
Da una parte, la volontà di tutelare i dati della pubblica amministrazione, dall’altra, l’urgenza di contrastare la guerra ibrida russa nelle acque del Baltico. In Danimarca, la corsa alla sovranità tecnologica intreccia interessi di natura geopolitica, legati soprattutto alla crescente ingerenza esercitata negli ultimi mesi da parte degli Stati Uniti. Ma a Copenaghen c’è chi guarda con preoccupazione a un doppio standard in campo civile e militare, con una sindrome da coperta corta che – da ogni parte la si tiri – finisce per lasciare scoperto un lato sensibile per l’intero Paese: quello dei dati.
Parlando con i media locali, appena qualche giorno fa la ministra per gli Affari digitali, Caroline Olsen, ha confermato il progetto di sostituire, entro la fine dell’anno, i software Microsoft in uso presso gli uffici pubblici: addio pacchetti Office di marca statunitense, al loro posto pronto a subentrare LibreOffice, il programma open source sviluppato dalla casa tedesca Document Foundation. Una mossa dalla forte connotazione strategica, che si traduce, senza troppe difficoltà, con il desiderio di tutelarsi dalla crescente preoccupazione che Washington possa escogitare qualche tipo di ripercussione in chiave tech contro la Danimarca, considerati gli attriti legati alle rivendicazioni del presidente Donald Trump sulla Groenlandia.
Nell’era in cui il dato assurge a unità di misura della nuova potenza di fuoco dei Grandi del mondo, svincolare la pubblica amministrazione dall’utilizzo di software americani, in un periodo contrassegnato dalle tensioni commerciali e politiche tra Europa e Stati Uniti, avrebbe il vantaggio di sventare eventuali blocchi ai sistemi nevralgici danesi o sovraesposizioni di informazioni riservate, orchestrate dall’altro lato dell’Atlantico.
Se l’emancipazione dal monopolio dei dati da parte di Big Tech appare una priorità per il governo della Danimarca, lo stesso sembra però non valere quando c’è in ballo il tema della difesa. Quasi in concomitanza con l’annuncio della sostituzione dei software Microsoft, la marina danese ha dispiegato nel Mar Baltico una squadriglia di droni a guida autonoma Saildrone, capaci di garantire fino a cento giorni di pattugliamento.
Da un punto di vista tecnico, queste imbarcazioni altamente tecnologizzate, lunghe dieci metri e simili in tutto e per tutto a delle barche a vela, sono state progettate allo scopo di raccogliere dati attraverso un computer di bordo a intelligenza artificiale: grazie a un sofisticato sistema di radar, sensori e telecamere, queste vedette tech riescono infatti a mappare l’attività marittima in modo molto più dettagliato perfino rispetto a quanto fanno i satelliti.
Fin qui nulla di strano, considerate le continue tensioni nelle acque del Nord: i droni Saildrone, tuttavia, vengono prodotti dall’omonima azienda californiana, ed è bastato questo a far scoppiare la polemica. Già attiva al servizio della US Navy, la marina militare statunitense, per il contrasto al narcotraffico e alla pesca illegale, con lo schieramento al largo della Danimarca il gruppo americano sbarca per la prima volta nel campo – e nel mercato – della difesa europea.
Al momento, sono quattro i droni a vela impiegati da Copenaghen in quelli che vengono definiti «test operativi», in vista del lancio ufficiale delle attività di monitoraggio che, per coprire adeguatamente tutto lo specchio d’acqua, necessiterebbero di almeno altri quindici droni.
Il Baltico, infatti, è attraversato costantemente dalle imbarcazioni della cosiddetta flotta fantasma al servizio della Russia, composta da petroliere e navi commerciali battenti bandiere di Paesi terzi, che trasportano il greggio in modo da aggirare le sanzioni occidentali e generare un guadagno mensile vicino ai dodici milioni di euro. A questo vanno aggiunti i danneggiamenti delle infrastrutture critiche per le forniture energetiche o per i cavi sottomarini fondamentali per le telecomunicazioni, messe in pratica in modo quasi sistematico da imbarcazioni riconducibili alla guerra ibrida mossa dal Cremlino.
Sulla scia delle tensioni con la Casa Bianca, l’accordo per la fornitura di droni ha generato però aspre polemiche, soprattutto nelle più alte sfere del tech danese. L’ingegnere informatico David Heinemeier Hansson, in un’intervista all’emittente danese DR, ha dichiarato: «Il problema con le aziende americane è che devono rispettare le leggi, i decreti e il presidente americano», con il rischio – sostiene – che possa «richiedere dati e chiudere un account in qualsiasi momento». Predica cautela, invece, il presidente del Consiglio danese per la sicurezza informatica, Jacob Herbst: «Data la situazione internazionale che stiamo osservando attualmente, è ovvio che bisogna riflettere molto attentamente quando si scelgono i fornitori americani».
Dalla Saildrone fanno sapere che i droni impiegati in Danimarca sono dotati di una crittografia completa dei dati, proprio in virtù della loro delicatezza strategica. La questione, tuttavia, rimane, e porta allo scoperto una sorta di doppio standard in termini di sicurezza civile e militare, da controbilanciare necessariamente con la disponibilità di valide alternative proprietarie. Quello che da molti osservatori è stato attaccato come un dualismo incoerente, a conti fatti sembra essere motivato da una precisa strategia calibrata su due fronti geopolitici distinti, che tira in ballo l’Europa e, più nello specifico, il suo grado di sviluppo in termini di progresso tecnologico.
Se l’abbandono di Microsoft può essere letto coerentemente nell’ambito della corsa europea all’autonomia digitale, lo stesso non può dirsi né applicarsi al contesto militare. Contro le minacce russe, la Danimarca ha dimostrato di privilegiare l’efficacia immediata: trovatasi davanti a un bivio, Copenaghen non ha avuto difficoltà a scegliere la strada che porta dritta in America: l’assenza di equivalenti europei maturi, infatti, ha reso questa scelta quasi inevitabile, per di più mitigata da clausole di cifratura dati, come garantito dal ceo di Saildrone, Richard Jenkins.
Un eventuale blocco dei software civili da parte degli Stati Uniti potrebbe finire per causare una paralisi amministrativa, con costi politici ed economici insostenibili. Nel caso delle tecnologie militari, invece, i rischi legati alla dipendenza dagli Usa sono bilanciati, innanzitutto, dall’impellenza di proteggere infrastrutture critiche, come gli oleodotti e i cavi per il trasferimento dati. La formula, in definitiva, appare questa: cautela, laddove possibile, versus certezza, laddove necessaria.
Un dualismo che riflette un dilemma continentale: l’Europa promuove l’autonomia tecnologica, come nel caso del cloud Gaia-X, ma al tempo stesso riconosce che la difesa richiede pragmatismo. Con la conseguenza che, mentre nel settore civile si investe – e si può investire – su un futuro open source, in ambito militare si adottano soluzioni pronte all’uso anche extra-UE. E sembra non si possa fare diversamente, almeno per il momento.