo che anche allora ogni Alex Jones avesse non solo la sua Vongola75 ma anche il suo Simone Pillon: chi si somiglia si piglia, dicevano le nostre nonne senza PhD in bio, ed è sempre andata così, perlopiù le persone che si frequentano hanno più o meno la stessa visione del mondo. E ossessivamente si ripetono tra loro le stesse cazzate: Tizio mi ama ma ha paura dei suoi sentimenti; quella che va in giro con Trump è una sosia di Melania; mio figlio è tanto bravo ma i professori lo odiano; Macron è cocainomane; la badante mi ruba in casa; se non mi fossi rotto il menisco a quest’ora giocavo nell’Inter; nei vaccini ci sono i microchip. Quel che rende ingovernabile il mondo di oggi non è che le cazzate siano più di prima, o che chi la pensa uguale si spalleggi alla cieca: è – mi ripeto, ma quando vi entra in testa prometto di smettere – che le solite cazzate ora ci arrivano in tasca, le leggiamo, pensiamo sia nostro dovere rispondere.

Pochi hanno capito meno il mondo di quelli che, rispetto ai social, parlano di filter bubble: i social le bolle le hanno rotte; in un mondo senza social, io col pensiero medio che mi passa davanti sul telefono mi rapporterei solo se rivolgessi la parola al fattorino della pizza.

Nella prima repubblica c’erano sicuramente dei Pillon, della cui esistenza io restavo bellamente ignara. Adesso mi tocca far finta che abbiano un peso perché mi arrivano in tasca, e non posso ammettere che butto le mie giornate in passatempi di nessun valore.

Geppi Cucciari non può dire che Valerio non conta un cazzo, e non solo perché è una donna più democratica di me: anche perché Valerio si colloca all’incrocio tra due tentazioni. Quella pedagogica della sinistra (farò di te un esempio, marrano), e quella di quando ti arriva la notifica nella posta di Facebook, e se ti trilla in tasca è diverso da quando le lettere anonime le apriva la tua segretaria e neppure te le faceva vedere. Ma non solo.

Il guaio non è mica Cucciari (o Burioni). Il guaio è l’Eliseo, che dal suo bravo account social si mette lì a spiegare che il tovagliolino è un tovagliolino e non un fagotto da due etti di cocaina che un capo di Stato ha dimenticato di togliere dal tavolo prima che entrassero i giornalisti (a quel punto avrei almeno aggiunto che, se fosse andata così, la tossicodipendenza non sarebbe il primo problema di Macron).

E quindi la domanda è: ma perché l’Eliseo sta sui social? E perché ci stanno i giornali? E perché ci stanno tutti quelli che hanno ambizioni superiori a «i miei nudi in bio»? Non lo cambiate, il mondo, dai social. Neppure lo informate. Dai social neanche riuscirete a rieducare non dico Alex Jones, che figuriamoci se bada alla vostra morale mentre conta gli incassi, ma neppure quel povero cafone disgraziato di Valerio.

Vi sento che dite che ci state perché il pubblico ormai guarda solo quelli, ma se il pubblico guarda solo quelli è perché vuole solo scemenze: non è che verrà a leggere sui social i vostri trattati di geopolitica, così come non li andrebbe a leggere sul National Enquirer.

Stare in posti fatti per gli schemi Ponzi del trading on line, per i nudi in bio, per dire quant’è cessa vostra cognata nelle foto del mare, stare in posti in cui mipiaciarsi tra simili e indignarsi per i dissimili il tutto col solo impegno dei pollici, stare lì e pretendere di avere una conversazione adulta è come allacciare le scarpe a vostro figlio perché non s’affatichi, e poi strabiliarvi se non se le sa allacciare da solo.

Volete parlarmi di Pillon e del suo prendere sul serio le puttanate? Differenziatevi dai Valerio e dagli Alex mettendoci impegno e fatica che vadano oltre i pollici. Pubblicate duecento pagine di riflessioni sull’imbarbarimento della comunicazione da quando abbiamo deciso ch’essa non dovesse essere elitaria. Valerio e Alex ne leggeranno solo la riduzione in comodo carosello di Instagram, ma voi sembrerete meno smarriti nel presente.

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