Ai marginiRibaltare l’immaginario: Mohamed Bourouissa e la rappresentazione politica delle periferie

È lo sguardo che fa il mondo. A partire da questa consapevolezza si articola il lavoro dell’artista franco-algerino che attraverso una serie di opere – in esposizione fino al 28 settembre al MAST di Bologna – struttura una riflessione sulle barriere fisiche e simboliche che dividono e stigmatizzano gli abitanti delle periferie

Horse Day, 2014, Color photograph. Photo by Lucia Thomé © Mohamed Bourouissa ADAGP Courtesy of Mennour Archives, Paris

«Se lo Stato mette i “barbari” nel mirino, i “barbari” rifiutano il modello di integrazione che quello Stato cerca di imporre loro e vogliono, orgogliosamente, “restare barbari”». Con queste parole il rapper Amir Issaa durante un’intervento al festival di DeriveeApprodi parla di come appellativi stigmatizzanti come “maranza” possano essere ribaltati attraverso una risignificazione di categorie dispregiative e stigmatizzanti. Il termine “maranza” è un neologismo milanese nato dalla combinazione di “marocchino” e “zanza”, ed è oggi usato nel linguaggio comune per indicare ragazzi e ragazze che non si conformano ai codici della normalità sociale. «Sono le nuove classi pericolose – scrivono Elsa Gios e Miguel Mellino nella prefazione dell’edizione italiana di Beaufs et barbares, il libro dell’intellettuale franco-algerina Houria Bouteldja, tradotto in italiano con il titolo Maranza da tutto il mondo unitevi –. Nel ribaltamento degli immaginari dominanti, l’essere maranza è diventato una complessa – certo ambigua ma terribilmente concreta – rivendicazione di potere da parte di chi, giovani neri e non delle periferie metropolitane, potere non ne ha mai avuto. Una rivendicazione non traducibile nel lessico della politica tradizionale». 

Un sentimento diffuso di repulsione nei confronti di una categoria di persone che si evince per esempio dalla nascita della rete di ronde anti-maranza e i relativi movimenti per il controllo della sicurezza delle città, come il Movimento Art.52 dichiaratamente nato per «organizzare ronde che assicurino la sicurezza del territorio, combattendo il degrado con la violenza». Delle periferie metropolitane si parla spesso solo in termini di cronaca nera. Per tutto il resto del tempo pare che non ci sia nient’altro che valga la pena raccontare.

Le Dinosaure, 2022, 137 x 165 cm © Mohamed Bourouissa ADAGP. Courtesy of the artist and Mennour, Paris

Per provare a cambiare lo sguardo con cui questi fenomeni vengono raccontati l’artista franco-algerino Mohamed Bourouissa all’interno della sua mostra personale Communautés. Projets 2005-2025,ha esplorato il complesso rapporto tra individuo e società, raccontando lo spazio urbano, le migrazioni, quello che sta dentro e quello che rimane fuori della città. Ne è un esempio La République, un tableau vivant che mette in scena le rivolte del 2005 nelle banlieue francesi. La struttura dell’immagine attinge – nella postura dei corpi e nell’intenzione teatrale dei partecipanti – agli stilemi classici e ideali de La libertà che guida il popolo, la tela di Eugène Delacroix nel 1830, l’anno in cui Parigi insorge contro la decisione di Carlo X di sciogliere la Camera e di abolire la libertà di stampa. L’opera di Bourouissa prende questi riferimenti e li immerge in un diverso contesto storico. «La serie Phéripherique riguarda anche la percezione di tali fenomeni – ha raccontato l’artista durante la conferenza stampa –. Si tratta di una gioventù che non è mai stata riconosciuta. Si tratta di ragazzi e ragazze che vivevano nelle periferie, eredi di una storia coloniale che continua ancora oggi». 

