A Istanbul non ci sarà né chi ha invaso l’Ucraina né chi aveva promesso di far finire la guerra in ventiquattro ore. Vladimir Putin e Donald Trump non parteciperanno al vertice di pace convocato oggi tra Russia e Ucraina. L’incontro, che avrebbe dovuto segnare la ripresa del dialogo diretto dopo oltre tre anni di guerra, è stato svuotato della sua centralità prima ancora di iniziare. La loro assenza è un segnale inequivocabile: nessuno dei due leader intende legare il proprio nome a un negoziato che potrebbe richiedere concessioni politicamente insostenibili. Non è solo un’occasione mancata, è la prova che la guerra resta, per molti, ancora preferibile alla pace.
La proposta era partita da Putin stesso, che domenica aveva annunciato la disponibilità a colloqui con Kyjiv senza precondizioni. Ma nella lista dei delegati del Cremlino non figura il dittatore russo. Al suo posto, un gruppo di funzionari già noti per aver condotto i colloqui falliti del 2022: Vladimir Medinsky, Alexander Fomin, Mikhail Galuzin, Igor Kostyukov. Nessun ministro, nessun volto politico di peso. Nemmeno il nome di Sergey Lavrov, né quello dell’influente consigliere Yuri Ushakov.
La risposta americana non si è fatta attendere. Trump, che inizialmente aveva fatto trapelare l’intenzione di partecipare, ha rinunciato. Impegnato in un tour diplomatico in Medio Oriente, ha lasciato la delegazione statunitense in mano al segretario di Stato Marco Rubio e agli inviati Steve Witkoff e Keith Kellogg. Washington si limita a osservare, irritata dal continuo stallo ma ancora riluttante a forzare i tempi. «Stiamo sempre considerando nuove sanzioni se Mosca blocca i negoziati», ha dichiarato Trump, mostrando crescente impazienza.
Il presidente ucraino Volodymyr Zelensky aveva lanciato la sfida: sarebbe andato a Istanbul solo se anche Putin fosse stato presente. È partito comunque, ma il suo portavoce ha confermato che ogni decisione operativa sarà subordinata alla presenza del leader russo. «Le risposte a tutte le domande su questa guerra – perché è iniziata, perché continua – si trovano a Mosca. Come finirà dipende dal mondo», ha detto Zelensky nel suo consueto videomessaggio serale. Non è solo un’analisi, è un atto d’accusa.
I negoziati che si aprono oggi, dunque, non sono tra leader, ma tra apparati. La cornice è la stessa del 2022: la Turchia come mediatore, una bozza di intesa mai firmata, e richieste inconciliabili. Mosca propone una tregua subordinata all’avvio dei colloqui. Kyjiv, sostenuta dall’Unione Europea, pretende un cessate il fuoco immediato. Trump vorrebbe imporre una tregua di trenta giorni per congelare la situazione e avviare il dialogo. Nessuno, però, sembra disposto a cedere davvero.
Le linee rosse restano intatte. Kyjiv rifiuta ogni ipotesi di neutralità permanente e non accetta la rinuncia alla Nato, inserita nella sua Costituzione. Mosca insiste sulla smilitarizzazione dell’Ucraina, sul riconoscimento delle conquiste territoriali e sulla revoca delle sanzioni. Secondo un progetto negoziale del 2022 mai ratificato, la Crimea sarebbe rimasta in mani russe senza un riconoscimento formale, mentre il destino delle altre regioni occupate (Luhansk, Donetsk, Zaporizhzhia, Kherson) sarebbe stato oggetto di ulteriori trattative. Per Kyjiv, oggi come allora, accettare tutto ciò significherebbe legittimare l’invasione.