ResetLondra accetta le regole Ue in cambio di stabilità difensiva ed energetica

In cambio di accesso ai programmi comuni su sicurezza, energia e mobilità, il Regno Unito si adegua al principio di allineamento dinamico al diritto europeo

LaPresse

Nove anni dopo il referendum sulla Brexit, Regno Unito e Unione Europea hanno firmato oggi a Londra un nuovo e ampio accordo di partenariato che include cooperazione su difesa, sicurezza, pesca ed energia. Un’intesa che appare come il primo passo concreto verso un riavvicinamento stabile tra Londra e Bruxelles. Anche se bisogna capire se si tratta in realtà di un gesto pragmatico tra ex partner commerciali o dell’inizio di un graduale ritorno del Regno Unito nell’orbita politica e normativa dell’Unione. 

Per ora, il pacchetto segna il punto di massima convergenza da quando la Brexit è divenuta realtà. Tre gli assi portanti dell’accordo: una dichiarazione congiunta di intenti politici, un partenariato strutturato su sicurezza e difesa, e una Common Understanding che definisce le traiettorie di cooperazione futura. Ma ciò che rende l’intesa davvero significativa è la sua natura di rottura: per la prima volta dalla separazione, Londra accetta il principio di adesione progressiva a norme e meccanismi dell’Ue, incluso il controverso dynamic alignment, che implica l’adattamento continuo alla legislazione europea. Una svolta silenziosa, ma potenzialmente dirompente.

La pietra angolare dell’accordo è il Security and Defence Partnership, un quadro di cooperazione strategica che abbraccia cybersecurity, guerra ibrida, protezione delle infrastrutture critiche, e gestione delle crisi. Si prevede un dialogo politico regolare su scenari chiave come Ucraina, Balcani occidentali e Indo-Pacifico, con l’obiettivo dichiarato di rafforzare la capacità di risposta congiunta a minacce emergenti.

La novità più significativa è l’accesso possibile del Regno Unito a programmi congiunti di procurement della difesa europea, come il futuro Safe (Security and Defence Action for Europe), fondo da centocinquanta miliardi di euro. «La conclusione del partenariato consente al Regno Unito di partecipare ad azioni comuni di procurement» si legge nei documenti ufficiali. Londra dovrà però negoziare un accordo bilaterale specifico e contribuire finanziariamente, in linea con le regole UE sui paesi terzi.

Sul fronte della pesca, il governo britannico ha accettato un’estensione dell’accesso reciproco alle acque fino al 2038. È un’estensione di dodici anni rispetto alla scadenza originaria del 2026 prevista dal Trade and Cooperation Agreement (Tca), che ha suscitato l’immediata reazione della destra euroscettica. Nigel Farage ha definito l’accordo una «resa totale», mentre la leader conservatrice Kemi Badenoch ha accusato il governo Starmer di «diventare nuovamente un prigioniero delle regole di Bruxelles».

Tuttavia, l’intesa garantisce stabilità e prevedibilità per le flotte di entrambi i lati della Manica, evitando il rischio di nuove tensioni sulla pesca, come quelle scoppiate in passato tra il Regno Unito e alcuni Paesi europei per l’accesso alle acque del Mare del Nord. Sarà formalizzata entro un mese con un protocollo vincolante.

La cooperazione energetica è l’ambito in cui il riavvicinamento è più evidente, e più controverso. Londra ha accettato di esplorare la propria partecipazione al mercato unico europeo dell’elettricità, con la possibilità di adeguarsi dinamicamente alle norme Ue e accettare il ruolo della Corte di Giustizia europea come ultimo arbitro giuridico. Il riferimento esplicito al coinvolgimento della Corte rappresenta un ritorno simbolico e sostanziale alle logiche del diritto comunitario, sebbene in un contesto post-adesione.

La presidente della Commissione Ursula von der Leyen aveva già denunciato, nelle scorse settimane, l’inefficienza delle attuali regole ad hoc, sottolineando l’impatto negativo su investimenti e bollette. L’accordo potrà dunque favorire nuovi investimenti verdi nel Mare del Nord e ridurre i costi energetici per i consumatori, ma il prezzo politico potrebbe essere elevato per Downing Street.

Un altro fronte delicato è quello della mobilità giovanile. Il governo britannico e la Commissione hanno avviato i lavori per un nuovo Youth Experience Scheme, che consenta ai giovani di viaggiare, studiare o lavorare temporaneamente nei rispettivi territori. Inoltre, si prospetta il ritorno del Regno Unito nel programma Erasmus+, abbandonato con la Brexit. L’obiettivo è definire condizioni finanziarie e operative equilibrate. Tuttavia, il governo britannico resta cauto, temendo un impatto sulle statistiche migratorie.

Sul fronte lavorativo, si annunciano nuovi colloqui sul riconoscimento delle qualifiche professionali e la semplificazione delle procedure per il trasferimento temporaneo di personale tra i due blocchi. Le imprese, da tempo, chiedono una maggiore fluidità nella mobilità dei servizi.

L’accordo rafforza anche la cooperazione giudiziaria e di polizia, soprattutto attraverso Europol. Sono previsti nuovi scambi di dati su Dna, impronte digitali e immatricolazioni, oltre alla possibilità di condividere immagini facciali e dati dei criminali di Paesi terzi. In ambito civile e commerciale, viene accolta con favore l’entrata in vigore della Convenzione dell’Aja sul riconoscimento delle sentenze.

Sull’immigrazione irregolare, le due parti si impegnano a condividere informazioni e best practice, con l’obiettivo di prevenire gli attraversamenti illegali della Manica e rafforzare la cooperazione con Paesi terzi lungo le rotte migratorie.

X