
Ogni azione atta a indebolire o rovesciare il regime iraniano va letta con favore. Per quarantasei anni abbiamo assistito a seriali violazioni dei diritti umani, impiccagioni, torture, minacce e attacchi indiretti a Israele, destabilizzazioni d’area, supporto a gruppi terroristici, condizionando la politica di Paesi quali lo Yemen, l’Iraq, il Libano, la Palestina, eccetera; persecuzioni di minoranze e, recentemente, eliminazioni di civili ucraini con droni dati all’alleato Putin. Marco Pannella teorizzava non il diritto all’ingerenza, ma il dovere di farlo là dove i diritti fondamentali non vengono rispettati, o dove si proclama l’obiettivo di eliminare un popolo.
Oggi si appellano al diritto internazionale gli stessi che chiedono di disarmare l’Ucraina, che assistono più o meno inermi alle pluripersistenti violazioni degli Ayatollah e di Putin, che non sventolano mai una bandiera dell’Ucraina, unico Paese democratico oggi invaso.
Il diritto internazionale è ancora qualcosa di acerbo, insufficiente nel dare strumenti per affrontare le crisi internazionali, certamente non affronta il dovere d’ingerenza rispetto alle violazioni interne a uno Stato di diritti umani fondamentali. Un riferimento in questo senso si può trovare però nella Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea, là dove richiama a «responsabilità e doveri nei confronti degli altri, come pure della comunità umana».
Certo, appare lecito per il diritto internazionale generale, al di là di singoli trattati, che Israele intervenga militarmente, in modo proporzionato e dissuasivo, nei confronti dell’Iran che, di Israele, non solo nega la caratteristica stessa di Stato, ma ne auspica continuamente e con riferimento alla verità di fede l’estinzione. In particolare, il pregiudizio determinato dalla costruzione di armi nucleari appare evidentemente causa di intervento preventivo lecito.
Israele ha messo in piedi un’operazione su obiettivi militari per la propria sicurezza; non possiamo però considerare l’operazione solo come preventiva rispetto a un rischio nucleare, peraltro certificato: si tratta di qualcosa di più. Il conflitto tra Israele e il blocco terrorista sciita, lo scudo con la stella di David rispetto a questa minaccia, vede, nello stesso tempo, una protezione per il mondo libero e la rinascita di una speranza nel popolo iraniano, devastato dagli Ayatollah, ai quali le sinistre europee di allora strizzarono l’occhio.
Ed è proprio la nuova ma vecchissima sinistra italiana che si sta distinguendo e compattando, nello stesso tempo, sul NO al riarmo e alla deterrenza, alla base della pace e della sicurezza europea da ottanta anni, e della «Kefiah a tutti i costi», anche rimuovendo le responsabilità di Hamas, il migliore alleato degli Ayatollah e votato a maggioranza nei distretti di Gaza nel 2006.
Gli errori di Benjamin Netanyahu a Gaza, gravi per il sottoscritto, ci stanno restituendo una sinistra incapace di distinguere tra oppresso e oppressore, tra azione e reazione, tra democrazia e autocrazia. Con questa sinistra, imbarazzante per parte dello stesso Partito Democratico, si mischia perfino +Europa, nelle piazze, nelle parole d’ordine, nelle dichiarazioni, negli attacchi pregiudiziali a Netanyahu e Trump, anche quando fanno scelte utili agli iraniani stessi e al mondo libero.
L’ultima di Riccardo Magi è la contrarietà al 3,5/5 per cento Nato di spese per la difesa se non vincolate a una politica estera Ue comune, un po’ come scrivere che daremo una mano agli ucraini quando i russi se li saranno mangiati e saranno già a Vilnius o a Helsinki.
Infine, a chi continua a far notare «l’assenza dell’Europa» in Medio Oriente, ricordo che gli Stati Uniti hanno decine di basi nei Paesi a maggioranza sunnita e che Israele è la potenza nucleare e militare regionale, con rapporti pacifici già certificati o in fase di certificazione con questi Paesi sunniti, a partire dall’Arabia Saudita; come si può pensare che l’Ue, così come la Cina, possano oggi toccare palla in quello scenario?
Il peso di Israele e degli Stati Uniti dipende da scelte di politica estera e militare di almeno ottanta anni: meglio e utile cercare di tutelare le alleanze con questi attori, in attesa di tempi migliori che sopravvivano politicamente ai Trump e ai Netanyahu di turno. L’aiuto a Israele di Trump è stato ed è oggettivamente utile, anche per noi; che questo sia avvenuto incidentalmente nei meandri dei riflessi oscuri del presidente degli Stati Uniti, non ne inficia l’utilità.