Emmanuel Macron ha trascorso la scorsa settimana tra il Vietnam, l’Indonesia e Singapore. La risonanza mediatica della missione diplomatica è stata eclissata dalla sua falsa partenza, segnata dallo schiaffo della première dame al presidente francese. Ciò nonostante, Macron è riuscito con questo viaggio a inquadrare la Francia (e l’Unione europea) come un terzo polo, stabile e affidabile, col quale collaborare sul piano economico, energetico, tecnologico e militare, per evitare di finire vittime collaterali, della competizione strategica tra le due superpotenze. Nel farlo, ha indirettamente rievocato lo spirito della Conferenza di Bandung, che, nel 1955, in Indonesia, gettò le basi del Movimento dei Paesi non allineati.
Il capo dello Stato francese ha sfruttato il summit sulla sicurezza asiatica dell’Iiss di Singapore, per lanciare l’idea di una coalizione tra Unione europea e Asean (finora incapace di dare una risposta comune, ai dazi americani), con lo scopo di evitare il disfacimento dell’ordine multilaterale scaturito all’indomani della Seconda guerra mondiale.
L’intensificazione dei commerci con la Francia trascina un aumento delle commesse anche per gli altri componenti dell’Unione europea, in virtù dell’interdipendenza delle loro catene del valore. Rafforzare la presenza dell’Esagono nel Sud-Est asiatico è una sponda per negoziare, da una posizione di maggiore forza, con la Cina e gli Stati Uniti, la tutela degli interessi transalpini ed europei. La trasferta della scorsa settimana è parte di un attivismo francese più ampio nella regione, puntellato dalle visite di Stato ad Australia, India e Giappone del 2018-19 e dalla partecipazione al vertice dell’Apec del 2022.
Nei bilaterali dei giorni scorsi, Macron ha siglato accordi dal valore di nove miliardi di dollari (tra cui la vendita di venti Airbus), col Vietnam, un tempo colonia francese. In Indonesia (a maggioranza islamica), ha annunciato il riconoscimento dello Stato palestinese e formalizzato la cooperazione dei due Paesi nella difesa, spianando la strada alla vendita di jet Rafale, sottomarini Scorpene e fregate leggere, al governo di Prabowo Subianto. A Singapore, da un lato, ha escluso il coinvolgimento della Nato nel Pacifico, dall’altro ha collegato la sicurezza europea, minata dalla guerra in Ucraina, a quella asiatica, destabilizzata dalla spada di Damocle, della possibile invasione di Taiwan e dallo strisciante confronto cinese con le Filippine.
Il tempismo di questo viaggio non è casuale. Nell’ultimo decennio, il Vietnam ha attratto sempre più aziende in uscita dalla Cina, desiderose di sfruttare i suoi salari inferiori alla metà di quelli cinesi e di aggirare le barriere doganali per Pechino. I dazi dell’amministrazione Trump (al quarantasei per cento per il Vietnam, al trentadue per cento per l’Indonesia e al dieci per cento per Singapore), seppur giudicati illegittimi da un tribunale federale, hanno annullato il secondo vantaggio competitivo.
D’altro canto, la Cina rivendica il controllo di gran parte delle isole e delle acque del Mar Cinese Meridionale. Se l’accesso ad altri mercati dovesse rimanerle precluso, inonderebbe di merci a basso costo le nazioni del Sud-Est asiatico, azzoppandone le manifatture locali. Il segretario del Partito Comunista Vietnamita, Tô Lâm, ha visitato tredici Paesi dalla sua elezione ad agosto del 2024. Il Vietnam sta, infatti, cercando disperatamente di ridurre la propria dipendenza dalle due superpotenze, approfondendo le intese con l’UE, la Russia, la Corea del Sud, i membri dell’Afta e della Cptpp (due accordi di libero scambio). Le sole esportazioni verso gli Stati Uniti costituiscono, infatti, oltre un quarto del suo Pil.
