Oltre il mare Dieci consigli per innamorarsi della Sardegna

L’estate è arrivata e l’isola comincia a entrare nella sua stagione più viva. Ma al di là di quello che conosciamo, c’è una terra tutta da scoprire e da amare

Le prime ondate di turisti, le spiagge che cominciano ad affollarsi, il termometro che supera i trenta gradi, il vento di Maestrale che entra la sera per farti respirare. La Sardegna si prepara a vivere la sua estate, quella classica da cliché, fatta di mare, tramonti e spaghetti alla bottarga. Ecco, quindi, dieci punti da tenere in considerazione, dieci cose da segnare, se avete la valigia pronta per l’Isola, ma soprattutto se siete tra coloro che scelgono di atterrare in Sardegna fuori stagione e durante tutto l’anno. Detto tra noi, l’ultima opzione è senza dubbio quella più interessante e vi farà scoprire una terra che difficilmente non amerete. 

A colazione fate come i cagliaritani: cappuccino e pizzetta
La forma rotonda perfetta. Il sapore mediterraneo del cappero, del pomodoro e dell’acciuga racchiusi in un guscio croccante di pasta sfoglia. No, non una sfoglia alla francese, ma una sfoglia a “sa casteddaia” (alla cagliaritana). Pochi e semplici ingredienti che danno vita a uno cibi più identitari di Cagliari: la pizzetta sfoglia. Talmente identitaria che tra gli oltre duecento PAT sardi c’è anche lei, la regina indiscussa di bar e pasticcerie. Perché quel piccolo involucro di pasta sfogliata, dal sapore sapido e dolce allo stesso tempo, è sempre presente, nei ricordi e nella quotidianità. Nelle feste dei più piccoli, per l’aperitivo, ma soprattutto a colazione, accanto a caffè e cappuccino. Si potrebbe addirittura parlare di colazione in stile cagliaritano. C’è chi utilizza quelle pronte e precotte, chi fortunatamente le produce internamente o le acquista da chi le sa fare a regola d’arte. Se siete celiaci, andate da Verì Pan Cafè: troverete ottime pizzette sfoglia rigorosamente senza glutine. Il consiglio è di provarla sempre e comunque, con un ma: più vi allontanerete da Cagliari e più rimarrete delusi. A buoni viaggiatori, poche parole. 

Mai più senza… Il maritozzo di Ditrizio
Lo sappiamo, non siamo a Roma e uno da queste parti si aspetterebbe tutt’altra cosa, ma se non avete mai provato il maritozzo della pasticceria Ditrizio perdete l’occasione di addentare la vera dolcezza di Cagliari. Soffice come una nuvola, con un impasto leggero e quasi etereo e la panna che fa da connessione tra i vari sapori, questo maritozzo è diventato in pochi anni uno dei simboli del capoluogo sardo. Lui, Piero Ditrizio, pasticcere pugliese arrivato sull’isola per amore, è riuscito a creare dal nulla un bisogno gastronomico a cui è difficile resistere. No, non c’è stata nessuna pianificazione a tavolino, sono stati i clienti a decretarne il successo. Ditrizio ha semplicemente messo la sua esperienza, fatta di tanto studio e molte esperienza in giro per il mondo, al servizio di una pasticceria fatta bene, dove tecnica e ingredienti sono il fulcro di tutto e non c’è spazio per l’approssimazione. Il suo maritozzo è figlio di una lavorazione lunga due giorni e mezzo e viene trattato come un qualsiasi gran lievitato. Si parte dal classico per poi avventurarsi in accostamenti di gusti nuovi e diversi ogni volta, come  la versione al tiramisù o quella al caramello e banana. Ah, se vi rimane ancora spazio, lasciatevi tentare anche dalla veneziana: difficilmente ne avrete mai assaggiato una così. 

