Ventisette meno unoL’Ungheria blocca l’Ue sugli aiuti all’Ucraina (e Putin guadagna tempo)

Il Consiglio europeo si chiude con un’Europa spaccata: tutti i Paesi firmano le conclusioni sull’Ucraina, mentre Orbán resta fuori

LaPresse

Con il Consiglio europeo si è chiuso, di fatto, il semestre di presidenza polacco dell’Ue (dal primo luglio il testimone passa alla Danimarca di Mette Frederiksen). Tra tutti, il dossier ucraino è uno di quelli in cui si nota in maniera più plastica il segno di questi sei mesi particolarmente intensi. Quelli in cui Donald Trump è tornato alla Casa Bianca, terremotando il mondo con le sue guerre dei dazi e, soprattutto, con la sua personale interpretazione della geopolitica internazionale.

Il summit della Nato svoltosi all’Aia questa settimana è solo l’ultima dimostrazione di una realtà ormai incontrovertibile: della difesa di Kyjiv, agli Stati Uniti, non interessa più. L’amministrazione a stelle e strisce vuole solo trovare un accordo con lo zar di tutte le Russie, Vladimir Putin, e a rimanere accanto alla resistenza ucraina – almeno a parole – è rimasta solo l’Europa.

Certo, durante il bilaterale concessogli nella città olandese, Trump ha promesso una nuova batteria di Patriot a Volodymyr Zelensky, ma gli aiuti statunitensi all’Ucraina aggredita vengono ormai erogati col contagocce rispetto all’era Biden, e la sospensione temporanea della condivisione d’intelligence con le forze armate ucraine dei mesi scorsi ha fatto gelare il sangue nelle vene non solo nel Paese dove si combatte da quasi tre anni e mezzo, ma anche nel resto del Vecchio continente.

L’Ucraina, ha proclamato Mark Rutte chiudendo la due giorni dell’Aia, continua il suo percorso irreversibile verso l’adesione all’Alleanza nordatlantica. Ma la formula, coniata al summit dello scorso luglio a Washington (dove la Nato ha spento settantacinque candeline), suona oggi retorica e stucchevole, sostanzialmente vuota. Allora, la nazione dell’Europa centrale era stata menzionata una sessantina di volte nella dichiarazione finale. Stavolta, solo due.

Il giorno in cui Kyjiv otterrà il via libera unanime dei trentadue Stati membri è ancora lontanissimo, e sicuramente per ora c’è la contrarietà dell’azionista di maggioranza dell’organizzazione, quel paparino nei confronti del quale gli europei – e il segretario generale Rutte in testa – si dimostrano talmente deferenti da sembrare dei lacchè.

Al netto della sua potenziale adesione alla Nato, comunque, è sul sostegno alla difesa dell’Ucraina dall’aggressione neo-imperialista di Mosca, che si misura la distanza siderale tra le due sponde dell’Atlantico. Lo ha detto chiaro e tondo, ad esempio, il primo ministro belga Bart De Wever: «È chiaro che non abbiamo più lo stesso punto di vista» rispetto a Washington, ha ammesso arrivando al vertice Ue, e che «la posizione a favore dell’Ucraina è più evidente in Europa che negli Stati Uniti». E l’esclusione di Zelensky dalla sala in cui si sono confrontati i trentadue leader è stata «veramente deplorevole».

Eppure, per quanto in Ue il mood generale sia indubbiamente più positivo nei confronti di Kyjiv, è altrettanto evidente che non tutte le cancellerie la pensano allo stesso modo. È ormai divenuta prassi comune – le cui implicazioni giuridico-legali, oltre che politiche, sono ancora tutte da esplorare – quella di adottare conclusioni a ventisei sull’Ucraina. La formula della divergenza strategica dell’Ungheria di Viktor Orbán è una foglia di fico, ma al momento conviene tanto al premier magiaro quanto al presidente del Consiglio europeo António Costa.

L’uomo forte di Budapest ha da tempo lasciato cadere la maschera, e sta puntando i piedi sull’avvio dei negoziati di adesione di Kyjiv al club a dodici stelle. «Il problema è la guerra», insiste, poiché «se integrassimo l’Ucraina in Ue, integreremmo anche la guerra». Non ha senso continuare a parlarne, dice, finché non c’è un cessate il fuoco. E a Bruxelles Orbán ci arriva sventolando i risultati di quello che lui chiama «referendum», ma che referendum non è (si tratta, al più, di un questionario sottoposto ai cittadini, privo di alcuna valenza legale).

Così, sul sostegno al Paese che, alle porte dell’Europa, resiste all’invasione putiniana, i Ventisette diventano Ventisei e approvano le loro conclusioni in un documento separato. Dove rinnovano il supporto per un cessate il fuoco immediato, totale e incondizionato, per una pace giusta e duratura, per la prosecuzione dell’invio di aiuti a Kyjiv e per il mantenimento della pressione su Mosca.

