Senza ritornoLa fuga di cervelli è un gran problema, con poche soluzioni

Alessandro Foti in “Stai fuori!” (Edizioni Dedalo), il problema dei giovani italiani che fuggono all’estero, laureati e non, è cresciuto negli ultimi anni dopo una lieve flessione dovuta alla pandemia

Non tutti vanno via allo stesso modo e con la stessa frequenza. Quando si parla di “cervelli in fuga” ci si riferisce di solito a persone qualificate o specializzate, competenti o acculturate che vanno a realizzarsi professionalmente all’estero. In realtà si trovano all’estero tantissimi italiani con idee, competenze, creatività e conoscenze, che non hanno una laurea ma che sono di fatto grandi cervelli in fuga. Basti pensare al mondo dell’high-tech e IT o a quello eno-gastronomico, che spesso richiedono corsi professionalizzanti o esperienza lavorativa piuttosto che lauree, per non parlare del mondo dell’arte e dell’artigianato. Allo stesso tempo, ci sono laureati che non usano le conoscenze accumulate durante il loro corso di studi, svolgendo attività professionali con bassa richiesta di formazione.

Questa “fluidità professionale” è il frutto del mercato del lavoro contemporaneo, che è estremamente frammentato rispetto al passato, sia in Italia che all’estero. Lo puntualizzo per mettere in chiaro che i cervelli in fuga non sono una minoranza delle persone che lascia l’Italia mentre il resto sono “braccia” o manovalanza stile Gastarbeiter. Non è così, come sottolineano gli esperti nel settore: il mercato del lavoro contemporaneo è molto segmentato e confuso, e quindi le categorie nette che si applicavano quarant’anni fa forse non sono più attuali. E questo chiaramente si ripercuote anche nelle analisi socio-demografiche, che tendono a categorizzare gruppi di lavoratori in maniera a volte troppo semplificata e rigida.

Ad esempio, molti giovani italiani vanno direttamente a studiare all’estero, quindi in che categoria rientrano? Cervelli in fuga “in divenire”? A tal proposito, mi viene in mente un divertente racconto di Leonardo Sciascia che si chiama “La Laurea”, pubblicato nel libro “Il fuoco nel mare”, ve lo sintetizzo. In questo racconto l’operaio edile Giovanni Di Maria, va a registrare suo figlio appena nato all’ufficio anagrafe, e inizia una surreale conversazione con l’impiegato di turno che chiede al neopapà di fornire nome e cognome del bimbo, e fin qui tutto normale. Dopo, però, l’impiegato chiede a Giovanni la futura laurea del nascituro. Il neopapà a questo punto è confuso e non capisce il motivo per il quale si debba già dare una laurea a un neonato, visto che ancora neanche conosce le attitudini e gli interessi del piccolo poppante. […]

L’arguto sarcasmo di Sciascia ci dà un ottimo spunto per ironizzare sul concetto di cervello in fuga. Ragionando sulle qualifiche, spero di trovarvi d’accordo quando dico che non è il titolo di per sé che conta, ma la conoscenza e le competenze che ogni persona decide o meno di costruire nella propria vita. Detto ciò, è vero che c’è un alto numero, non esattamente quantificabile ma in aumento, di italiani che va all’estero alla ricerca di occupazioni che non richiedono alcuna competenza specifica. Scordiamoci però l’idea degli italiani semianalfabeti che partono con la valigia di cartone perché non trovano da lavorare: quelli, se ci sono, oggi in buona parte rimangono in Italia. Ma torniamo ai numeri. In Italia ci sono circa 2,6 milioni di laureati nella fascia d’età 25-39 anni (Eurostat, 2022) e nel 2021 ne sono emigrati trentatremila, quindi in un solo anno abbiamo perso circa l’1,3 per cento dei giovani laureati italiani. È interessante notare che il numero di laureati che espatriano va aumentando ogni anno in rapporto al totale dei giovani tra i 25-34 anni che emigrano.

È tantissimo, soprattutto alla luce del fatto che ne formiamo pochi, e pochissimi ne vengono da altri Paesi. Quindi, più che una fuga, è uno “squilibrio di cervelli”. Vanno e non tornano o non ne arrivano di nuovi. Il Covid-19 ha parzialmente rallentato i flussi degli italiani che hanno lasciato il Paese dal 2020 (centoventimila) al 2021 (novantaquattromila) ma non ha cambiato il trend, che sembra continuare ancora nel 2022-23. Come mostrano i dati Istat, il numero di espatri è stato inferiore nel 2020, ma anche il numero di rimpatri, quindi il saldo netto rimane negativo e molto simile a quello degli anni precedenti. Nel 2021, in seguito alla pandemia e alle restrizioni, si nota un aumento dei rimpatri.

Tutti questi dati vanno però presi con le pinze, in quanto non sono realmente dimostrativi della mobilità in corso, ma danno piuttosto una fotografia in “differita” dei veri spostamenti, e ciò è dovuto ai limiti dei sistemi di censimento che vi ho descritto in precedenza. Serviranno un paio di anni o più per avere una visione più veritiera sugli ultimi flussi emigratori in corso. Mettendo da parte i dettagli, rimane chiaro l’elemento allarmante in questi ultimi anni di post-pandemia: aumenta il numero dei giovani con formazione terziaria che lasciano il Paese in percentuale sul totale degli espatri.

La fuga dei cervelli e delle emigrazioni qualificate non riguarda soltanto l’Italia di oggi, anzi è un fenomeno antico, che ha sfumature nazionali e locali nei diversi Paesi. Per averne una visione più completa, per comprenderne evoluzioni e conseguenze, è necessario dargli una prospettiva storica e globale.

Stai fuori!

Tratto da “Stati fuori! Come il Bel Paese spinge i giovani ad andare via” di Alessandro Foti, Edizioni Dedalo, 216 pagine, 16.15 € 

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