La lezione radicaleLa forza della disobbedienza pannelliana, dal codice della strada al decreto sicurezza

Due esponenti della tradizione politica di Marco Pannella raccontano le nuove iniziative politiche a favore di una giustizia più alta di ogni norma scritta. Anche quando significa pagare un prezzo

Foto di Chris Slupski su Unsplash

Torino, 11 marzo 1972. Roberto Cicciomessere, 26 anni, Segretario del Partito Radicale per due anni consecutivi, in piazza Lagrange dà fuoco alla cartolina di precetto dopo un corteo. Viene arrestato e, pochi giorni dopo, condannato a tre mesi e tre giorni di carcere. Il 15 dicembre dello stesso anno entrerà in vigore la legge che disciplina l’obiezione di coscienza.

La storia dei Radicali è costellata di gesti di disobbedienza. Emblematici gli arresti di Adele Faccio, Emma Bonino e Gianfranco Spadaccia, attivisti del Partito Radicale e del CISA (Centro Informazione Sterilizzazione e Aborto). Le loro azioni spinsero l’opinione pubblica a pretendere dalla politica risposte concrete. Fu così che nel 1978 venne promulgata la legge 194 sull’interruzione volontaria di gravidanza.

Poi Marco Pannella e le sue innumerevoli disobbedienze. In prima linea nella battaglia antiproibizionista, che portò all’approvazione della legge che depenalizzò il consumo personale di droghe. E ancora, le disobbedienze all’estero, le manifestazioni e le resistenze passive, fino alla recente iniziativa di Marco Cappato che ha portato alla storica sentenza sul suicidio medicalmente assistito.

Azioni dirompenti, certo. Iniziative che sono riuscite, nonostante un regime di censura imposto dal servizio pubblico e dai giornali, a farsi strada, a raggiungere le persone, a conquistare le coscienze. Ma una cosa accomuna tutte queste disobbedienze: il fine. Non si sono mai esaurite in un comunicato stampa o, come diremmo oggi, in un post su Instagram. Hanno proseguito, spesso in silenzio, fino a irrompere nel cuore del Parlamento o nelle aule di tribunale – che ahinoi hanno sostituito un Parlamento ed una politica sempre più inerti – riuscendo a scardinare norme in palese violazione dello Stato di diritto.

Disobbedire non è politica del click. Disobbedire a una legge ritenuta ingiusta, nella piena consapevolezza delle conseguenze, è la più alta forma di amore verso lo Stato di diritto e di obbedienza alla propria coscienza.

In questa tensione tra legalità e legittimità si riverbera un dramma antico, eterno. Come nell’Antigone di Sofocle, dove la legge dello Stato, il nomos, incarnata da Creonte, si scontra con la legge naturale, la physis, a cui Antigone resta fedele. Ma questa contrapposizione, lungi dall’essere relegata al mito, vive oggi più che mai. Non è soltanto la voce dell’etica o della natura a opporsi alla legge quando diventa ingiusta: è la voce della Costituzione stessa, la voce dei diritti fondamentali, la voce della logica e della ragione. È la vita concreta delle persone (e del diritto) che chiede rispetto e dignità contro l’arroganza del potere e l’irragionevolezza delle regole.

I Radicali hanno sempre scelto di essere come Antigone: dalla parte di una giustizia più alta di ogni norma scritta. Anche quando significa pagare un prezzo.

È su questa strada che Radicali Italiani, negli ultimi mesi, ha portato avanti due azioni di disobbedienza. La prima contro il nuovo Codice della Strada, che equipara chi ha assunto sostanze stupefacenti pochi minuti prima di guidare a chi le ha assunte giorni prima: il famigerato “lucido sì, lucido no” di Salvini. La seconda, più recente, contro il liberticida Decreto Sicurezza, che chiude la filiera della cannabis light e prevede pene fino a vent’anni di carcere per chi vende una sostanza priva di effetti psicotropi, commercializzata legalmente fino a due mesi fa.

Entrambe queste disobbedienze toccano il tema della cannabis, ma in realtà parlano di molto di più. Parlano della tenuta dello Stato di diritto, della fedeltà alla Costituzione, della difesa dei diritti fondamentali e della logica stessa. Sono un grido contro la follia normativa che calpesta la libertà e la ragione, e un invito a scegliere sempre, anche quando costa, la parte della giustizia.

Bene la risonanza mediatica, anche se i media continuano a non essere generosi con noi. Bene i like e i nuovi follower. Ma la vera battaglia si giocherà in tribunale, dove proveremo a sollevare la questione di legittimità costituzionale. È qui che si vede la differenza tra il metodo radicale e la politica del posizionamento, quella che si adatta a ogni vento, che cambia idea quando cambiano i movimenti sulla scacchiera.

Il rischio è la condanna. Ma ogni pena è irrilevante di fronte alla consapevolezza di non aver commesso quello che Pannella chiamava il “crimine di stare con le mani in mano”. Perché preoccuparsene è anche occuparsene. E noi di voglia di occuparcene ne abbiamo ancora tanta. Non ci mancano gli strumenti, non ci mancano i temi. Perché la sfida più alta non è mai soltanto tra la legge e l’illegalità, ma tra la legge e la giustizia. E questa sfida, per noi Radicali, non finirà mai.

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Paolo Vigevano è stato deputato e storico esponente del Partito Radicale
Filippo Blengino è il Segretario nazionale di Radicali Italiani

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