
Mentre Trump continua a illudersi che Putin possa essere un interlocutore credibile, l’Ucraina ha fatto una scelta radicale: costruire un esercito capace di reggere il peso della guerra, fondandosi su una rete operativa che integra osservazione, coordinamento digitale e uso sistematico di droni offensivi. La svolta è nata sul campo, in laboratori improvvisati e reparti che hanno imparato a trasformare l’assenza di mezzi in metodo. L’Ucraina non ha ricevuto una dottrina, l’ha costruita da sola, adattandosi di continuo a un nemico numericamente e tecnologicamente superiore. Ciò che manca viene sostituito con ingegno e velocità di reazione. La guerra è stata riscritta, perché non c’era alternativa.
Come spiega la giornalista ucraina Nataliya Gumenyuk in un lungo approfondimento per The Atlantic, è questa nuova forma di guerra a tenere in vita l’Ucraina, nonostante la stanchezza degli alleati e l’incertezza strategica imposta dalla Casa Bianca. Oggi, il conflitto non si misura più con l’avanzamento delle truppe. Il cielo basso è il nuovo spazio operativo, e il drone ha sostituito la presenza fisica del soldato. Non è più solo un’arma: è lo strumento con cui si vede, si decide, si sopravvive.
La 13ª Brigata Khartiia, nella regione di Kharkiv, rappresenta uno dei punti di eccellenza di questa trasformazione. Ogni trincea improvvisata del nemico (in gergo tecnico, dugout) è tracciato su Delta, il sistema digitale ucraino che integra dati da droni, satelliti e intelligenza di campo. Le decisioni vengono prese in tempo reale su display a più schermi, dove mappe colorate indicano la sopravvivenza o la distruzione di postazioni russe. Ma sotto l’alta tecnologia si nasconde una quotidianità primitiva: buche per due uomini, escrementi raccolti in sacchetti, turni scanditi dalla possibilità (o meno) che piova.
Dall’altra parte del fronte, anche la Russia ha iniziato ad adattarsi, impiegando droni a fibra ottica non intercettabili e intensificando il jamming dei segnali. Ma l’asimmetria resta: mentre Mosca centralizza, Kyjiv decentralizza. I droni ucraini, costruiti da più di centocinquanta aziende locali, cambiano configurazione ogni settimana, rispondendo direttamente ai bisogni dei reparti avanzati. Non esiste una “linea di produzione” nel senso industriale del termine: esiste un ecosistema. Oleksandr Pipa, ex musicista rock e oggi produttore di droni, lo definisce «un esercito di formiche». Il risultato è un’incertezza permanente per il nemico.
La 93ª Brigata Meccanizzata “Kholodnyi Yar”, nota per le sue campagne passate in Africa e per la difesa di Bakhmut, oggi combatte quasi esclusivamente attraverso piloti di droni. Yenot, ex impiegato di banca diventato operatore kamikaze, può colpire un bersaglio da chilometri di distanza, anche se non sempre con successo. Durante una missione ha lanciato cinque droni per danneggiare un carro armato: non per distruggerlo, ma per renderlo vulnerabile a un attacco successivo. Ogni scelta tattica è un dilemma etico, operativo, logistico. E spesso si prende senza nemmeno avere il tempo di mangiare.
Nelle aree più esposte, come Pokrovsk nel Donbas, anche brigate meno esperte come la 68ª Jaeger si sono adattate a questo nuovo teatro bellico. L’addestramento tradizionale è stato sostituito dall’autoapprendimento e dall’ingegneria empirica. Soldati mai saliti su un aereo civile ora pilotano droni d’avanguardia. Medicamenti, viveri, ordini: tutto viaggia per via aerea, anche sotto la pioggia. La morte arriva spesso senza suono, e la sopravvivenza dipende da fattori atmosferici. Quando piove, si cambia turno. Se c’è il sole, si resta a terra. Per settimane.
Nella guerra elettronica e dei segnali, nessun vantaggio dura a lungo. Ogni contromisura genera una contromossa. Ogni innovazione diventa obsoleta nel giro di settimane. È un conflitto in cui anche la superiorità spaziale, che un tempo si dava per scontata, viene erosa dai jammer e dai droni con Gps resistenti allo spoofing, ovvero alla tecnica con cui un sistema inganna un altro sistema facendogli credere che un segnale falso sia autentico.
Il sostegno degli Stati Uniti rimane però ancora vitale in certi segmenti – come la fornitura dei missili Patriot per la difesa delle città – anche se sempre più incerto. E nel marzo 2025, la sospensione temporanea degli aiuti ha dimostrato quanto sia fragile l’impalcatura diplomatica su cui poggia la resistenza. Ma la vera domanda non è se l’Occidente continuerà a inviare armi, ma se sarà disposto a riconoscere che, nel frattempo, l’Ucraina ha costruito qualcosa di irriducibilmente proprio. E che ora, nella notte elettronica del Donbas, resistere non è più solo una strategia militare. È diventato, giorno dopo giorno, l’unico modo per esistere.