Un esperimento, un gioco ma anche un gesto politico. È quello che lo scrittore Paolo di Paolo (autore di successi come Raccontami la notte in cui sono nato, Mandami tanta vita e Romanzo senza umani) ha inaugurato la scorsa settimana con la prima puntata del suo nuovo romanzo: “1999. Un attimo prima del mondo com’è” che La Nave di Teseo ha accettato di pubblicare gratuitamente a puntate, da qui fino a ottobre, per un totale di venti appuntamenti. Un po’ come si faceva nell’Ottocento sulla penultima pagina dei quotidiani con i feuilleton, con cui sappiamo che hanno debuttato Balzac, Dumas, Victor Hugo, Dickens o Jules Verne. La differenza è che l’operazione sarà tutta online, confezionata in forma di newsletter.
Fuori dagli schemi. «L’idea nasce dalla sensazione di quanto il mondo editoriale sia fermo in termini di invenzione. Non amo chi si lamenta, ma basta un colpo d’occhio per rendersi conto di quanto la situazione sia stagnante – non crolla ma neppure cresce – anche per la pigrizia di editori che insistono sempre sulla stessa area di lettori e lavorano con “l’usato sicuro” di generi come romance, fantasy, giallo, mentre la narrativa letteraria soffre moltissimo. Con questa formula, mai tentata prima in Italia, serviva invece la complicità di un editore coraggioso e l’ho trovato in Elisabetta Sgarbi», racconta Paolo di Paolo a Linkiesta Etc. Dal sito de La Nave di Teseo ci si iscrive alla newsletter in modo gratuito. Ogni settimana, poi, sulla piattaforma Substack compare una nuova puntata e si può lasciare un commento. «La forma un po’ “primitiva” della newsletter è un invito a trovare i quindici – venti minuti necessari per ogni capitolo, e poi offre uno spazio alternativo ai social, che permette di interagire senza la nevrosi bulimico-isterica del post e della prosa frammentata». Ed ecco la questione più politica: se da un lato il lettore si avvicina al “cantiere” dello scrittore per vedere come nasce una storia – inclusi gli eventuali “blocchi” narrativi – , dall’altro lo scrittore ha la possibilità di entrare nelle stanze dei suoi lettori, di conoscerne le riflessioni. «Non per farmene condizionare, come avviene nelle piattaforme di scrittura condivisa, anche perché non è un giallo in cui a ogni bivio chi legge può dire se preferisce una strada o quell’altra, ma per provare a conoscerli: sapere per chi sto scrivendo, registrarne le emozioni», continua di Paolo.

Ancora da scrivere. Parliamo, a una settimana dal debutto, di duemila iscritti e cinquemila visualizzazioni di chi ha iniziato a seguire la storia. Di cosa parla? Di quattro adolescenti del 1999, quattro ragazzi di sedici anni che vanno al cinema in cinque diversi memorabili pomeriggi per vedere cinque film usciti tutti in quello stesso anno: American Beauty, Tutto su mia madre, Matrix, Magnolia, Eyes Wide Shut. E scoprire, restandone atterriti, che in ciascuno si annida un presagio della vita adulta. «Mi sono concentrato sul 1999 perché è stato un anno importante, che ha segnato il passaggio da un secolo all’altro e che faceva sperare in un’idea di futuro migliore e di pace: finiva la guerra in Kosovo, c’era il grande tema della globalizzazione (temuta da alcuni, celebrata da altri) e il numero duemila sembrava essere l’incarnazione stessa di un’idea di futuro, come negli anni Ottanta cantava Lucio Dalla in Telefonami tra vent’anni.
Poi è arrivato il 31 dicembre del 1999 e non è stato un Capodanno come gli altri: guardavamo al nuovo millennio in arrivo con gli occhi del passato. E, in quell’ultimo pezzo di secolo, non potevamo immaginare che la tecnologia sarebbe entrata così tanto nelle nostre vite, che in così poco tempo saremmo passati dal fischio del fax all’intelligenza artificiale. Ecco perché il 1999 è esattamente l’attimo prima del mondo com’è oggi: se a un quarantenne di allora avessimo detto che a sessant’anni sarebbe arrivato a fotografarsi in una qualche posa languida non ci avrebbe creduto. Invece è successo. E poi, naturalmente, è l’anno in cui ho avuto anch’io sedici anni, l’età in cui hai una percezione del tempo e del futuro che puoi avere solo a quell’età, senti di avere aperte tutte le possibilità. Una sensazione che forse svanisce con l’ultima foto di classe delle superiori».

Parole, immagini e musica. Ma in che modo la storia accoglierà via via anche frammenti della quotidianità? «Ieri, per esempio sono stato al funerale di un mio zio e mi sono ricordato di una frase che mi disse quando avrò avuto quindici – sedici anni per commentare la mia goffaggine di ragazzino che amava leggere, scrivere, andare al cinema… e che, nel tentativo di saltare una buca riempita con l’asfalto ancora fresco, ci è finito dentro con le scarpe: «Sarai anche bravo nelle cose intellettuali, ma quelle pratiche….». Ovviamente poteva venirmi in mente solo lì, il giorno del suo funerale, e ho pensato come a quell’età potevo permettermi di essere integralmente non pratico, mentre oggi, a quarant’anni, mi devo sforzare, mi devo costringere. Ecco, credo che questo entrerà nel prossimo capitolo». E ci entrerà insieme a nuove fotografie e musiche. Come, nel primo capitolo, I Saved the World Today degli Eurythmics, con l’indimenticabile: “Hey, hey, I saved the world today”.