Da dove nasce il recente odio americano nei confronti dell’Europa? È un sentimento genuino alimentato dall’insensata guerra commerciale trumpiana? O è un’avversione dettata dallo spirito del tempo e dall’imperante algoritmo che sui social e in politica premiano sempre e comunque rancore e risentimento, fino ad aver conquistato ogni aspetto della vita pubblica e sociale? Io credo alla seconda ipotesi.
Trump ripete ogni due per tre che l’Europa politica è nata per fregare l’America, senza che nessuno gli dica mai di che cosa stia parlando visto che, nella realtà, le prime forme di integrazione europea, la Comunità europea del carbone dell’acciaio e poi la Comunità economia europea, sono state promosse, sostenute e finanziate dagli Stati Uniti e dal grandioso piano Marshall di aiuti americani all’Europa post bellica, con l’obiettivo chiaro di costruire un blocco di paesi in grado di fare massa critica contro le minacce dell’impero sovietico.
J.D. Vance sostiene che gli europei abbiano valori diversi da quelli degli americani, quando è stato un grande presidente repubblicano come Ronald Reagan, non esattamente «un matto ed estremista di sinistra» (come i trumpiani definiscono con scherno e ribrezzo chiunque provi a smontare le bufale Maga), a spiegare il concetto di «ideali comuni dell’Occidente» in un famoso discorso pronunciato al Parlamento europeo di Bruxelles quarant’anni fa, nel 1985.
Per non parlare, poi, della Nato, l’Alleanza militare Atlantica costruita da Washington per difendere i paesi europei e sé stessa dai comunisti russi, esempio massimo di solidarietà tra comunità civili, e che per me è sempre stato un motivo di gratitudine nei confronti degli americani e, allo stesso tempo, di incredulità nei confronti dell’immensa stupidità di quegli europei antiamericani che non capivano quanto fossimo fortunati noi a poter impiegare i soldi pubblici su sanità, istruzione e previdenza garantite dallo Stato, un privilegio invece non concesso ai cittadini americani, anziché in armamenti e sistemi di difesa perché graziosamente forniti da Washington.
L’unica cosa su cui ha ragione Trump e prima di lui anche Barack Obama – sebbene abbiano fatto entrambi, con modi e toni diversi, danni incalcolabili sia all’Europa sia all’America con le loro scelte America First – è proprio la richiesta ai paesi europei della Nato di investire di più sulla difesa, ritenendo insostenibile, ottant’anni dopo la fine della seconda guerra mondiale, la totale dipendenza dagli Stati Uniti. Ed è per questo che ho sempre trovato incredibile il tifo per Trump dei sovranisti di casa nostra, incapaci di comprendere che Trump alla Casa Bianca comportasse tagli a pensioni, scuole e ospedali italiani ed europei oppure, certo, un corso accelerato di russo o di cinese.
Detto questo, non credo che l’odio trumpiano nei confronti degli europei sia la conseguenza del mancato rispetto del due per cento del prodotto interno lordo da destinare alla spesa militare, né soltanto l’ignoranza del mondo Maga.
Penso che oggi l’odio sia l’unica moneta contante nel dibattito pubblico, cosa che Trump sa benissimo e sfrutta al meglio, non un aspetto specifico del suo atteggiamento critico nei confronti dell’Europa.
La cultura popolare dominante oggi si basa sul malanimo, sul farla pagare a qualcuno. Tutto è odio, tutto è rancore e risentimento, tutto è ingegnerizzato dagli algoritmi per far emergere l’astio, e lo sdegno.
Il primo esempio di populismo contemporaneo, ancora per metà analogico ma già pienamente digitale, è stato il pamphlet “Indignatevi!” di Stéphane Hessel, manuale ideologico e falsamente intellettuale al pari della famigerata “Casta”, dell’antipolitica del vaffa. Il nemico interno, oltre al nemico esterno, il capro espiatorio, come negli Anni Trenta del secolo scorso, ma al tempo della riproducibilità di qualsiasi cosa, e della notifica immediata dentro la tasca dei pantaloni.
È l’odio a guidare la nostra società, haters gonna hate cantava Taylor Swift. L’odio è l’elemento fondamentale della macchina, il carburante dell’intelligenza artificiale addestrata ad accelerare il caos e a impoverire tutti.
L’odio è il filo che unisce i demagoghi al potere e anche quelli all’opposizione, è la ragione d’essere dei predatori tecnofascisti, è la causa della rinascita globale delle tensioni etniche, ma anche delle guerre commerciali, delle guerre imperialiste, delle piazze sempre più violente, delle minacce infami alle figlie di Giorgia Meloni, Matteo Piantedosi e Matteo Salvini.
L’odio fertilizza il livello infimo del discorso pubblico italiano e non solo, e perfino le rabbiose prese in giro dei tifosi delle squadre di calcio che perdono una partita non sono più divertenti come una volta.
Qualcosa bisognerà pur fare. Sì, ma che cosa?