Campo ridottoLa manifestazione per Gaza, e il rischio di una piazza d’odio contro Israele

La linea intransigente di Pd, M5s e Avs sul raduno a Roma del 7 giugno esclude ogni mediazione che sappia distinguere tra governo e popolo israeliano, come quella avanzata da “Sinistra per Israele”. Tutto ciò rende più difficile discernere tra critica legittima e retorica ideologica, a vantaggio dei soliti demagoghi

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Il tripartito Pd-M5s-Avs, che sta organizzando la manifestazione del 7 giugno per Gaza a piazza San Giovanni, non riesce, o non vuole, allargare il fronte. È chi teme una piazza antisionista tout court comincia a prendere le distanze. Ieri ci sono stati contatti diretti tra Matteo Renzi e Carlo Calenda – un evento da ricordare – per organizzare, il giorno prima a Milano, una iniziativa comune di condanna all’azione del governo israeliano e di sensibilizzazione sul pericolo dell’antisemitismo, e contro chi professa la distruzione dello Stato di Israele.

La piattaforma della manifestazione di Roma è blindata: quella è, e quella rimane. Le ragionevolissime proposte di Sinistra per Israele non sono nemmeno state prese in considerazione, eppure erano totalmente coerenti con la piattaforma (in particolare, la condanna esplicita del «dilagante antisemitismo anche quando si manifesta nelle forme di ostilità verso i singoli cittadini israeliani»).

La spiegazione della chiusura è che riaprire una discussione sulla piattaforma avrebbe offerto il destro ad altri per riproporre la questione del genocidio o altri punti divisivi: dunque, meglio non toccare nulla. Dopodiché, valla a riempire, piazza San Giovanni.

Però, proprio nella convinzione che più gente ci sarà e più diminuiranno i rischi di provocazioni di tipo antisemita, i tre partiti che stanno organizzando la manifestazione hanno optato per la location delle grandi occasioni: appunto, piazza San Giovanni (appena restaurata, Roberto Gualtieri fa gli scongiuri). Si spera in una gran folla, sintonizzata su una piattaforma che chiede lo stop al «massacro e ai crimini» perpetrati dal governo di Bibi Netanyahu. Punto e basta.

Ci si richiama alla mozione unitaria presentata in Parlamento dal tripartito Pd-M5s-Avs, che impegnava il governo «a riconoscere lo Stato di Palestina entro i confini del 1967, con Gerusalemme come capitale condivisa, sostenendo la prospettiva di due Stati che convivano in pace e sicurezza. Invita a promuovere il riconoscimento della Palestina da parte dell’UE, tutelando il diritto alla sicurezza di Israele».

Si invitava il governo, nella mozione, «a chiedere un cessate il fuoco immediato, la liberazione degli ostaggi israeliani, la protezione dei civili e la fornitura continua di aiuti a Gaza, oltre alla tutela della tregua in Libano».

Si spera, dunque, di marginalizzare al massimo le presenze aggressive dei giovani pro-Pal, un’area non piccola che, in questi mesi, ha creato molte situazioni di tensione. Ed è ovvio che gli organizzatori temano interventi a margine della manifestazione ufficiale contro il «genocidio», termine che non figura nella piattaforma anche se, ormai, è diventato di uso comune in molti dirigenti del tripartito Pd-M5s-Avs, all’interno del quale è soprattutto Giuseppe Conte a fare la parte dell’estremista anti-Israele, cavalcando – come sul riarmo – i toni forti, con evidenti intenti elettoralistici: il suo comizio sarà certamente il più duro, nella speranza di vincere all’applausometro.

Ma la preoccupazione non riguarda solo i professionisti pro-Pal di from the river to the sea. Ma anche che una parte dei manifestanti possa scavalcare gli organizzatori con qualche slogan o, peggio, qualche fischio all’indirizzo degli oratori e dei politici più «moderati» presenti in piazza.

In questo senso, i più esposti sono ovviamente quelli del Partito democratico, che, non a caso, in queste ultime ore hanno alzato i toni: ieri, alla Camera, Peppe Provenzano è stato quello che più ha urlato i suoi argomenti contro il ministro degli Esteri, Antonio Tajani, che ha fornito una «informativa» effettivamente senza dire molto.

Il rischio di una manifestazione, non diciamo egemonizzata, ma venata di antisionismo e odio verso Israele, senza tante distinzioni tra governo Netanyahu e popolo israeliano, è alto. C’è da sperare che non si stia gettando un fiammifero su un deposito di benzina.

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