Red noticeL’Italia non sa riconoscere la repressione russa contro i dissidenti in esilio

Secondo il report redatto da Federazione Italiana Diritti Umani e International Partnership for Human Rights, il Cremlino colpisce anche nel nostro Paese attraverso mandati abusivi, minacce ai familiari e sorveglianza informale

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Chi fugge da un regime autoritario e cerca rifugio in Europa dovrebbe trovare protezione. Ma per molti dissidenti russi in Italia, l’esilio non basta a sentirsi al sicuro. Dal carcere al cyberspazio, dal tribunale alla buca delle lettere, le braccia del Cremlino si allungano ben oltre i confini nazionali, colpendo oppositori politici anche sul territorio italiano. Questa strategia ha un nome preciso: repressione transnazionale. Un’azione sistematica portata avanti da Mosca che utilizza strumenti giudiziari, minacce, sorveglianza e intimidazioni per silenziare chi dissente, anche quando si trova sotto la protezione formale di uno Stato democratico.

Il problema è che l’Italia non ha ancora imparato a riconoscerla. Non la nomina, non la codifica, non la combatte con la prontezza che il fenomeno richiede. Il risultato è un paradosso: esistono leggi che vietano le persecuzioni politiche e proteggono i rifugiati, ma mancano procedure, definizioni, coordinamento, E così, mentre i regimi autoritari si muovono con strategie raffinate, l’apparato italiano si mostra lento, frammentario, spesso inconsapevole.

Un nuovo report congiunto della Federazione Italiana Diritti Umani (Fidu) e dell’International Partnership for Human Rights (Iphr) a firma di Eleonora Mongelli, Alessandra Tursi e Vincenzo Vitulli mette a nudo le falle del sistema italiano nella gestione delle attività repressive della Russia sul nostro territorio.

Il documento denuncia in particolare la mancanza di una definizione giuridica di repressione transnazionale, l’assenza di protocolli specifici per le forze dell’ordine e la scarsa consapevolezza istituzionale del fenomeno. Interviste raccolte nel corso della ricerca raccontano di dissidenti costretti all’autocensura per timore di ritorsioni, di eventi pubblici infiltrati da provocatori, di parenti in Russia minacciati o interrogati per far pressione sui familiari esiliati.

I dati contenuti nel report mostrano come Mosca sfrutti strumenti di cooperazione internazionale apparentemente legittimi, come le richieste di estradizione o i mandati di cattura via Interpol, per colpire i propri oppositori. Un caso emblematico è quello di Eugene Lavrenchuk, regista ucraino arrestato a Napoli nel dicembre 2021, in seguito a un red notice emesso dalla Russia. Nonostante l’avviso sia stato poi ritirato da Interpol per motivi politici, Lavrenchuk è rimasto detenuto per mesi, prima in carcere, e poi agli arresti domiciliari. La giustizia italiana ha infine negato l’estradizione, ma il danno personale e reputazionale era già stato inferto. Un meccanismo che si ripete: anche quando la magistratura riconosce la natura politica delle accuse, la macchina legale si avvia comunque, comportando lunghi periodi di detenzione preventiva e un’incertezza giuridica pesante per le vittime.

Le lacune non sono solo procedurali, ma anche operative. Il sistema italiano non dispone di un organismo centrale che coordini la risposta a questi casi, né esistono canali pubblici e sicuri per la segnalazione di episodi di minacce, stalking o pressioni familiari. Gli atti di intimidazione, spesso, si presentano in forme frammentarie: messaggi anonimi, sorveglianza occasionale, incursioni digitali. Privati di un quadro normativo che le riconosca come parte di un disegno repressivo, questi episodi vengono valutati come reati minori, archiviati senza un’indagine strutturata.

Secondo il report, la repressione transnazionale va riconosciuta come una minaccia alla sicurezza nazionale e ai diritti fondamentali. Serve una definizione giuridica univoca, servono percorsi di formazione per forze dell’ordine e magistratura, serve un punto di contatto unico per le vittime. Serve soprattutto un cambiamento culturale: smettere di leggere questi episodi come deviazioni isolate, e iniziare a comprenderli come sintomi di un’azione strategica deliberata da parte di potenze autoritarie.

«La repressione transnazionale è un fenomeno in crescita che mina i principi democratici e mette a rischio la sicurezza di chi cerca rifugio nel nostro Paese», ha dichiarato Eleonora Mongelli, vicepresidente Fidu. «L’Italia ha il dovere di adottare strumenti normativi e operativi adeguati, capaci di riconoscere e contrastare queste minacce in modo efficace. È fondamentale rafforzare il coordinamento tra le istituzioni europee, unite dagli stessi principi di democrazia e stato di diritto, per garantire una risposta coesa e all’altezza delle sfide comuni».

«L’Italia deve considerare la repressione transnazionale russa non solo come una minaccia diretta alla sicurezza nazionale, ma anche e soprattutto come una violazione dei diritti umani», ha aggiunto Nuvola Galliani, legal officer dell’Iphr. «Servono misure concrete a tutela delle persone a rischio». Il report si conclude con una serie di raccomandazioni precise: istituire un quadro normativo specifico, migliorare il coordinamento tra Ministeri e autorità giudiziarie, garantire un approccio centrato sulle vittime.

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