TrumponomicsLa strategia trumpiana sul debito americano è un azzardo pericoloso per i mercati

Nel 2025 scadrà un terzo del debito pubblico statunitense, mentre il deficit continua a crescere. La combinazione tra obbligazioni a breve termine e tassi d’interesse in rialzopotrebbe esporre gli Stati Uniti a un’ondata di sfiducia globale

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Il mercato obbligazionario americano è in grande fibrillazione. Circa novemiladuecento miliardi di dollari in titoli del Tesoro statunitensi, pari a un terzo di tutto il debito e quasi il trenta per cento del Pil statunitense, scadranno nel 2025. Se a ciò si aggiunge il deficit federale di millenovecento miliardi previsto dal Congressional Budget Office (Cbo), ma sarà di più, quest’anno l’emissione totale di titoli supererà di molto i diecimila miliardi di dollari. Una buona parte dell’ammontare è fatta di obbligazioni a breve scadenza di un anno, i Treasury bill. Mai successo prima al mondo. Per il prossimo decennio, le previsioni del Cbo evidenziano i deficit tra il cinque e il sette per cento del Pil, il che aggiungerebbe almeno altri ventunomila miliardi di dollari di nuovo debito entro il 2034.

Per il momento, le aste di vendita dei bond americani hanno resistito. Il tasso d’interesse dei titoli decennali è passato, però, dal 3,8 a oltre 4,5 per cento, avvicinandosi al fatidico cinque per cento, oggettivamente e psicologicamente pericoloso. Tale livello anticipò le gravi crisi del 2000 e del 2008. Inoltre, alti tassi d’interesse non fanno altro che aumentare il debito. Quest’anno gli interessi dovrebbero superare i mille miliardi. Dal 2027, la quota degli interessi passivi sul bilancio è triplicata.

Ovviamente, il gigantesco debito americano non è imputabile solo a Donald Trump, anche se nella sua prima presidenza vi aveva contribuito parecchio. Però, il suo comportamento di oggi, erratico e aggressivo sui dazi e nei rapporti geopolitici internazionali, ha sconquassato un ordine mondiale già molto precario e ha creato enormi problemi nella gestione del debito statunitense. L’incertezza delle politiche americane rischia di raffreddare la propensione di molti governi, e di tante grandi banche e fondi internazionali, ad acquistare i bond americani. Anche le frasi offensive espresse nei confronti di molti Paesi, a cominciare da quelli europei e dai Brics, non paiono un incentivo alla fiducia.

Trump e il suo governo non possono pensare che le sparate verbali bastino a calmare i mercati e convincerli della bontà dei titoli Usa. I mercati non sono guidati dagli executive order presidenziali. Infatti, l’Amministrazione si sta arrampicando sugli specchi per trovare delle toppe, dopo le recenti, evidenti turbolenze sui mercati dei titoli del Tesoro.

In primo luogo, Trump ha minacciato di cacciare il governatore della Federal Reserve, Jerome Powell, se non avesse abbassato i tassi d’interesse. Powell si è opposto, poiché sa che la guerra dei dazi farà, tra l’altro, lievitare i prezzi e alzare il tasso d’inflazione. Per il momento, lo scontro è stato vinto dal governatore, che è rimasto al suo posto, di fatto supportato dal tradizionale mondo economico e finanziario statunitense.

La seconda mossa di Trump è quella di far approvare dal Congresso una legge, la notoria Genius Act, che consentirebbe agli emittenti e ai gestori delle stablecoin di acquistare titoli di Stato, in particolare i Treasury bill, e di metterli a garanzia delle criptovalute solitamente legate al dollaro. Se la legge passasse, ci si aspetta una crescita di questo mercato di almeno duemila miliardi di dollari, che potrebbero essere usati per comprare titoli statunitensi. Per Trump e i suoi guru, ciò aiuterebbe il mercato obbligazionario.

In questi giorni, poi, la Camera dei deputati ha approvato un disegno di legge «One Big Beautiful Bill Act»(!), che, nella sezione 899, afferma di voler aumentare la tassazione sui dividendi, sui profitti e sugli asset detenuti da banche e dai fondi d’investimento registrati in Paesi stranieri che sono ritenuti fiscalmente ostili nei confronti degli Usa. In pratica, sono tutti quelli che non obbediscono prontamente ai dettami trumpiani. Ciò fa parte della promessa, come con i dazi, di incassare di più da quel «mondo sfruttatore della generosità americana», per arricchire gli americani. Secondo noi, è una mossa che induce alla fuga, piuttosto che a maggior fiducia nell’America di oggi.

L’altra iniziativa, ancora più importante, è rivolta alle autorità di regolamentazione statunitensi – la Federal Reserve, la Federal Deposit Insurance Corporation e l’Office of the Comptroller of the Currency – che sono chiamate dal governo a modificare, cioè a diminuire, la quantità di liquidità che le banche sono tenute ad accantonare a copertura dei loro investimenti, rendendole così disponibili per maggiori prestiti e per altre attività, in particolare sui mercati dei titoli del Tesoro. Si tratta di ridurre il coefficiente della famosa leva finanziaria: più titoli emessi in rapporto a una sempre minore garanzia. Sarebbe un enorme regalo al sistema bancario americano, che si dice entusiasta della riforma.

La leva finanziaria, già in passato, ha giocato un ruolo nefasto sul mercato dei derivati non regolamentati, la cui bolla ha contribuito enormemente alla crisi del subprime. Per le maggiori banche globali, detto coefficiente è del cinque per cento, cioè cinque dollari accantonati per ogni cento investiti, ed era stato imposto proprio a seguito della grande crisi del 2007–2009. Le banche più grandi, che sono anche i principali partecipanti al mercato dei titoli del Tesoro, ne trarrebbero i benefici più diretti. I rischi, naturalmente, sarebbero innanzitutto per i piccoli investitori.

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