 

Il lusso lento, senza fretta di Cascioni Eco Retreat
Siamo tra Arzachena e Porto Cervo, in quello che per molti è il sogno proibito della Costa Smeralda. Saremo sinceri, spesso i sardi (quelli delle altre zone) snobbano questa parte dell’Isola perché troppo desiderata e sulla bocca di tutti e con un turismo inaccessibile. La verità è che per i sardi (tutti) questa è semplicemente la Gallura ed è davvero quel paradiso decantato da De Andrè, con colori talmente accesi da lasciare accecati chiunque posi lo sguardo su questo lembo di terra. Qui si trova anche il Cascioni Eco Retreat, resort che sorge su una tenuta di pendenze morbide e una piana fertile di ruscelli, ulivi e piante di mirto. Diciannove suite immerse in mezzo alla natura, dove la privacy è dettata dai confini delle piante e il senso del tempo si perde lontani dal frastuono e dal luccichio della mondanità. Capiamo bene perché lo scorso anno la Guida Michelin ha premiato questo luogo con una chiave: impossibile non innamorarsi dei dettagli delle camere, del profumo pieno del verde intorno, della pace che regna in questo spazio dove si può rinunciare a tutto, meno che a vivere con lentezza. C’è l’area benessere dove ci si può rilassare, scegliendo anche i rituali da fare nel bosco, in mezzo agli alberi della macchia mediterranea. Ci sono le esperienze da vivere e da portare a casa come ricordo: la cena romantica o il picnic tra gli ulivi, le degustazioni di olio o di vino, l’escursione in kayak in un’oasi naturali tra aironi e anatre selvatiche. E c’è anche l’offerta gastronomica con il ristorante Ulìa, che quest’anno è guidato da Salvatore Camedda, ex chef dell’ormai chiuso (e stellato) Somu di Baja Sardinia: qui la proposta è fatta di scelte territoriali, che mescolano le origini di Cabras dello chef con quelle più locali galluresi, grazie anche a una fattoria di proprietà dove vengono coltivati e allevati gli ingredienti portati a tavola. La cantina e la cocktail list sono seguite da Giacomo Serreli, maître, che da sempre fa coppia con Camedda. 

Ogni riccio, un capriccio
Uno dei piatti tipici della cucina cagliaritana è lo spaghetto ai ricci di mare. Succulento, facile da preparare, cremoso al punto giusto: uno spicchio di aglio a rosolare nell’olio, una manciata abbondante di prezzemolo, qualche pomodorino buono per chi piace e la polpa di ricci messa in mantecatura alla fine lontano dal fuoco. E via, si è creata la magia. Lo so che vi abbiamo fatto venire l’acquolina in bocca e sappiamo anche che spesso vi ritroverete al ristorante questo piatto nel menu. Ecco, vi chiediamo gentilmente di rinunciarvi. Nonostante infatti il riccio di mare sia sempre più presente anche nelle cucine stellate, qui in Sardegna se n’è fatto un uso (e una pesca) talmente irrazionale che oggi stiamo parlando di una specie in via di estinzione. La sua pesca è dettata da regole molto strette e avviene nel periodo invernale, anche perché durante la stagione estiva sono in fase riproduttiva e con un sapore meno intenso del solito. Ciò che non toglie che spesso continuano a essere oggetto di cattive e illegali pratiche di pesca. Quindi, tra il vedere e il non vedere, date ascolto alla vostra coscienza e lasciateli a chi questo dialogo etico interiore non lo sente: d’altronde, quanto e se amate la Sardegna e il suo mare, si vede anche da questi piccoli, grandi gesti. 

