Estremi rimediIsraele si allea con i clan della Striscia perché non sa più come sconfiggere Hamas

Il governo Netanyhau ha stipulato un’intesa con la tribù locale Tarabin perché finora la sua offensiva militare a Gaza non ha indebolito il potere sociale del gruppo terroristico palestinese

LaPresse

Il Jerusalem Post riporta in questi giorni lo sconcerto dell’opinione pubblica israeliana di fronte all’accusa di Avigdor Libermann a Benjamin Netanyhau di avere stretto un’alleanza a Refah con il clan beduino Tarabin, comandato da Yasser Abu Shabab, un criminale notorio implicato in mille traffici e sospetto di affiliazione all’Isis.

Un’alleanza scabrosa, finalizzata al contrasto ad Hamas, e replicata altrove nella Striscia con altri clan. La specialità del clan Tarabin è il contrabbando di armi e di un po’ di tutto con l’Egitto, da qui i rapporti con l’Isis, ben impiantato al di là della frontiera tra i beduini in tutta la zona di al Arish. L’accordo, non smentito dal governo, riguarda un appalto al clan da parte di Idf per gestire le operazioni di distribuzione di viveri alla popolazione.

Si vedrà in futuro come si svilupperà questa politica di alleanze con i clan più estremisti, ma avversari di Hamas, spregiudicata e criticata in Israele. Persino Bezalel Smotrich si è dichiarato contrario. A oggi si deve leggere come conferma della difficoltà estrema per Israele di estirpare Hamas, che sta dimostrando straordinarie capacità di resilienza ed è riuscita a reclutare migliaia di nuovi adepti in sostituzione dei ventimila suoi miliziani uccisi. Peggio ancora, secondo quanto riporta l’informato Yedioth Ahronot, dopo quasi due anni di operazioni militari israeliane, il settanta per cento dei tunnel di Hamas non solo è ancora in piedi, ma anche perfettamente funzionante.

Ma quello che qui importa è che questa mossa di Israele nasce da una realtà che sfugge radicalmente al dibattito politico in Occidente, e che inficia radicalmente le aspettative delle anime belle che auspicano elezioni politiche per gestire in futuro la Striscia. 

La realtà è che, per anni e anni ancora, eventuali elezioni a Gaza tutto saranno fuorché democratiche, questo perché la struttura sociale e politica dei due milioni e passa abitanti della Striscia di Gaza è rigidamente organizzata in clan, in un contesto che non è esagerato definire medioevale. Un contesto iper patriarcale che semplicemente non contempla, anzi esclude, la libera scelta dell’individuo, condizionato e obbligato dalla nascita alla morte dalle decisioni e verso le decisioni del capo clan; chi sgarra non sopravvive.

Questi i nomi dei principali clan della Striscia: Dugmush, Hilles, al Kashk, Abu Risha, Shawish, Baraka al Masri, Abu Tir, al Bari, Sinwar e, appunto, Tarabin. Le strutture claniche principali si suddividono poi in sotto-clan che agiscono comunque in modo unitario. Tutti i clan sono armati e il potere decisionale, come detto, è patriarcale e verticale.

L’affiliazione ad Hamas, o a Jihad Islamica, o ai Comitati popolari di Resistenza o, nel passato, ad al Fatah, non viene decisa a livello individuale, personale, ma dal vertice del clan secondo criteri propri. Le stesse proteste contro Hamas delle settimane scorse non sono state spontanee, ma sono state organizzate e dirette dal clan di Beit Lahia, comandato dal possidente Hussein Hamouda, molto arrabbiato per aver perso, a causa dei bombardamenti, molti dei suoi immobili di proprietà.

Non dissimile, d’altronde, come è noto, è la situazione in Libia, là dove, appunto, i clan determinano da quattordici anni rigidamente il caos post Gheddafi. Così come avviene tra i sunniti iracheni, i cui clan sunniti decisero l’affiliazione all’Isis nel 2015. Così come in Afghanistan e in molti altri contesti arabi o islamici.

La ragione del permanere nella modernità di questa rigida struttura tribale, da una parte ha un’origine storica, dall’altra è funzionale. Dal punto di vista storico, il non superamento della struttura tribale e clanica nella modernità, in molti contesti arabi, ha un’origine indiscutibile e misconosciuta alla storiografia occidentale e, men che meno, da quella progressista: l’imperialismo ottomano. 

Il duro e sterile dominio turco sui Paesi arabi, dal 1453 in poi, per quasi cinque secoli, ha avuto infatti non solo rigide caratteristiche di sfruttamento economico coloniale classico, ma anche di totale desertificazione culturale, economica e sociale, che ha prodotto una cristallizzazione nei secoli e sino al ventesimo secolo delle strutture e dei rapporti sociali medioevali. Desertificazione culturale moltiplicata per mille dal divieto ottomano, dal 1503, di stampare libri, pena addirittura la morte.

La Palestina, in cui arrivano gli inglesi nel 1918, era quindi una regione radicalmente sottosviluppata, con un’economia agricola priva di macchinari moderni e con una struttura urbana musulmana spenta dal punto di vista culturale. Unici poli di modernità: gli insediamenti ebraici e alcune, rare, istituzioni scolastiche cristiane; nessuna università coranica, poche e del tutto antiquate le madrasse. Il tasso di analfabetismo tra i palestinesi era attorno al novanta per cento.

