FordowL’inespugnabile sito nucleare in cui l’Iran arricchisce l’uranio

Costruito a mezzo chilometro sottoterra, l’impianto vicino a Qom è protetto da sofisticate difese aeree. Per Israele è il bersaglio cruciale da colpire per impedire al regime di dotarsi della bomba atomica

AP/Lapresse

È iniziato il quinto giorno del conflitto tra Iran e Israele. L’Operazione Leone crescente dello Stato ebraico procede puntando i siti nucleari e la leadership militare del regime di Teheran. Tra i principali dell’attacco c’è Fordow, il sito di arricchimento dell’uranio che già sabato, nella prima raffica di colpi con droni e missili, aveva subito alcuni danni minori secondo le autorità iraniane. «Ci sono stati danni limitati in alcune aree del sito di arricchimento di Fordow», aveva detto Behrouz Kamalvandi, portavoce dell’Organizzazione iraniana per l’energia atomica, specificando che una parte significativa delle attrezzature e dei materiali era già stata rimossa in anticipo.

L’impianto di Fordow si sviluppa sotto terra, in un sito a trenta chilometri a nord-est della città di Qom, e fin qui Israele è riuscita a colpire solo in superficie, nelle strutture esterne. Ma nonostante le difficoltà, sarà ancora un bersaglio segnato in un circoletto rosso sulle mappe israeliane. Perché Fordow non è un impianto qualsiasi, è il simbolo della volontà di potenza iraniana nel dotarsi di una capacità nucleare (quindi simbolo anche del timore israeliano, e mondiale, che Teheran possa avvicinarsi alla realizzazione della bomba atomica).

Nascosta sotto una montagna e protetta da sofisticate difese aeree, la struttura viene descritta dagli strateghi militari israeliani come l’equivalente del Monte Fato del “Signore degli Anelli”: è l’incarnazione materiale del tentativo dell’Iran di rendere il proprio programma nucleare immune a qualsiasi attacco. Per il think tank americano Foundation for Defense of Democracies, Fordow è «l’alfa e l’omega delle operazioni nucleari iraniane».

La sua esistenza è stata rivelata dall’Iran all’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica (Aiea) il 21 settembre 2009, quando non era ancora stata completata, ma solo perché i servizi segreti di Stati Uniti, Regno Unito e Francia avevano desecretato informazioni di intelligence che mostravano la costruzione clandestina di un impianto sotterraneo.

Nel weekend il Financial Times ha raccontato la storia e le attività più importanti di Fordow. «Incassata a oltre cinquecento metri di profondità, protetta da cemento armato e roccia dura, la struttura è quasi impenetrabile per la maggior parte delle armi convenzionali nell’arsenale di Israele, comprese quelle più potenti», si legge nell’articolo firmato da John Paul Rathbone e Charles Clover.

Per capire il livello di protezione di Fordow si può fare un paragone con l’impianto nucleare di Natanz, il principale centro per l’arricchimento dell’uranio del Paese colpito nei giorni scorsi da Israele (così come è stato colpito anche il sito di Isfahan, e altri minori). Situato a circa duecentoventi chilometri a sud-est della capitale, fulcro del programma nucleare di Teheran, Natanz è stato bombardato ben due volte venerdì: alcuni video hanno mostrato le strutture avvolte dalle fiamme, facendo già ipotizzare che ci fossero danni a un numero significativo di centrifughe contenute al suo interno e all’impianto centrale di arricchimento dell’uranio. Le ipotesi sono poi state confermate da Rafael Grossi, direttore dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica, secondo cui l’attacco israeliano a Natanz ha avuto successo, distruggendo una parte significativa dell’impianto.

Un’immagine esterna dell’impianto di Natanz, del 2005

Fordow sarà più difficile da colpire e sarà ancora più difficile metterla del tutto fuori uso: è l’unica base militare sotterranea che non è mai stata attaccata direttamente, e decidere di farne un bersaglio rappresenta una svolta strategica e un rischio significativo preso dal governo di Benjamin Netanyahu. Come fa notare l’Economist, l’esercito israeliano potrebbe non disporre di testate bunker-buster sufficientemente potenti per distruggere completamente gli impianti di arricchimento sotterranei. Le bombe bunker-buster sono progettate proprio per penetrare bersagli corazzati o sotterranei prima di esplodere e spesso sono dotate di sistemi di guida laser per migliorare la precisione del colpo. Secondo il think tank britannico Royal United Services Institute, servirebbero le testate statunitensi GBU 57/B per penetrare le difese di Fordow, ma gli Stati Uniti fin qui non hanno mai fornito queste armi a Israele. Si tratta di ordigni di quasi quattordici tonnellate e lunghi sei metri, che possono essere lanciati solo da bombardieri B-2 statunitensi. È per questo che molti attendono le prossime mosse di Washington per capire i possibili sviluppi degli attacchi ai siti nucleari iraniani.

Ad ogni modo, la preoccupazione per il potenziale nucleare iraniano è alta. Secondo l’Institute for Science and International Security (Isis), «a Fordow si potrebbe convertire in sole tre settimane l’intero stock di uranio altamente arricchito, quattrocentootto chilogrammi secondo le ispezioni Aiea di maggio, una quantità di uranio a uso militare sufficiente a realizzare nove testate nucleari». Lo stesso istituto ha detto che «l’Iran potrebbe produrre i primi venticinque chilogrammi di uranio per scopi militari a Fordow in appena due o tre giorni».

Fordow era stato anche uno dei capitoli più discussi nel 2015, durante i negoziati che portarono all’accordo nucleare Jcpoa, con cui l’Iran accettò di trasformare l’impianto in un centro di ricerca, limitare il numero di centrifughe, interrompere l’arricchimento per quindici anni e garantire un accesso più esteso e frequente alle ispezioni. Ma da quando gli Stati Uniti si sono ritirati dall’accordo, nel 2018, durante la prima amministrazione Trump, è cambiato tutto. Da allora, l’Iran ha ripreso l’arricchimento al sessanta per cento, una soglia prossima a quella necessaria per la costruzione di armi nucleari.

Ecco perché Israele ha deciso di colpire Fordow nel tentativo di metterla fuori uso, nonostante le difficoltà. Se il regime degli ayatollah decidesse di uscire dal Trattato di non proliferazione nucleare, di porre fine della cooperazione con l’Aiea e costruire un ordigno nucleare, Fordow diventerebbe immediatamente il centro nevralgico delle loro operazioni militari.

In realtà da un po’ di tempo Fordow non è più l’unico rifugio ultra-protetto dell’Iran. Il regime ha cominciato a costruire un altro impianto ancora più profondo nella montagna di Kūh-e Kolang Gaz Lā, soprannominata “Pickaxe” mountain, cioè montagna Piccone, poco a sud di Natanz: una struttura molto vasta, con almeno quattro ingressi e una superficie sotterranea ancora più grande di Fordow. Finora, Teheran non ha mai dato accesso all’Aiea per il monitoraggio a questo impianto. «Una domanda chiave da porsi è se l’Iran abbia già nascosto del materiale fissile a Pickaxe, o in qualche altra struttura segreta», ha detto al Financial Times Behnam Ben Taleblu, senior fellow del think tank Foundation for Defense of Democracies.

Nonostante l’Iran continui a dichiarare che il proprio programma nucleare ha solo scopi civili, le sue capacità tecniche e le scelte recenti rendono sempre meno credibili le parole dei funzionari di Teheran.

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