Viva la bottarga, quella vera
Avete presente la leggenda del pistacchio di Bronte? Quel pistacchio che sembra essere ovunque, ma che in realtà è quasi inesistente? Ecco, esiste anche la leggenda della bottarga sarda. Ovunque vi troviate, ci saranno sempre due spaghetti arselle e bottarga ad attendervi, ma spesso quella bottarga è solo confezionata in Sardegna, ma per il resto parla altre lingue. Sappiamo che è difficile, ma quando acquistate la bottarga, fate un sforzo in più per verificare che sia quella più vera: quella prodotta con muggini locali ha l’etichetta arancione, quella lavorata in Sardegna ce l’ha azzurra e non contiene l’origine del luogo di pesca. Stiamo infatti parlando di un prodotto che ormai è in quantità molto esigue per soddisfare la richiesta, tanto che viene anche definito l’oro di Sardegna. Quando scegliete, scegliete quindi quella realizzata nello stagno di Cabras. È qui, infatti, che si crea quella magia, data dall’unione dell’acqua dolce della laguna con quella salmastra del mare, che permette ai muggini di avere carni saporite e uova perfette per la bottarga. Da qualche mese, poi, è diventata anche Presidio Slow Food, segno di un prodotto che va tutelato e rispettato, anche da un punto di vista sociale con il supporto ai pescatori e ai produttori, che continuano a portare avanti una tradizione centenaria. Qualche consiglio in più: non conservatela in frigorifero e toglietela dalla plastica in cui è venduta qualche giorno prima del consumo. Provatela tagliata a fette e servita con della burrata cremosa: vi sentirete in paradiso in pochi secondi e con il mal di Sardegna. 

Sardegna, terra di birre

I sardi bevono tanta birra, sono tra i consumatori italiani più golosi della bionda. E la producono pure. No, non stiamo parlando di quella industriale che tutto il paese conosce. Qui si tratta invece del settore delle birre artigianali sarde, che sta crescendo, grazie alla passione di uomini come, ad esempio, Mauro Fanari, mastro birraio, che ha deciso nel 2021, insieme ad altri due soci, Fabio Porcu e Giuseppe Carrus, di riportare in vita un vecchio marchio di birra disdetto, nato nel borgo medioevale di Santa Giusta, vicino a Oristano. Birra Puddu nasce così, nel 2021, con l’intento di rimettere mano a un progetto del passato e ridargli lustro attraverso delle birre che loro definisco sociali, «una birra che si ricorda, una birra che tutti vorrebbero avere nel frigo». Ed effettivamente così è, con ricette che partono dalla tradizione e comprendono diversi stili e metodologie. Tra queste, una ci ha colpito particolarmente: si tratta di una birra prodotta solo durante l’estate e pensata per essere inclusiva a 360 gradi. Nasce, infatti, dall’idea di una ragazza affetta da sclerosi multipla, che durante un corso sulle birre artigianali, portò di fronte a Fanari la sfida di chi era affetta come lei da una patologia importante di avere la necessità di bere birre alla portata di tutti. Il risultato è stato la “Per me”, una birra con solo l’1,6% di alcol, a bassa carbonazione, priva di glutine e con un’etichetta scritta anche in Braille. 

Tartare di tonno? Anche, ma c’è molto di più
Negli ultimi anni è esplosa la moda della tartare di tonno. Ce la ritroviamo in tutte le stagioni, a nord e sud del Paese. Il tonno ormai si mangia crudo. E, per carità, nessuno dice che non sia buono, ma dobbiamo essere consci del fatto che si tratta solo di uno dei tanti modi in cui si consuma questo re del mare. In Sardegna, ad esempio, dove sono rimaste le uniche due tonnare attive del Mediterraneo (una è a Carloforte, l’altra è quella di Portoscuso), il tonno si mangia e si prepara in un milione di tonalità di gusto e di ricette diverse. D’altronde, si sa, del tonno non si butta via nulla, è considerato un po’ il maiale del mare e la sua bellezza sta proprio in questo. Se vi capita, provate il lattume (o figatello). È il prodotto ottenuto dalla lavorazione della sacca del liquido seminale, no, non storcete il naso, è quanto di più buono potrete assaggiare nella vostra vita: gustatelo bollito con un filo d’olio o in frittelle golose. Se siete a Carloforte fatevi servire una porzione abbondante di “Cappunadda”, una sorta di insalatona, passateci il termine, fatta con il tonno salato, pomodori maturi, cipolla, capperi e gallette, tipico pane secco usato un tempo dai pescatori durante le giornate in mare. Se vi trovate a Portoscuso, invece, ordinate il tonno alla portoscusese, cotto con il vino, rigorosamente Carignano del Sulcis, e tanto alloro. Sicuri che volete crogiolarvi ancora solo nella vostra solita tartare? 

