L’ospedale Soroka Medical Center di Beersheba, colpito proditoriamente da un missile balistico iraniano nella giornata di ieri, rappresenta per Israele un simbolo della sua storia e della sua capacità di integrare genti da ogni parte del mondo. Il crimine messo in atto dai mullah, colpendo un luogo di cura dove si cerca di salvare vite umane, è qualcosa di odioso e di imperdonabile.
Qualche anima bella potrebbe obiettare che anche a Gaza sono stati colpiti, in questo anno e mezzo di guerra al terrorismo di Hamas, degli ospedali. La risposta è molto semplice. Negli ospedali israeliani si curano i malati e non si nascondono nei tunnel centri di comando terroristici. I medici israeliani mettono in pratica il giuramento di Ippocrate e non la carta di Hamas, come il trattamento riservato ai rapiti del 7 ottobre ha purtroppo confermato, viste le condizioni di salute precarie con le quali gli ostaggi, picchiati, seviziati e malcurati, sono tornati dalla prigionia.
L’Iran stesso si è difeso dicendo che il centro medico sarebbe stato una copertura per l’esercito israeliano, ma ovviamente la fake news è risibile, non fosse altro perché non si vede la ragione per la quale Israele dovrebbe nascondere siti militari in un ospedale, piuttosto che avere, come ha, basi e caserme del tutto identificabili nel paese e, allo stesso tempo, funzionali allo scopo. Come documentato più volte dal 7 ottobre 2023, sono i terroristi di Hamas a nascondersi negli ospedali, a utilizzare i malati come scudo e i loro sotterranei come veri centri di comando paramilitari.
Il Soroka ha una storia importante e, allo stesso tempo, gloriosa. L’ospedale nasce come tale nel 1956 per volere del primo ministro David Ben Gurion, poche settimane prima che scoppiasse la guerra del canale di Suez. Grazie alla lungimiranza del premier, fu immediatamente funzionale come luogo di soccorso per i soldati feriti in battaglia durante quella guerra. Il Soroka nasceva su una struttura medica già esistente, collegata alla Histadrut, il sindacato di Israele, un anno dopo la nascita dello Stato, il 14 maggio del 1948.
Il Clalit Health Fund of the Hebrew Workers fungeva da clinica per i malati iscritti al sindacato, mentre l’ospedale più vicino era situato nella città di Rehovot. Grazie alla generosità di alcuni filantropi, tra cui Moshe Soroka, presidente dei servizi sanitari di Clalit, con la volontà politica dell’allora sindaco di Beersheba David Tuviyau e, soprattutto, di Ben Gurion che voleva fortemente che si aprisse un ospedale nel Negev, fu decisivo l’apporto di Dov Begun, rappresentante dell’Histadrut negli Stati Uniti, che convinse David Dubinsky, presidente dell’Unione dei lavoratori americana, a compiere la donazione decisiva per la realizzazione dell’ospedale.
Dalla prima pietra, nel 1956, il nosocomio aprì nell’ottobre del 1959 e, da allora e assieme al Barzilai Center di Askelon, rappresenta un presidio medico-chirurgico fondamentale e un campus universitario importante per il paese.
La città di Beersheba ha avuto, negli ultimi decenni, un grandissimo incremento demografico e, per la sua posizione geografica, situata esattamente a poca distanza dalla linea di confine con Gaza, una grande importanza strategica. Per questo, la struttura in questi anni si è prestata frequentemente alle cure dei militari feriti in azione e, dal 7 ottobre 2023, ha accolto i sopravvissuti alla strage nazi-islamista di Hamas e alcuni dei rapiti rilasciati dai terroristi.
Enorme l’impegno del Soroka nel prestare le cure a un bacino di un milione di residenti nell’area sud di Israele. La sua caratteristica è quella di essere un ospedale multietnico, tanto nel personale che ci lavora quanto tra i fruitori dell’assistenza medica. Ebrei, arabi israeliani, beduini si trovano frequentemente vicini in uno dei 1191 posti letto della struttura, curati da medici provenienti da ogni nazione del mondo. Si potrebbe dire che il microcosmo del Soroka rappresenta perfettamente quel melting pot che fa parte del modo di vivere e di essere della nazione, dove non ci sono cittadini di serie A o di serie B.
Lo stesso Yahya Sinwar, nel 2004, fu curato dai medici israeliani del Soroka per un tumore al cervello e gli salvarono la vita, a dimostrazione dell’eticità di Israele e dei suoi medici.
Nella mente criminale degli ayatollah, che non esitano a impiccare la propria gente, usare violenza sui loro concittadini, far sparare dai Pasdaran ai genitali e agli occhi delle giovani donne che manifestano contro il regime per danneggiarne la vista e la possibilità di essere fertili, una struttura medica come il Soroka rappresenta quella volontà di curare il prossimo che, nel loro nichilismo, è inaccettabile.
Un obiettivo scelto non a caso, un messaggio carico di odio e di morte contro chi la vita, come fa il Soroka Medical Center di Beersheba, cerca di preservarla, che si tratti di ebrei o non ebrei. I diciassettemila nati nella struttura in media ogni anno lo stanno a testimoniare.