Tesla mattaFino a che punto Trump e Musk potranno farsi male a vicenda

Il proprietario di X può togliere i finanziamenti al Partito repubblicano per la campagna elettorale di midterm, mentre il presidente degli Stati Uniti può danneggiare gli interessi economici dell’imprenditore

LaPresse

Il litigio tra Donald Trump ed Elon Musk, da fuori, sembra solo l’ennesimo capriccio tra miliardari: un duello a colpi di post tra due egocentrici, troppo ricchi per tacere, troppo vanitosi per cedere. Uno spettacolo grottesco, perfetto per le piattaforme che hanno contribuito a creare. Ma a guardarlo da vicino, questo scontro è già uno dei punti di svolta del secondo mandato di Trump alla Casa Bianca. Perché non si è rotto soltanto un rapporto personale: si è spezzata una convergenza tra il vertice della politica populista e l’apice del capitalismo tecnologico. 

Trump e Musk si sono usati a vicenda finché è convenuto: il presidente degli Stati Uniti per farsi rieleggere con una ricca campagna elettorale, l’imprenditore per entrare finalmente nei centri decisionali del potere americano, orientare a suo favore le politiche pubbliche. Poi è bastato un disegno di legge mal digerito, una nomina ritirata, una battuta di troppo sull’occhio nero di Musk, e l’idillio si è trasformato in faida. Il presidente lo ha accusato di ingrato, Musk ha risposto che senza di lui la rielezione sarebbe stata impossibile. Poi il salto: l’accusa – non documentata, ma per i suoi detrattori credibilissima – che il nome di Trump compaia nei file riservati del caso Epstein, l’inchiesta sul traffico sessuale di minori che coinvolse il finanziere americano amico dei ricchi e famosi e proprietario di una remota isola. 

In questa faida, Musk ha i soldi. Trump ha il potere. E la differenza, come sanno gli appassionati della più bella serie televisiva sul potere a Washington, House of Cards, non è solo contabile. Come diceva il suo protagonista Frank Underwood (interpretato da Kevin Spacey): «Il denaro è la villa in stile McMansion a Sarasota, che dopo dieci anni inizia a cadere a pezzi. Il potere è l’edificio di pietra che resiste per secoli». Musk ha costruito un impero, ma oggi si trova davanti a un presidente che può togliergli contratti e protezioni legali. E Trump, che ha fatto della minaccia uno stile di governo, lo sa benissimo.

Il New York Times ha contato otto modi con cui possono distruggersi a vicenda, ma l’elenco potrebbe allungarsi a ogni tweet sospinto: Trump può tagliare i contratti federali che tengono in piedi l’impero industriale di Musk, avviare indagini su di lui, revocargli l’autorizzazione ufficiale per accedere a informazioni riservate o classificate del governo.

Trump ha già dato un primo avvertimento: «Il modo più facile per risparmiare miliardi nel nostro budget è interrompere le sovvenzioni e i contratti con Elon. Sono sempre stato sorpreso che Biden non l’abbia fatto». A questo, Musk ha risposto con sarcasmo: «Diventa sempre più interessante», seguito da emoji e da una frase che sa di sfida: «Vai, fammi contento».

Tesla ha relativamente pochi contratti diretti con lo Stato, ma dipende da normative e incentivi federali, a partire dal credito d’imposta da 7.500 dollari per veicolo elettrico, che da solo vale miliardi. Secondo un’analisi di JPMorgan, la sua abolizione costerebbe all’azienda 1,2 miliardi l’anno. Altri due miliardi verrebbero a mancare dalla vendita di crediti ambientali, se Trump – come annunciato – decidesse di smantellare gli standard sulle emissioni.

Anche il futuro dei robotaxi, su cui Musk punta per rilanciare la crescita di Tesla, è appeso alla benevolenza delle autorità federali. Il servizio, in fase di lancio ad Austin, prevede veicoli senza conducente a bordo. Ma il sistema di guida completamente automatica è ancora sotto osservazione da parte della National Highway Traffic Safety Administration. Indagini che molti ritenevano destinate a finire sotto l’ombrello protettivo della nuova amministrazione Trump. Ora potrebbero tornare a pesare.

Se Tesla trema, SpaceX non è messa meglio. Ha in corso contratti con la Nasa per oltre quindici miliardi e con il Pentagono per quasi sei. Sostituirla è difficile, quasi impossibile. Boeing, unico concorrente reale per il trasporto astronauti verso la Stazione Spaziale, ha fallito la sua unica missione. Ma l’insostituibilità tecnica non mette Musk al sicuro. La sua rete satellitare Starlink dipende dall’autorizzazione dell’ente regolatore delle comunicazioni (Fcc) per espandersi. I lanci spaziali sono regolati dall’autorità americana per l’aviazione civile (Faa). Le manine della Casa Bianca sono ovunque.

Musk, però, non è completamente disarmato: ha il controllo di una delle piattaforme più influenti del mondo, X, e i soldi per finanziare nuovamente il Partito democratico o candidati del Partito repubblicano ostili all’establishment trumpiano. O addirittura finanziare un nuovo partito, come ha fatto intendere, sempre su X. Questa strada è la più difficile, ma Musk, a differenza di Trump, ha il tempo dalla sua parte e può provare a logorare l’agenda della Casa Bianca già dalle elezioni di metà mandato, previste a novembre del 2026.

Sempre secondo il New York Times, Musk aveva promesso, ma mai concesso, cento milioni di dollari per sostenere quella campagna elettorale. E forse questo è stato l’oggetto vero del contendere. Trump insinua che Musk sia stato sleale. Musk, con tono più che allusivo, lascia intendere che senza il suo supporto logistico e mediatico la vittoria del 2024 non sarebbe mai arrivata. Il punto non è solo chi ha pagato cosa, ma chi si sente padrone di cosa.

Nel frattempo, la macchina si muove. Le autorità federali stanno riesaminando le modalità con cui Musk ha rilevato la piattaforma Twitter, ora X. Anche la Securities and Exchange Commission (Sec) sta indagando sull’acquisto delle quote iniziali, e non è un caso che l’aria si sia fatta più pesante proprio ora. Le indagini, negli Stati Uniti, non servono solo per cercare reati. Servono a mandare messaggi.

La pace, per ora, è solo un’ipotesi di comodo. Musk ha risposto con un tiepido «you’re not wrong» a chi gli suggeriva di abbassare i toni. Ma intanto continua a colpire. Trump, da parte sua, alterna ironia e rabbia. Il resto dell’establishment si prepara a una lunga stagione di logoramento, mentre noi europei, per una volta guardiamo interessati e compiaciuti.

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