
Qui a Budapest, come nel resto dell’Ungheria, si vedono grandi manifesti sui quali sono rappresentati, in modo volutamente negativo, i volti di Volodymyr Zelensky, Ursula von der Leyen e del presidente del Partito popolare europeo, Manfred Weber. Per quanto incredibile possa sembrare, si tratta di un’iniziativa del governo guidato da Viktor Orbán, che, nelle scorse settimane, ha avviato una costosa campagna di consultazione popolare, denominata VOKS 2025, appena conclusasi. La richiesta ai cittadini era chiara: «Ritenete che sia giusto ammettere l’Ucraina nell’Unione Europea?» La consultazione sottolineava, inoltre, che, senza il consenso ungherese delineato da questa consultazione, i presupposti per l’ingresso dell’Ucraina nell’Unione europea risultano nulli.
Oggi il giornale ungherese Hvg ha pubblicato le parole del premier ungherese alla conferenza stampa tenutasi a Bruxelles, al suo arrivo per la riunione del Consiglio europeo: «Il novantacinque per cento degli ungheresi ha votato contro l’adesione dell’Ucraina all’Ue». Questa è una dichiarazione grave, che serve a giustificare l’isolazionismo dell’Ungheria in sede europea. Ma quella cifra non rappresenta affatto la volontà del popolo ungherese: è il prodotto di una consultazione manipolata, senza alcun controllo indipendente o valore statistico reale.
Secondo i dati del governo, avrebbero votato circa due milioni e duecentomila ungheresi, due milioni dei quali per posta, su circa otto milioni di cittadini aventi diritto di voto; nei fatti, quindi, il settantacinque per cento della popolazione non ha risposto alla consultazione.
Queste informazioni sono state contestate dal leader del partito di opposizione Tisza, Péter Magyar, secondo il quale, stando ai numeri forniti dalle poste, i voti cartacei sarebbero seicentomila, a conferma dello scarso interesse nei confronti della massiccia propaganda anti-Ucraina del primo ministro, il cui obiettivo è quello di millantare il sostegno popolare a rafforzamento del no del suo partito all’ingresso di Kyjiv nell’Ue.
A sconcertare non è la campagna in sé, ma il fatto che il governo l’abbia condotta attraverso una comunicazione, come dicevamo prima, tutt’altro che neutrale. Oltre alle affissioni, sono state infatti inviate a tutti delle schede per consentire, in alternativa al voto online, anche quello postale, insieme a email (utilizzando impropriamente i dati raccolti durante la campagna di vaccinazione contro il Covid) contenenti la lunga serie di obiezioni di Orbán, il quale è già in campagna elettorale, in vista delle elezioni del prossimo anno, rispetto all’adesione di Kyjivall’Ue. Sui manifesti compaiono scritte del tipo «Non decideranno sopra le nostre teste» oppure «Intendono ammettere l’Ucraina nell’Unione, ma ne pagheranno il prezzo. VOTIAMO NO».
Resta il fatto che questo sondaggio di Stato, e il modo in cui è stato condotto, sono un’ennesima prova del profondo disprezzo che Orbán nutre nei confronti dell’Unione europea e della democrazia. La sua idea di Stato è certamente compatibile con una concezione autocratica del potere in stile russo, ma molto lontana dagli standard che l’adesione alla famiglia europea comporta.
Orbán ha utilizzato l’ennesimo strumento di legittimazione fittizia usato dal governo ungherese. Una manovra costruita per trasformare una minoranza attiva in una maggioranza apparente, per ostacolare l’Ucraina, dividere l’Unione e raccontare all’esterno una realtà che non esiste.