Il lavoro di Bourouissa riflette in modo più ampio sull’idea di “margine”. Come dimostra la riflessione nella serie Horse Day. Siamo nelle scuderie sociali di un sobborgo afroamericano di Philadelphia (Usa). Qui l’artista mette in scena una parata con cavalli e cavalieri afroamericani, e usa la performance come strumento di riconquista dello spazio pubblico. «Abbiamo provato a decostruire un immaginario specifico da cui sono stati esclusi indigeni e afroamericani», dice. Nella serie Shoplifter, invece, l’autore riprende foto ritraenti volti di persone scoperte a rubare beni di prima necessità in un minimarket di Brooklyn, per bisogno. «Ladri o tentati ladri venivano messi in posa dal proprietario con gli oggetti che avevano provato a rubare. Poi, le foto venivano esposte in vetrina, con intento di denuncia e scherno. La mia idea vuole disertare questa narrazione: assolverle, denunciando al contrario le situazioni di povertà in cui queste persone si trovavano. Hanno tutte provato a rubare cose semplici: uova, biscotti, farina. Si tratta di una comunità che è stata privata di qualsiasi cosa, anche della possibilità di scegliere».

Shoplifters Series of 19 color photographs, inkjet print, variable sizes © Mohamed Bourouissa ADAGP. Courtesy of the artist and Mennour, Paris

Le serie di Bourouissa riflettono sul tema dello sguardo, e soprattutto su come lo sguardo sia il mezzo attraverso cui si costruisce il mondo. Quando scoppiavano le rivolte del 2005 nelle periferie francesi, la copertura mediatica che ne conseguì si affrettava a evocare “orde” e “barbari”. Un immaginario che l’artista ha provato a mettere in discussione trasformando questi luoghi marginali in un palcoscenico dove viene messa in scena l’intera storia di una comunità, estremamente radicata perchè universale: la maggior parte delle periferie si assomigliano l’una all’altra. 

In Périphérique, Mohamed Bourouissa racconta l’insieme di relazioni, sguardi, dignità di chi vive in queste condizioni, sovvertendo il paradigma. Il realismo diventa così una finzione consapevole, e – come in République – la fotografia attinge dalla pittura classica per risignificare il presente: se il potere rappresenta questi corpi come minaccia, l’arte può essere uno strumento immateriale per riscriverli come soggetti politici. Lo fa riprendendo riferimenti ai grandi dipinti del XIX secolo, appropriandosi di un’estetica che da sempre li ha esclusi. «I mostruosi ragazzi delle periferie incarnano le peggiori paure di costoro: la paura dei giovani, dei poveri, degli arabi, dei neri, dei musulmani. E minacciano le loro case, i loro beni, le loro donne, ogni cosa», ha detto in un’intervista il politologo francese Thomas Guénolé, autore del libro Les jeunes de banlieue mangent-ils les enfants?.

La République, 2006. C-print, 137 x 165 cm © Mohamed Bourouissa ADAGP. Courtesy of the artist and Mennour, Paris

Houria Bouteldja, intellettuale franco-algerina e militante decoloniale in Beaufs et Barbares fornisce strumenti teorici per comprendere la dinamica della “frontiera culturale” che si sviluppa nelle città, e soprattutto all’interno delle periferie. Analizza e denuncia il sistema binario che regola la società francese, e più in generale le società occidentali: da un lato il beauf, bianco, piccolo-borghese, rappresentazione dell’ordine e della sicurezza; dall’altro il barbare, razzializzato, periferico, e soggetto intrinsecamente sovversivo. Per l’autrice i giovani delle periferie francesi sono corpi eccessivi. Quello che emerge è un dispositivo di oppressione che sopravvive non più nelle colonie d’oltremare, ma tra i palazzoni e i centri commerciali delle metropoli delle città europee. Le periferie diventano i nuovi territori di frontiera.

Che cosa può fare l’arte di fronte a tutto questo? Bourouissa non si rifà alla fotografia documentaria, ma costruisce un contro-discorso. «Io volevo realizzare qualcosa che fosse anche molto bello esteticamente: creare immagini bellissime che non fossero solo positive: volevo restituire anche una sorta di dignità – ha raccontato a Linkiesta Etc –. Esplorare e conoscere diverse comunità è per me un modo di rappresentare e presentare: nella pubblicità degli anni Duemila le persone arabe non si vedevano. Con il mio lavoro avevo voglia di rappresentare le persone della mia comunità, quelle che facevano i graffiti con me».

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