Ieri i figli di Donald Trump hanno lanciato una nuova società telefonica, la Trump mobile, che offrirà servizi telefonici agli americani per soli 47 dollari al mese, e produrrà uno smartphone dorato, non ancora Made in Usa, ma non si può volere tutto dalla vita. Vedremo, a breve, come la Casa Bianca adatterà la percentuale di dazi al paese produttore.
Oltre alla compagnia telefonica, sempre ieri i due figli di Trump hanno annunciato la nascita di una nuova zecca di criptovalute, a nome loro, mentre uno dei due a breve aprirà a Washington un club esclusivo per milionari, mezzo milione di dollari per accedervi, chiamato senza tanti giri di parole “Executive branch”, “potere esecutivo”, per far capire subito ai possibili clienti che le porte del club apriranno a un bar, a un ristorante, a varie lounge, ma anche ad altre infinite opportunità.
Questo è successo ieri, nei mesi scorsi abbiamo visto i miliardari della Silicon Valley che hanno finanziato le campagne elettorali trumpiane, sono entrati al governo e si sono avvicinati alla gestione degli appalti pubblici; altri miliardari che hanno pagato Melania Trump cifre fuori mercato, 28 milioni, per girare un documentario su Prime; cene alla Casa Bianca riservate ai finanziatori personali del presidente; e poi scarpe di Trump, chitarre di Trump e altre cineserie, per non parlare delle Tesla esposte come se il Giardino delle rose della Casa Bianca fosse una concessionaria d’auto, e soprattutto i famigerati “Trump coin”, la finta moneta trumpiana, una patacca per far fessi i seguaci più fanatici e arricchire il capo famiglia, che in realtà per molti sono lo strumento perfetto per finanziare illecitamente Trump senza lasciare alcuna traccia. A giugno, Forbes ha calcolato che Trump ha guadagnato quasi un miliardo di dollari soltanto dai “Trump coin”.
Esattamente dieci anni fa, Trump scendeva le scale mobili dorate della sua Tower sulla Quinta strada di Manhattan per annunciare la candidatura a presidente, ma allora nemmeno lui poteva immaginare quanti soldi avrebbe portato a casa al termine di questa avventura.
Lasciamo da parte la questione russa, per brevità e carità di patria, ma durante il primo mandato di Trump fece scandalo la prenotazione delle suite al Trump hotel di Washington da parte di imprenditori e capi di Stato stranieri, quale mezzo necessario per avere accesso alla Casa Bianca, e quasi passarono sotto traccia tutta una serie di affari immobiliari della famiglia trumpiana allargata nel Golfo Persico.
Ma tutto questo è niente rispetto a quanto sta succedendo nei primi mesi del secondo mandato di Trump: o ci siamo dimenticati, solo per citarne un’altra, del super jet da cento milioni di dollari omaggiato qualche settimana fa dal Qatar, uno dei paesi più ambigui a proposito di terrorismo e sicurezza in Medioriente.
Ventitré anni fa, chissà chi se lo ricorda, erano talmente bei tempi che il problema principale in Italia pareva fosse quello del conflitto di interessi di Silvio Berlusconi. Blind trust era l’espressione inglese più diffusa nei salotti televisivi nostrani, altro che jobs act o rearm Eu di oggi (qui forse è dove Guia Soncini scopre finalmente quando abbiamo smesso di parlare italiano).
I politici e i giornalisti di allora si scannavano su questi temi, e sulla legge Frattini che obbligava i titolari di cariche di governo ad astenersi dal partecipare ad atti e deliberazioni in cui avrebbero potuto trovarsi in conflitto di interessi. Eppure non bastava, c’era il conflitto di interessiii, bisognava fare come in America, spiegavano senza tregua gli americanisti Bonetto che ci potevamo permettere, camicia button-down, cravatta regimental e perfetta pronuncia di Baaaston.
Mai nella patria del capitalismo, spiegavano in coro, uno come Berlusconi avrebbe potuto essere eletto, anzi nel paese del blind trust uno come Berlusconi non avrebbe potuto nemmeno candidarsi. Erano assecondati da colleghi americani altrettanti indignati per l’ascesa di Berlusconi, e per questo trasformati in protagonisti del nostro dibattito pubblico.
Blind trust, blind trust, blind trust, il modello americano, era la chiave di tutto (la mia canzone preferita dell’epoca, probabilmente per immedesimazione nello spirito del tempo, era “Blind” dei Talking Heads, «blind, blind, blind, blind» cantava David Byrne). Questo blind trust americano era assolutamente necessario per separare una volta per tutte gli interessi di Berlusconi dal potere politico che aveva occupato, dicevano le teste parlanti in televisione.
Un piccolo giornale d’opinione italiano fece notare, piuttosto isolato, che nel frattempo a New York, non a Canicattì, era diventato sindaco un signore che si chiamava Mike Bloomberg, un noto finanziere ben più ricco di Berlusconi e, a proposito di conflitto interessi, anche un editore ben più influente – grazie ai suoi formidabili terminali di informazione finanziaria, alle agenzia di stampa e ai magazine – rispetto all’editore di Paperissima.
Il King of Conflict of Interests americano però non interessava a nessuno nell’Italia che invocava il blind trust americano, e non interessava minimamente all’America che secondo i nostri esperti avrebbe dovuto imporci moralmente il blind trust, e non avrebbe mai consentito l’affronto democratico di un uomo d’affari in politica.
Qualcuno provò a ribattere alla garbata segnalazione del caso Bloomberg spiegando al piccolo giornale d’opinone che Mike e Silvio non si potevano paragonare, mai e poi mai, perché una cosa è fare il sindaco e una cosa è guidare il paese, sempre con l’idea che New York, la capitale finanziara del mondo, fosse una piccola Bari.
Questa obiezione demenziale venne sotterrata e dimenticata per sempre quando Bloomberg, dopo aver cercato inutilmente di fare il sindaco di New York per la terza volta come un De Luca qualsiasi, si candidò a presidente degli Stati Uniti, sempre senza blind trust e nemmeno uno straccio di legge Frattini.
Venti e rotti anni dopo è arrivato Trump, con i più stupefacenti intrecci di interessi personali e politici mai visti nella storia dell’Occidente libero e democratico, con gli omaggi supersonici, con il conio di monete in tecnologia blockchain per nascondere i nomi dei finanziatori, e con tutto il resto elencato, parzialmente, all’inizio di questo articolo.
Venti e rotti anni dopo, con quel gaglioffo alla Casa Bianca, mi piacerebbe sapere che cosa pensano del conflitto di interessi negli Stati Uniti gli americanisti italiani dell’epoca di Berlusconi: Make blind trust great again?