Sotto coperturaTrump usa la guerra commerciale per far entrare Starlink nei mercati esteri

Secondo il Washington Post, la Casa Bianca vuole costringere i Paesi sotto minaccia di dazi ad accogliere i satelliti di Musk, senza accordi formali, ma con pressioni sistematiche

Unsplash

Il Washington Post ha ottenuto documenti interni del Dipartimento di Stato che rivelano come l’amministrazione Trump stia spingendo governi stranieri, spesso sotto la minaccia di pesanti dazi, ad approvare l’ingresso del servizio internet satellitare di Elon Musk. Il nome è sempre lo stesso: Starlink, lo stesso al centro di una trattativa da 1,5 miliardi di euro portata avanti dal governo Meloni. Il punto però è che Musk non è solo un imprenditore: ha versato duecentosettantasette milioni di dollari al Partito Repubblicano nella scorsa campagna elettorale e anche per questo è stato nominato responsabile del Doge, la nuova agenzia federale che coordina i dati governativi della pubblica amministrazione americana.

Il caso simbolo è Lesotho, piccola enclave indipendente dentro il territorio del Sud Africa, lo Stato dove è nato Musk. Il Lesotho ha due milioni di abitanti e nessuna licenza satellitare, fino a pochi mesi fa. Due settimane dopo l’annuncio di Trump su tariffe al cinquanta per cento contro le sue esportazioni, il regolatore delle telecomunicazioni locali ha concesso a Starlink il primo lasciapassare decennale per operare nel paese. «Il governo di Lesotho spera che la licenza a Starlink dimostri buona volontà e apertura verso le imprese americane», si legge in un cablogramma diplomatico ottenuto dal Washington Post.

Il caso non è isolato. India, Pakistan, Bangladesh, Vietnam, Somalia, Congo e persino Mali: Paesi diversi, contesti complessi, un comune denominatore. Ovunque appaia la minaccia di dazi, poco dopo compare anche l’opportunità di una licenza Starlink.

Non ci sono prove, ribadisce il Washington Post, di uno scambio diretto: nessun documento parla esplicitamente di favori in cambio di concessioni commerciali. Ma il linguaggio dei cablogrammi, e la frequenza con cui Starlink viene nominata nelle comunicazioni tra ambasciate e governi locali, non lascia dubbi sull’attivismo della diplomazia americana nel promuovere l’azienda. Alcuni Paesi hanno persino accelerato le approvazioni amministrative con l’intento dichiarato di «facilitare accordi commerciali» con gli Stati Uniti, come confermato da due fonti vicine al governo indiano.

Il Segretario di Stato americano Marco Rubio ha firmato almeno due circolari diplomatiche nelle quali si chiede esplicitamente ai funzionari di «sostenere i servizi satellitari americani, inclusa Starlink», contro la concorrenza russa e cinese. In un messaggio del 28 marzo, si legge: «Il sostegno del governo statunitense è essenziale per mantenere e rafforzare il vantaggio competitivo globale di Starlink».

L’amministrazione Trump, al momento, ha negato qualsiasi conflitto d’interesse. «L’unico criterio nei negoziati commerciali è l’interesse del popolo americano, che comprende il successo delle aziende nazionali all’estero», ha dichiarato Kush Desai, portavoce della Casa Bianca. Il Dipartimento di Stato ha aggiunto che «Starlink è un prodotto americano rivoluzionario» e che «ogni patriota dovrebbe volere il suo successo globale, soprattutto rispetto ai concorrenti cinesi compromessi».

Secondo stime preliminari di Quilty Space, Starlink potrebbe generare ricavi per oltre un miliardo di dollari all’anno conquistando anche solo l’un per cento del mercato indiano. Gli stessi margini si profilano in Africa e America Latina. Ecco perché gli occhi della diplomazia si sono posati su mercati come il Mali, dove l’ambasciata americana ha già identificato una società locale pronta a gestire il franchising Starlink. In Cambogia, un cablogramma del 4 aprile descrive la reazione all’imposizione del quarantanove per cento di tariffe come uno “shock”, e riporta che i rappresentanti della camera di commercio hanno raccomandato “azioni decisive”, tra cui l’approvazione dell’ingresso di Starlink come gesto distensivo verso Washington.

X