Nel 2023, tuttavia, il Vietnam ha annoverato un interscambio commerciale col Paese di Mezzo – di 252 miliardi di dollari – doppio rispetto a quello con gli Stati Uniti e triplo rispetto a quello con l’Europa. Nel 2024, la Cina ha realizzato investimenti in Vietnam trenta volte maggiori di quelli americani e centosettantadue volte superiori a quelli francesi. Cifre simili si potrebbero sfoggiare per l’Indonesia, mentre, a Singapore, prevalgono Stati Uniti e Unione europea (in termini di volume di import-export e di investimenti diretti esteri).
A ottobre dello scorso anno, il Vietnam ha tuttavia elevato la Francia a partner strategico globale, il più alto rango della sua gerarchia diplomatica, riservato solo a tredici Stati nel mondo. Per l’Indonesia, la Francia è invece diventata preziosa per ottenere un accordo di libero scambio con l’Unione europea, rivitalizzare la crescita con capitali stranieri e diminuire la propria dipendenza dalle forniture militari russe.
La Francia si è scoperta affamata del nichel indonesiano (materia critica per l’elettronica), per estrarre il quale ha spuntato un’intesa tra la sua compagnia mineraria Eramet e l’Autorità indonesiana per gli investimenti. Per consolidare la sua proiezione nei territori d’Oltremare, dislocati nell’Indo-Pacifico, la Francia ha avviato il dispiegamento di un carrier strike group, ovvero una flotta navale comprensiva di portaerei, navi da battaglia e unità di supporto.
Nondimeno, la sua ambizione da potenza equilibratrice è segnata da velleitarismo e contraccolpi: dal tramonto della Françafrique nel Sahel e nel Golfo di Guinea (a beneficio di Russia e Cina), all’obsolescenza dell’arsenale atomico di «dissuasione», al volume di aiuti militari consegnati all’Ucraina, assai esiguo rispetto a quelli britannici e tedeschi. Macron gioca a fare il presidente dell’Europa, senza tuttavia poter pagarne il conto.
È un grande fautore dell’autonomia strategica e dell’esercito europeo. Si ispira a De Gaulle (che, in modo lungimirante, si tenne fuori dalla guerra in Vietnam), in un mondo in cui, però, il Pil della Francia, sul totale dell’economia globale, pesa quasi la metà rispetto a quanto valesse nel 1969. La spesa militare, da un trentennio, è intorno al due per cento. Anche dopo la fine della guerra d’Algeria, la Francia gollista continuò a riservare oltre il quattro per cento del Pil alla sua forza bellica.
La Francia vanta ancora possedimenti in ogni continente, ma in molti territori le spinte indipendentistiche sono sempre più forti. In virtù dello scricchiolamento del suo welfare e delle sue aspre tensioni sociali, non può far decollare la spesa in armamenti. Lo spazio fiscale è esiguo, per via del combinato disposto di alto debito pubblico ed elevata pressione fiscale (quasi al quarantaquattro per cento). Il perimetro dello Stato è così ipertrofico da alimentare oltre il cinquantotto per cento del Pil. Al massimo, può negoziare, a caro prezzo, l’accesso o la concessione di queste basi alle potenze regionali interessate a costruire una rete logistica, con la quale dislocare ad ampio raggio le proprie forze armate.
Nel 2021, la Francia ha protestato perché era stata esclusa all’ultimo dall’Aukus, vedendosi sfumare una commessa di sottomarini da sessantasei miliardi di dollari per Naval Group. Nel 2023, mentre la sua nazione veniva messa a ferro e fuoco dalle proteste contro la riforma delle pensioni del governo Borne, Macron è volato a Pechino. Sulla via del ritorno a Parigi, ha lanciato un appello agli altri Paesi europei a non farsi trascinare in crisi che «non sono nostre», riferendosi alla disputa sull’indipendenza di Taiwan.