Manifestazioni preterintenzionaliGaza, Schlein e la scelta giusta che andrà a finire male

Il corteo di sabato ha mille buone ragioni, ma è parte al tempo stesso di una notevole regressione politico-culturale, scrive Francesco Cundari nella newsletter “La Linea”. Arriva tutte le mattine dal lunedì al venerdì più o meno alle sette

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Ci sono molte ragioni per manifestare contro la guerra condotta da Israele a Gaza: la durata spropositata, i metodi inaccettabili, gli obiettivi non dichiarati, sia nel senso che il governo di Benjamin Netanyahu non ha dichiarato né mostra di avere in testa chiari obiettivi realisticamente perseguibili, al di là della generica e utopistica «distruzione di Hamas», sia nel senso che gli obiettivi non dichiarati sono riprovevoli.

Come scrive Carmelo Palma, la strategia di Netanyahu e dei suoi alleati è di occupare e annettere Gaza e la Cisgiordania, e non certo per inglobare altri cinque milioni e mezzo di arabi in aggiunta agli oltre due milioni che già hanno la cittadinanza (e il diritto di voto) in Israele. «La prospettiva è quella di ridislocare parecchi milioni di arabi fuori dai confini della Striscia e della West Bank, senza avere la benché minima possibilità oltre che alcun diritto di farlo, o in alternativa di istituire un regime di occupazione militare e di discriminazione civile della popolazione araba. Tertium non datur».

È dunque contro tutto questo che è giusto e ragionevole manifestare. Ed è ragionevole lo faccia l’opposizione di centrosinistra, cogliendo l’occasione per denunciare – ancora una volta – il vero volto di Giorgia Meloni e la vera natura del suo legame con l’amministrazione Trump e con il governo Netanyahu: un’adesione, un’affinità ideologica, culturale e antropologica che la sinistra farebbe bene ad additare ogni giorno a tanti distratti osservatori e commentatori.

Allo stesso tempo, tendo a pensare che questa giusta scelta andrà comunque a finire male. Non tanto per le ambiguità e le omissioni della piattaforma segnalate su Linkiesta da Carlo Panella, con fondati argomenti, che tuttavia non superano la mia istintiva diffidenza verso qualsiasi polemica prenda le mosse da una minuziosa analisi della piattaforma di una manifestazione (come del programma elettorale di un partito o del testo di un biglietto di auguri).

Quanto per un insieme di circostanze politiche e ambientali, diciamo così, che le scelte degli oratori, dei compagni di strada e i dettagli della piattaforma (che poi sarebbe il testo della mozione parlamentare votata da Pd, M5s e Avs durante l’ultimo dibattito in aula) non fanno che confermare, accrescendo le probabilità di incidenti più o meno gravi e imbarazzanti.

Il giudizio di Panella potrà apparire ingeneroso, quando sentenzia che «Elly Schlein ha deciso di sposare le posizioni gauchiste e terzomondiste per la mobilitazione per Gaza, e ha archiviato l’evoluzione equilibrata degli ultimi trent’anni della sinistra», ma è comunque difficile non vedere una solida coerenza, un robustissimo filo rosso che lega la manifestazione di sabato ai referendum di domenica e lunedì: anche qui, si potrebbe dire, Schlein ha deciso di sposare le posizioni gauchiste della Cgil di Maurizio Landini e ha archiviato l’evoluzione equilibrata degli ultimi trent’anni della sinistra sulle politiche del lavoro e nel rapporto con i sindacati.

Per non parlare delle recenti prese di posizione della segretaria sull’Ucraina e sulla difesa comune europea, su cui indubbiamente Schlein ha deciso, se non proprio di sposare, quanto meno di flirtare intensamente con le posizioni pseudo-pacifiste, e spesso filo-putiniane, dei suoi alleati, archiviando l’evoluzione equilibrata degli ultimi trent’anni della sinistra sulla guerra, la difesa e la politica internazionale in generale.

Siamo davanti insomma a una regressione politico-culturale davvero notevole per ampiezza e stavo per dire anche per radicalità, ma dovrei dire forse, al contrario, per superficialità.

Gli stessi dirigenti che ieri votavano il Jobs Act e oggi fanno campagna per abrogarlo domani ci spiegheranno la necessità di una grande svolta riformista e modernizzatrice. L’unico dubbio rimasto è chi sarà il più veloce a muoversi e a dichiararlo pubblicamente per secondo (il primo è talmente scontato che vi risparmio pure la battuta).

Questo è un estratto di “La Linea” la newsletter de Linkiesta curata da Francesco Cundari per orientarsi nel gran guazzabuglio della politica e della vita, tutte le mattine – dal lunedì al venerdì – alle sette. Più o meno. Qui per iscriversi.

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