I vini sardi si raccontano… finalmente!
La Sardegna da un punto di vista enologico ha una strada ancora lunga da percorrere, soprattutto in un mondo del vino del futuro, che deve per forza di cose riavvolgere il nastro e partire da un nuovo racconto, in grado di dare sempre più risalto alle storie delle persone e dei territorio. Pe questo ci sembra una bellissima novità e ventata di aria fresca Sardinia Terroirs, nato qualche mese fa dall’idea di nove aziende vinicole sarde, che hanno deciso di unirsi con l’obiettivo di promuovere insieme il patrimonio enologo dell’Isola. Dalla Gallura con il Vermentino, passando per la zona di Oristano con il Bovale, fino al Cagliaritano con il Nuragus, ogni regione offre al progetto i suoi tesori vinicoli, al fine di creare un progetto coordinato per raccontare le diverse sfaccettature dell’isola attraverso i suoi vini. Antonella Corda (Serdiana), Olianas (Gergei), Quartomoro (Marrubiu), Fradiles (Atzara), Iolei (Oliena), Perda Rubia (Talana), Cherchi (Usini), Giba (Giba), e SaRaja (Telti): queste le nove cantine che hanno deciso di investire tempo e risorse in un percorso che ha davvero dell’unicum, perché prova a mettere da parte le differenze per riuscire a raccontare una meravigliosa biodiversità, espressa poi in caratteri diversi, ma con un unico grande linguaggio, che è quello delle differenti produzioni sarde. 

Anche la Sardegna ha la sua Cocktail Week
Fino a domenica 15 giugno Cagliari ospita la sua prima Sardinia Cocktail Week, un evento che vuole celebrare la cultura del cocktail contemporaneo con un calendario fitto di masterclass, guest e cocktail pairing in diversi e tanti locali della città. Ideata da Manolo Orgiana e Roberto Satta, la settimana vuole mettere in luce una scena della mixology isolana, che è ancora ai primi vagiti, ma che vuole crescere. E lo vuole fare presentando le novità del settore, ma soprattutto puntando i riflettori sui tanti talenti sardi che hanno costruito le loro carriere all’estero e che oggi tornano in Sardegna per raccontare un pezzo del loro mondo e condividere esperienza, tecnica e passione con il pubblico. Un evento che punta però anche anche sulla responsabilità di un bere consapevole, incentivando percorsi a piedi e favorendo un consumo di alcol e cibo, valorizzando insieme il patrimonio urbano e la mobilità sostenibile di Cagliari.

Ph. Cr. Roberto Satta

Il cibo è anche una seconda possibilità
Lo diciamo sempre, il cibo ha tante valenze culturali e sociali e non può prescindere da queste. A Cagliari e nel suo hinterland, negli ultimi tempi, è proprio questo aspetto che sta emergendo, grazie a persone che si sono impegnate in prima linea, con passione e costanza, per far diventare il cibo mezzo di riscossa e nuove opportunità di vita. C’è, ad esempio, William Pitzalis, cuoco del Cagliari Calcio, che ha creato l’Accademia del Buon Gusto, dove persone con vite difficili trovano un nuovo scopo nei corsi di cucina, tenuti da diversi chef dell’Isola. C’è Suor Silvia, che insieme alle ragazze della Casa Famiglia che guida, ha messo su Pappa Beni, un’apecar, che gira per le piazze per parlare con le persone proprio attraverso il cibo. E c’è anche Noi Altri Gastronomia Inclusiva, una gastronomia dove a lavorare sono ragazzi diversamente abili, spinti da una passione e una professionalità che davvero commuove. Se vi capita di passare a Cagliari, cercate questi angelo del cibo, perché vi si aprirà letteralmente il cuore. 

 

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