Umorismo artisticoStephanie Robison sperimenta la scultura degli opposti

L’artista statunitense rinnova la scultura contemporanea combinando materiali contrastanti come pietra e feltro. Il suo linguaggio espressivo esplora la tensione tra organico e geometrico, tra rigido e morbido sottolineando così l’importanza dell’umorismo e della memoria corporea nell’arte

Stephanie Robison. Courtesy of the artist

Stephanie Robison è una giovane artista statunitense che sta ridefinendo il linguaggio della scultura contemporanea attraverso un’originale combinazione di materiali eterogenei. Formatasi presso la Marylhurst University e la University of Oregon, dove ha conseguito un Master in Belle Arti (Mfa) in scultura, Robison ha costruito una carriera che coniuga pratica artistica e insegnamento, ricoprendo attualmente il ruolo di docente presso il City College di San Francisco. Le sue opere, esposte in numerose istituzioni e gallerie negli Stati Uniti, si distinguono per un approccio sperimentale che sovverte le aspettative materiali e concettuali della scultura.

Nelle sue sculture, la solidità della pietra si confronta con la leggerezza e la morbidezza del feltro, generando un’interazione dinamica tra contrasti materici e formali. La sua ricerca si muove lungo il confine tra l’organico e il geometrico, tra la struttura e la fluidità, offrendo nuove prospettive sulla percezione della forma e della materia. Attraverso un linguaggio espressivo che fonde elementi contrastanti – la rigidità della pietra con la morbidezza della lana, il minimalismo con la complessità organica – Robison invita lo spettatore a una riflessione sulla trasformazione della materia e sulla tensione tra il familiare e l’inaspettato. In questa intervista, l’artista ripercorre il proprio percorso, analizza l’evoluzione del suo processo creativo e approfondisce il significato della sperimentazione materica nella sua ricerca.

Flawed, 2018. Marble, fabric, paint. Ph. by John Janca. Courtesy of Stephanie Robison

Come ha deciso di diventare scultrice?
Oggi la mia famiglia mi sostiene pienamente, ma non è sempre stato così, forse anche perché non provengo da un ambiente artistico. Eppure, a ripensarci, mia nonna ha avuto un ruolo fondamentale nel mio percorso. Era una persona estremamente creativa e ha influenzato profondamente il mio modo di guardare il mondo. Durante l’infanzia passavo molto tempo con lei, costruendo fortini con sedie, coperte e un vecchio divano-letto. Era incredibilmente ingegnosa e, attraverso il gioco, mi ha inconsapevolmente mostrato che gli ambienti e gli oggetti possono trasformarsi, assumere funzioni diverse da quelle per cui sono stati pensati. Credo che questo abbia segnato il mio approccio alla materia e allo spazio.

Il passaggio dall’Oregon alla California ha influenzato il suo lavoro?
È la prima volta che mi viene posta questa domanda, e la trovo particolarmente interessante. Credo che il luogo in cui si vive influenzi profondamente la pratica artistica. In Oregon, il mio lavoro era strettamente legato all’ambiente circostante, caratterizzato da una natura rigogliosa e dominante. Dopo il trasferimento in California ho trovato ispirazione nelle colline ondulate e nella straordinaria varietà di vegetazione, il che ha portato a un’evoluzione nella mia ricerca: sotto alcuni aspetti il mio lavoro si è semplificato, mentre sotto altri si è arricchito di nuove complessità. Tuttavia, il cambiamento più significativo è stato il clima. Il tempo più mite mi ha dato la possibilità di scolpire all’aperto tutto l’anno, consentendomi di dedicare più tempo alla pietra e di affinare ulteriormente la mia tecnica e le mie competenze. Realizzo personalmente la maggior parte delle mie opere perché il mio processo creativo è fluido e prevede numerose modifiche lungo il percorso.

Hookup, 2018. Marble, wool, paint. Ph. John Janca. Courtesy of Stephanie Robison

Qual è stato il momento di svolta in cui ha capito il suo “vissi d’arte”?
C’è un’opera dei miei esordi che ha segnato uno spartiacque personale. Era il 2011 e credo fosse solo la quinta o la sesta scultura che realizzavo in pietra. Scolpii una forma simile a una nuvola in marmo giallo, un materiale incredibilmente sensuale ma con una qualità quasi disturbante. Mi affascinava il fatto che lo stesso materiale potesse evocare sia bellezza che una lieve repulsione all’interno della stessa opera. Poi incavai una sezione centrale e la rivestii in vinile blu. Fu il momento in cui sentii di aver creato qualcosa di potente e autentico. Per la prima volta, un mio lavoro mi sembrava davvero originale, non derivativo. Ancora oggi lo guardo con ammirazione, soprattutto per il modo in cui sono riuscita a fondere quei due materiali. Mi diede la fiducia necessaria per continuare, anche se ci sono voluti anni prima che sentissi di aver raggiunto di nuovo lo stesso livello di magia.