La stessa Gerusalemme era una città marginale nell’Impero ottomano, una lontana provincia, inesistente dal punto di vista religioso, priva com’era e com’è di un’università islamica. I religiosi palestinesi, come fece il Gran Mufti, andavano a studiare al Cairo, ad al Azhar.

Conseguentemente, la reazione palestinese al governo temporaneo inglese, congiunta a quella contro il sionismo, si struttura per clan. Il clan avverso al sionismo è quello degli Husseini, che esprime, appunto, il Gran Mufti e poi il suo erede e parente Yasser Arafat, mentre è disponibile a convivere con i sionisti e a collaborare con gli inglesi il clan dei Nashashibi, il cui capo, Raghib al Nashashibi, leader del Partito della Difesa Nazionale e sindaco di Gerusalemme fino al 1934, è sostenuto anche dai clan moderati dei Budeiri e dei Khalidi, egemoni a Jaffa e a Gaza e fondatori del Partito Riformista.

Le tensioni tra queste due componenti, sempre in una dinamica rigidamente clanica, sono poi deflagrate nel 1936 in una guerra civile intrapalestinese, nella quale il Gran Mufti Haji al Husseini guidò non solo il massacro degli ebrei, ma anche e soprattutto dei membri del clan avverso, e che fece trecento morti tra gli ebrei, con i pogrom, duecentosessantadue morti tra i militari inglesi assaliti dai palestinesi e ben cinquemila morti tra i palestinesi, in larga parte uccisi da altri palestinesi, come ben ricostruisce lo storico israeliano Benny Morris nel suo libro “Vittime”.

La collaborazione tra il clan moderato dei Nashashibi e i sionisti della Haganah arrivò sino al punto di formare delle pattuglie miste armate tra palestinesi ed ebrei, chiamate «Squadre della pace». Nel film Exodus, con Paul Newman, del 1960, uno dei classici di Otto Preminger, questa realtà è perfettamente riportata. Strumento tipico di questa sanguinosa guerra civile inter-clanica tra i palestinesi fu l’incendio e la distruzione di migliaia di ettari di uliveti e di alberi da frutta.

Il ritardo di secoli in Palestina e tra i palestinesi dello sviluppo della modernità, di forme di produzione moderne, dell’istruzione diffusa, del dibattito politico, per unica colpa e responsabilità storica dell’imperialismo ottomano, non certo di un colonialismo inglese che mai vi fu, ha protratto sino all’oggi i suoi danni. Tra questi, appunto, una rigida e arcaica struttura clanica che permea e, di fatto, blocca le scelte di tutta la popolazione gazaoui.

Dal punto di vista funzionale, il suo protrarsi nel mondo contemporaneo deriva non solo da una rigida struttura patriarcale, strutturata in un rigido islam fondamentalista, e dalla diffusione totale di una sharia dogmatica, ma anche da ragioni economiche e sociali. 

È il clan che garantisce alla famiglia l’assistenza, anche in assenza di impiego e di reddito, grazie alla distribuzione del welfare islamico finanziato dalla Zaqat, la tassa patrimoniale, uno dei sacri cinque pilastri della fede islamica. È il clan che garantisce lavoro, protezione, partecipazione alla vita sociale, relazioni. È il clan che si occupa del reddito degli invalidi, delle vedove e degli orfani. È il clan, addirittura, che organizza i matrimoni in un contesto in cui la donna non conta nulla.

È il clan, affiliato ad Hamas, che ha garantito un privilegio della popolazione della Striscia di Gaza di cui nessun popolo al mondo ha potuto godere: vivere, bene, senza lavorare grazie ai cinquecento Tir al giorno di aiuti finanziati dai Paesi arabi e dall’Unione Europea – fonte Unrwa – che, dal 2005 in poi, hanno garantito a ogni palestinese della Striscia l’incredibile massa di sei chili di aiuti a testa al giorno. In realtà, in buona parte, armi e cemento per i tunnel, ma in larga parte alimentari. Una pazzesca economia sovvenzionata a finanziare il dominio di Hamas e dei suoi clan che hanno costruito il più grande bunker militare sotterraneo mai esistito sulla faccia della Terra.

Una miscela, questa della rigida struttura clanica, che fa sì che non scelga l’individuo, la persona, ma solo ed esclusivamente il vertice del gruppo tribale. Un contesto di radicamento di un islam iper-dogmatico e di indubitabile consenso di massa nei confronti di Hamas, basato su solidi meccanismi di controparte di benefici economici e sociali, che rende tragicamente impraticabile l’ipotesi di elezioni effettivamente democratiche una volta finita la guerra.

Anche nel Piano arabo, così come nella mente di chi continua a proporre meccanicamente i due Stati, si continua a vagheggiare di elezioni, di qui a due anni addirittura. Senza neanche ricordare che elezioni sciagurate – dominate dai clan e dalle minacce – hanno garantito al terrore di Hamas, dal 2005 in poi, il dominio su Gaza.

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