Quest’ultimo era il tasto più dolente. Il diciottesimo pacchetto di sanzioni contro il Cremlino, confezionato dall’esecutivo comunitario negli scorsi giorni e attualmente al vaglio degli ambasciatori degli Stati membri, mira a colpire sia il settore bancario russo sia, soprattutto, le esportazioni di prodotti energetici della Federazione. C’è l’ennesima stretta sulla cosiddetta flotta ombra, e ci dovrebbe essere l’abbassamento del tetto al prezzo del greggio russo dagli attuali sessanta a quarantacinque dollari al barile.

Ma ci sono dei problemi. Sull’oil price cap, anzitutto: quello originario è una misura presa dal G7, quindi per modificarlo serve il disco verde dei partner di quel gruppo (leggi: va convinto Trump). La numero uno del Berlaymont, Ursula von der Leyen, e l’Alta rappresentante Kaja Kallas vorrebbero tirare dritto, con o senza Washington, ma non è affatto chiaro quali siano le possibilità di successo se Bruxelles dovesse decidere di procedere autonomamente.

E poi sul gas. Il primo ministro slovacco Robert Fico, sodale di Orbán, minaccia di far saltare il banco se non ottiene un’esenzione per continuare a rifornirsi col metano di Mosca a basso prezzo. Mentre i capi di Stato e di governo discutevano, si è incontrato con la presidente della Commissione per dirle che, se il voto sul prossimo pacchetto di misure restrittive (inizialmente previsto per oggi al Coreper) non sarebbe stato rinviato, l’ambasciatore di Bratislava avrebbe opposto il veto. Alla fine, i due hanno concordato che le sanzioni non torneranno sul tavolo finché il capo dell’esecutivo Ue non si recherà in visita nella capitale slovacca, probabilmente nei primi di luglio.

Per ora, i Ventisette meno uno hanno inserito nelle loro conclusioni separate una formulazione sufficientemente vaga per consentire a tutti di dichiarare vittoria: il nuovo round di sanzioni includerà dunque «misure volte a colpire ulteriormente le entrate energetiche», e poi si vedrà. L’unanimità, invece, Costa è riuscito a ottenerla per il rinnovo delle sanzioni già esistenti (incluso il congelamento degli asset russi immobilizzati, per un valore complessivo di oltre duecento milioni di euro), estese per altri sei mesi a un mese dalla scadenza di fine luglio.

Del resto, c’è già chi va per conto suo per non rimanere bloccato dai veti incrociati dei cavalli di Troia di Putin. Il Parlamento lituano ha adottato delle norme che consentiranno al governo di comminare autonomamente misure restrittive su persone e settori coinvolti direttamente o indirettamente nell’aggressione russa dell’Ucraina, come backup in caso s’inceppasse il regime sanzionatorio comunitario.

Il presidente lituano, Gitanas Nausėda, si dice comunque fiducioso che, prima o poi, si riuscirà a sbloccare anche la partita dell’ingresso di Kyjiv in Ue. «Vediamo sempre queste difficoltà ripetersi», ammette, ma alla fine «in qualche modo riusciamo a procedere» e «probabilmente ci riusciremo anche stavolta». La storia dell’allargamento dell’Unione è travagliata, ma, in prospettiva, sul piano strategico, sembrerebbe raccontare un successo. Ora questo processo è tornato in cima all’agenda, e il governo ucraino è deciso a non mollare la presa, forte del sostegno di una parte consistente degli Stati membri.

Lo ha ribadito lo stesso Zelensky, collegatosi da remoto al vertice a causa degli ultimi, pesanti attacchi russi. Il suo Paese «sta rispettando tutti i suoi impegni per l’adesione» e si aspetta che il primo cluster di capitoli negoziali, quello cosiddetto dei fondamentali, venga aperto quanto prima. «È giusto che l’Ue ci dia a sua volta segnali chiari e di sostegno, segnali che riconoscano i nostri progressi», ha incalzato i leader: ora serve un messaggio politico chiaro per far capire in maniera inequivocabile che «l’Ucraina è saldamente sulla strada europea e che l’Europa mantiene le sue promesse».

Sono sulla stessa linea i vertici comunitari. Per von der Leyen «è impressionante» il ritmo con cui Kyjiv approva «una riforma dopo l’altra» pur sotto le bombe di Mosca, e per questo la Commissione «difende l’apertura del primo cluster di negoziati». Anche Costa dice di voler «spianare la strada per l’adesione» dell’Ucraina al consesso europeo. Ma va vinta la resistenza di Budapest, perché sull’allargamento non possono funzionare gli escamotage dei documenti separati, e nemmeno quelli di invitare Orbán fuori dalla stanza mentre si vota all’unanimità.

Staremo a vedere. Intanto, di tregua non si vede l’ombra, nonostante il sultano turco Recep Tayyip Erdoğan abbia annunciato un terzo round di colloqui tra le delegazioni di Mosca e Kyjiv, probabilmente a Istanbul. Zelensky, intanto, era a Strasburgo per firmare lo statuto del nuovo Tribunale speciale per il crimine di aggressione dell’Ucraina. Accanto a lui, il presidente del Consiglio d’Europa, Alain Berset, secondo cui il diritto internazionale deve farsi sentire «più forte delle bombe».