TuristificazioneLa montagna ha perso il suo fascino, e il marketing l’ha resa un prodotto da vendere

Come spiega Luca Fontana in “Tornare a esplorare” (Rizzoli Libri), il paesaggio montano si è trasformato in un mero passatempo esautorato dal fascino dell’esplorazione

Fino a un paio di secoli fa il termine “selvaggio” faceva paura. Oggi è molto più presente nell’universo delle aspirazioni e viene spesso utilizzato per promuovere le destinazioni turistiche, affiancato alle parole “incontaminato”, “vergine” e ad altre etichette prese dallo scaffale dei prodotti outdoor. Questo cambiamento è la diretta conseguenza dell’urbanizzazione, che ci ha di fatto separati dalla natura facendoci dimenticare il nostro lato più animale – inteso come radicalmente connesso all’ecosistema – senza farci percepire la separazione. È così che contrapponiamo all’antropizzazione la cosiddetta natura selvaggia, nelle Alpi identificata con i territori montani.

La natura selvaggia viene oggi idealizzata e identificata con un territorio di decompressione, in cui possiamo prendere le distanze dalla vita urbana e, per un periodo di tempo definito e limitato, riconnetterci: un altro termine in origine stupendo ma fagocitato dal marketing esperienziale. Per andare oltre questa dicotomia e trovare una mia personale definizione di natura selvaggia ci ho messo tantissimo tempo, dovendo ripulirmi di mille idee che non mi appartenevano. Ero stato abituato ad associare alla montagna selvaggia attività come lo sci da discesa, ovvero un divertimento praticato in uno degli ambienti più costruiti che esistano, quello dei comprensori sciistici, secondo solo ai campi da golf per artificialità e impatto ambientale.

L’azione che mi ha aiutato di più è stata sicuramente la camminata, che mi ha permesso di immergermi nell’ambiente con i miei tempi e in zone sempre meno frequentate. Poi ho iniziato a viaggiare lontano, entrando in contatto con terre che siamo abituati a considerare selvagge. Ho visitato per la prima volta lo Yukon (Canada del Nord) nel 2015: un territorio più grande dell’Italia in cui, fuori dalla capitale, vivono circa 4000 persone e un numero molto più alto di orsi, alci e altra grande fauna selvatica. Da europeo, ero terrorizzato dalla presenza degli orsi: non siamo abituati a muoverci in ambienti dove ci sono animali che potenzialmente possono ucciderci. Mi è servito un po’ per comprendere che gli orsi non sono predatori degli esseri umani e che, con qualche accorgimento, si può esplorare i territori del grande Nord americano senza il costante terrore di essere assaliti.

La possibilità che l’orso uccida permane soprattutto laddove non si impara a conviverci, e l’Italia, paese in cui non veniamo educati a coesistere con i grandi carnivori, è un triste esempio di questa dinamica. Questo tipo di territorio selvaggio da noi non esiste, almeno non più: tutto l’ambiente alpino è stato in qualche modo modificato dall’essere umano. Nelle Alpi non esiste l’incontaminato. In primo luogo, ciò senz’altro accade per ragioni connesse allo sviluppo economico: il paesaggio nei secoli è stato modificato per il sostentamento delle comunità umane, prima, e del Capitale, oggi. In secondo luogo, però, avviene anche per altri motivi: tra questi, il fatto che la cultura europea, e in particolare quella italiana, è ossessionata dalla ricerca della sicurezza, per cui siamo abituati ad annientare ogni fonte di pericolo, anche potenziale, cosa che abbiamo fatto per millenni con la fauna selvatica.

Convivere con qualcosa di potenzialmente pericoloso, ma che non ha alcuna intenzione di farci del male, ci appare quasi inconcepibile: siamo diventati incapaci di adattare i nostri limiti e le nostre aspirazioni all’ambiente che ci circonda. Rimuoviamo i pericoli per ciò che sono, indipendentemente da ciò che effettivamente ci fanno.

Oggi, ma anche in passato per ragioni diverse, tendiamo idealmente e praticamente ad addomesticare l’ambiente naturale, rendendolo sicuro e soprattutto fruibile, una vera e propria parola chiave che identifica l’ambiente come un servizio. Una volta ridotto l’ambiente a un servizio, come società possiamo estrarne non solo materie prime ma anche divertimento e relax. In questo modo riusciamo nella eccezionale impresa di trasformare l’ambiente naturale, con cui in uno stato primitivo non percepivamo alcuna separazione, in un prodotto esterno a noi, da commerciare e consumare.

È comprensibile che fino all’era preindustriale l’ambiente naturale fosse considerato un servizio: le persone che vivevano in montagna, per esempio, ne avevano modificato radicalmente il paesaggio e gli equilibri per poterne ricavare il proprio sostentamento, e lo stesso avveniva per la stragrande maggioranza della popolazione fuori dalle poche grandi città. La svolta è avvenuta verso la metà del secolo scorso, quando la maggioranza delle persone che vivevano in montagna si è trasferita a valle per lavorare nelle fabbriche e negli uffici, chiaramente attratta dalle comodità della vita urbana e dalla sicurezza di un introito non dipendente dall’andamento stagionale e metereologico della società agricola.

I prati, sfalciati per secoli dagli alpigiani, si sono inselvatichiti e i terrazzamenti, frutto di un lavoro multigenerazionale volto a creare terreno pianeggiante sui ripidi versanti, sono stati abbandonati e dimenticati. Le terre montane, una volta cuore pulsante dell’economia e della società, si sono spopolate. Il legame tra le persone e l’ecosistema non è certamente sparito, ma è diventato meno evidente, quasi dimenticato in una quotidianità urbanizzata.

Sono sempre stato affascinato dai racconti dei miei genitori, che negli anni ottanta camminavano per i sentieri del Tour du Mont Blanc (TMB) incontrando pochissime persone. Camminare in montagna era un’attività ben poco praticata. Questa tendenza si è invertita verso la fine del Novecento, subendo un’ulteriore accelerazione in concomitanza all’avvento dei social. A causa di questi ultimi, i luoghi un tempo conosciuti dagli alpigiani e da pochi turisti sono stati improvvisamente resi noti a milioni di persone, creando una vera e propria febbre dell’outdoor.

Nel 2023 il TMB è stato percorso da circa cinquantamila persone, a cui è da aggiungere l’enorme numero di turisti che frequentano i suoi sentieri per percorrerne solo una parte o dei singoli tratti in giornata. Oggi possiamo parlare di sovraffollamento in montagna, e la causa principale è l’aver trasformato l’ambiente naturale in un prodotto, proposto come evasione da una quotidianità urbana. Il marketing ha quindi lavorato sodo per codificare la vendita del prodotto “natura”, appiattendo l’esperienza su modalità di frequentazione ben precise: la ricerca di paesaggi mozzafiato, la realizzazione di esperienze adrenaliniche, la riconnessione con la natura e così via.

Questa modalità di fruizione veloce ed estrattiva ha messo in secondo piano l’avere tempo e il concederselo per approfondire e abitare realmente i luoghi. Il tempo si trasforma così da un diritto di cui tutti possono godere a un privilegio di pochi e a cui per accedervi è necessario fare dei grandi compromessi. Una visione così superficiale della natura non solo svilisce un universo di possibilità e autentiche connessioni ma porta anche tante persone a frequentare l’ambiente naturale senza conoscerlo, causando incidenti.

Tratto da “Tornare a esplorare. Nuovi significati del vivere la natura”, di Luca Fontana (Rizzoli Libri), 224 pagine, 25 euro

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