Come mai le piace così tanto la pietra, che è una costante nel suo lavoro?
Quando ho iniziato a lavorare la pietra ero affascinata dalla sua durezza, dalla precisione con cui si spezza, dalla sua capacità di cedere e rispondere allo scalpello. Inizialmente ero determinata a far sì che il materiale riflettesse esattamente l’immagine che avevo in mente. Ovviamente, questo si rivelò frustrante a causa della mia inesperienza: alcune opere mi hanno richiesto più di dieci anni prima che acquisissi le competenze necessarie per realizzarle completamente. Ma una volta raggiunto quel livello tecnico ho capito che il vero piacere del lavoro risiedeva nel processo stesso. Ho scoperto che mi sentivo più appagata quando mi permettevo di sperimentare e lasciare che la forma emergesse man mano. Aprirmi a questa possibilità ha reso il mio lavoro più dinamico e mi ha dato una spinta creativa costante.

Prehistoric tv, 2016. Limestone, travertine, fabric, sand, crayon. Ph: Ph. John Janca. Courtesy of Stephanie Robison

Poi però sono arrivati gli altri materiali…
Amo la materia in ogni sua forma, e amo imparare cose nuove (motivo per cui insegno). Sperimentare con altri materiali mi aiuta a mantenere vivo l’interesse. È stato affascinante scoprire che l’infeltrimento ad ago della lana è un processo riduttivo, proprio come la scultura su pietra. All’inizio la lana è soffice e occupa molto spazio, ma con l’ago si compattano e si intrecciano le fibre, riducendo il volume in modo significativo.

Come mai questa scelta di combinare materiali così eterogenei, quasi “opposti”?
Mi ispirano l’arte e il design che costringono a guardare le cose in modo diverso. Quando sperimento con i materiali, il mio obiettivo è arrivare a qualcosa che mi sorprenda e susciti entusiasmo. Trovo questa tensione soprattutto nell’accostamento di elementi rigidi e morbidi. Questa, naturalmente, è anche la sfida più grande. Un altro aspetto che ricerco sempre è lasciare spazio ai materiali affinché possano interagire tra loro: svilupparli simultaneamente permette loro di fondersi in modo organico e coerente.

Nella sua arte così processuale c’è un messaggio o una parte introspettiva?
Entrambi gli aspetti precipitano nel mio gesto artistico. Il desiderio di esprimermi attraverso i materiali e il processo di scoperta gioca un ruolo dominante. Ma è vero che, inevitabilmente, ciò che accade nella mia vita si riflette nel mio lavoro, attraverso la manipolazione della materia e la mia risposta a essa. Mi lascio guidare dal materiale, trovando ogni forma attraverso un processo di azione e reazione. La fisicità del lavoro e la natura laboriosa dei materiali richiedono un’attenzione prolungata e intensa, trasformando il processo in una sorta di meditazione su ciò che mi circonda e su quello che accade dentro di me.

Internal musings, 2023. Marble, wool. Ph: John Janca. Courtesy of Stephanie Robison

In passato ha parlato spesso di “memoria muscolare” e di come la scultura coinvolga il corpo. Ci può spiegare meglio questo concetto?
La scultura è una forma d’arte affascinante perché occupa spazio e il corpo si relaziona fisicamente con essa, anche senza toccarla direttamente. Gli oggetti più piccoli possono suscitare sensazioni di protezione o dominio, mentre una scultura a grandezza umana o di dimensioni maggiori genera una risposta completamente diversa. Trovo questo aspetto incredibilmente interessante e potente come strumento di comunicazione e coinvolgimento del pubblico. La memoria muscolare deriva dall’atto fisico della creazione: quando sono immersa nel processo e nel suo flusso, sento una forte connessione con i miei strumenti e con la superficie della forma che sto modellando.

L’umorismo è una componente evidente nel suo lavoro: la pianifica o emerge spontaneamente durante il processo creativo?
Mi piace ridere e trovare il lato umoristico delle cose, e questo inevitabilmente si riflette nel mio lavoro. Mi piacerebbe dire che l’umorismo emerge spontaneamente, ma probabilmente è più una diretta espressione di come interagisco con il mondo. Trovo divertente e stimolante accostare materiali con connotazioni molto diverse, come il marmo – associato all’eleganza, alla serietà, alla rigidità – e un materiale soffice, indefinito, quasi giocoso o ingenuo. Queste contrapposizioni mi permettono di ribaltare le aspettative e dare ai materiali una nuova lettura, spesso con un tocco di ironia.

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