
Nell’epoca del tutto a distanza, può essere utile ripensare a piccole porzioni di vita vissute tutte in presenza. Se è vero che esiste un rapporto tra sensibilità e formazione politica, e spazi di partecipazione, ripartire dall’esserci – oltre la costrizione delle videochiamate – potrebbe essere un buon primo passo per recuperare quel distacco da temi e strumenti di comprensione. Quale luogo ripristinare, per far respirare di nuovo questo circolo virtuoso, se non le stesse sedi politiche e partitiche?
La nuova campagna di comunicazione istituzionale del Parlamento europeo è tutta improntata alla «Realtà – o realtà multiple – che non possiamo ignorare». Dando forma a questo concetto, la partecipazione pubblica può essere incanalata in un sentimento non solo di volontà di attivismo, ma anche di dovere civico, che non può evidentemente prescindere dal tempo che ci è dato vivere. Tenerne conto può assumere le positive sembianze di confronto di sede, che diventa policy lab di elaborazione politica e formazione continua.
La relazione con il senso di formazione politica era, fino a pochi decenni fa, molto diversa: al di là degli incasellamenti da dottrina di partito e delle forzature ideologiche, le scuole partitiche hanno contribuito, comunque la si pensi, ad ampliare il raggio di una cultura politica diffusa, i cui effetti si sono colti nel corso del tempo in molti segmenti elettorali e di società civile. Si vedano: un esempio per tutti, quei tanti ex comunisti andati avanti a pane e Frattocchie, che negli anni hanno raffinato le loro posizioni, anche finendo in schieramenti piuttosto diversi, ma progredendo sul medio-lungo periodo tramite grande lucidità politica.
Uno spazio minimale della nostra esistenza dedicato ad approfondire – per esempio una volta al mese – appare, pure oggi, una cadenza compatibile e fattibile per i più. D’altronde, non possiamo nemmeno permetterci percezioni così lontane dai vincoli di verità. Emblematico il recente e approfondito sondaggio internazionale dell’autorevole centro di ricerca European Council on Foreign Relations, che mostra come la maggioranza della popolazione europea sia favorevole all’aumento della spesa militare, con l’unica eccezione del Paese Italia.
La relazione politica, la quale ha il comprendere come suo postulato, si crea con incontro, dibattito e scontro, quando necessario. Per i giovani sarebbe, prima di tutto, una palestra, nel tentativo di modificare quell’inerzia che li vede tanto attivi e di personalità apparente dietro lo schermo, quanto apatici e insicuri vis à vis. Incontri una tantum che, però, aiutino a ragionare, accompagnando il piacere al compito di essere informato e capire i fatti come suo prodotto. Come sempre, un processo che può solo che partire dal basso, attraverso la consapevolezza di una società civile sviluppata e moderna, capace di cogliere il senso storico dell’analisi di situazioni nazionali e internazionali così difficili.
Un punto di avvio per una riforma in senso partecipativo, e dunque per la valorizzazione della sede di partito come luogo di progresso sociale, non può non iniziare con l’affrontare l’articolo 49 della nostra Costituzione, al quale ogni dibattito sul tema dovrebbe dedicare una riflessione. L’articolo 49, che recita che tutti i cittadini hanno il diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico alla formazione della vita politica nazionale, non contiene – a differenza dell’articolo che riguarda i sindacati – una riserva di legge, quindi non rinvia a una legge.
Nel corso della storia del dibattito parlamentare, numerosi parlamentari e poi studiosi – su tutti Costantino Mortati, spesso citato dal professor Sabino Cassese – hanno auspicato una legge sui partiti. Numerose proposte sono state fatte, ma nessuna è giunta al termine. I problemi dei partiti odierni sono, ovviamente, molto più gravi – dove l’incapacità delle forze di progettare offerte politiche che incontrino domande soddisfacenti è, ovviamente, quello principale – ma l’assenza di norme in tal senso contribuisce a esasperarli.
Le forze partitiche, prese nei numeri, sono sostanzialmente inconsistenti: per lungo tempo, nel secondo dopoguerra, gli iscritti erano l’otto per cento degli italiani; ora sono inferiori al due per cento. Il numero degli iscritti ai tre principali partiti della Prima Repubblica superava i quattro milioni, mentre attualmente il numero totale complessivo degli iscritti non arriva al milione di persone.
Il fortissimo radicamento sociale e territoriale – si pensi solo che Democrazia cristiana e Partito comunista italiano avevano qualcosa come ventimila sedi, che per ottomila comuni significava avere sezioni a tutti i livelli – è andato scemando. Oggi i congressi nazionali si sono rarefatti, e il partito che ha più iscritti ne ha circa trecentomila – secondo dichiarazioni della stessa forza politica, che sono verificabili solo parzialmente, causa eterne problematiche di trasparenza.
Insomma, c’è bisogno di una legge, ormai doverosa, che rimpolpi fiducia e sia incentivo a voglia di fare e misurarsi, ma il superamento delle criticità più profonde non può essere affrontato con la sola normativa. Esiste un problema strutturale di aggregazione della cittadinanza in partiti, e quindi della realizzazione di quell’obiettivo ultimo presentato dalla Costituzione: il diritto all’associarsi in partiti. Solo a quel punto di attuazione, forse, la sede potrà auspicabilmente generare nei fatti quella relazione tra formazione e cultura politica e spazi di partecipazione che tanto inciderebbe nella solidità e nella bellezza della nostra democrazia.