
Lo scorso 9 giugno, con una delegazione europea di militanti Lgbt organizzata dall’Ambasciata Israeliana in Italia, ho raggiunto Israele per partecipare al Pride di Tel Aviv e incontrare, durante i giorni di permanenza, le associazioni del territorio. Non farò un resoconto, in questo articolo, degli incontri tenuti prima che scoppiasse la guerra con l’Iran; posso però affermare che il Pride sarebbe stato anche una contestazione al governo Netanyahu, e le ragioni sono duplici: riguardano sia il taglio dei fondi alle associazioni Lgbt israeliane, sia l’opposizione al modo in cui la guerra sulla Striscia di Gaza sta procedendo.
Quello che ho capito stando sotto i missili iraniani, in particolare parlando con cittadini e diplomatici, è che Israele vive in un costante stato psicologico di accerchiamento e paura, sensazione detonata dopo l’attacco del 7 ottobre, una ferita – dicono molti israeliani – difficile da risanare.
Certo, è vero che Hamas ha gioco facile: le colonie in Cisgiordania e l’accerchiamento che i palestinesi hanno vissuto in questi anni sulla Striscia di Gaza hanno fatto sì che le posizioni si radicalizzassero, non permettendo, nei fatti, quella che voleva essere una “gestione” di un territorio così complesso anche per motivi culturali e religiosi.
Ho cercato di tenere continuamente le orecchie aperte in ogni direzione, ascoltando quelli che si definiscono pro-pal, quelli che si definiscono pro-israele, quelli che non si definiscono e i moderati che cercano di analizzare la situazione. Ammetto che è sopraggiunta la confusione, confusione in parte diradata dalla frase di un’amica molto saggia: «noi non possiamo capire». E mai come in questo caso è vero. Noi non possiamo capire le rivendicazioni di ambo le parti, noi (in particolare i più giovani) non possiamo capire cosa sia una guerra, noi non possiamo capire cosa sia convivere con la paura, e spesso, quando non si capisce qualcosa, l’opinione pubblica polarizza il dibattito.
Eppure, polarizzare il dibattito non significa fare passi indietro verso la pace? Israele vuole eliminare Hamas, ma per farlo sta commettendo dei crimini di guerra, anche se, a mio vedere, non configurabili come genocidio. Hamas è visto, anche in Europa, come un “esercito di liberazione”, visione che omette la natura terroristica dell’organizzazione e i finanziamenti provenienti proprio dall’Iran.
Israele si sente abbandonata dalle democrazie occidentali; la Palestina si sente abbandonata nella sua rivendicazione di costituire uno Stato palestinese (che non può però essere governato da Hamas, il cui obiettivo è la distruzione dello Stato di Israele).
Questi sono i motivi che mi hanno portata a proporre, alle associazioni Lgbt, ai diplomatici e, in ultimo, alla vice ministra degli Esteri israeliana Sharren Haskel, il documento di Europa Radicale denominato “Offensiva di pace”, che si basa su alcuni pilastri fondamentali: la premessa indispensabile è che l’una e l’altra parte rinuncino all’obiettivo di distruggere l’avversario, creando un movimento che voglia davvero la fine della guerra.
A partire da una tale premessa, diverrà irresistibile la richiesta di assicurare autogoverno alla popolazione arabo-palestinese. Un moto d’opinione davvero volto alla pace dovrebbe aiutare, sollecitare, sostenere un processo che, nel mondo arabo-islamico, porti a isolare ed emarginare i fondamentalisti di Hamas.
Allo stesso tempo, diventa cruciale, anche per la sopravvivenza dello Stato d’Israele, espungere le sacche di estrema destra che stanno proliferando grazie all’avallo del governo di Netanyahu, sostenuto, tra gli altri, dagli ultraortodossi, che stanno assumendo un peso specifico sempre maggiore nelle istituzioni politiche, mettendo in pericolo la laicità dello Stato. Questo compito spetta ai cittadini israeliani, così come spetta ai cittadini iraniani ribellarsi contro il governo degli ayatollah.
Non possiamo capire, dunque, e non riusciamo oggi a comprendere il ruolo del diritto internazionale e delle Nazioni Unite, assenti in questo contesto incandescente, incapaci di strutturare un luogo dove il diritto internazionale venga applicato senza sostare nell’arbitrarietà dei contesti.
In un mondo che possiamo definire oggi multipolare – avendo perso gli Stati Uniti il ruolo egemonico di potenza mondiale – manca l’effettiva reciprocità delle scelte, assenza che rende unilaterali le scelte degli Stati rispetto all’ingresso in guerra o alle trattative di pace. La stessa dinamica la vediamo nella guerra d’aggressione perpetrata dalla Russia di Vladimir Putin ai danni dell’Ucraina.
Cosa fare, dunque? L’opinione pubblica ha il compito di fare chiarezza in questa complessità, mettendo tutte le carte sul tavolo, anche quelle spiacevoli: dire che il diritto internazionale non esiste turba molti, ma da questo assunto possiamo progettare un futuro diverso, in cui le armi abbiano meno peso rispetto alla via diplomatica e le istituzioni – come le Nazioni Unite – si rinnovino per farsi “Stato”, così da poter applicare effettivamente il diritto internazionale. La politica deve avere la funzione di costruire fondamenta solide per una convivenza pacifica tra civiltà e popolazioni profondamente diverse tra loro.
Quello che ho capito sotto i missili iraniani è che il potere, nelle mani sbagliate, rischia di far naufragare anni di edificazione. Quello che ho capito è che, in alcune aree del mondo, è necessario raccontare l’importanza della laicità dello Stato: governi e autorità soggette al potere religioso, o ai fondamentalismi religiosi, rischiano di creare un caos traumatico anche per le generazioni future.