Little EnglandLe università del Regno Unito vogliono licenziare migliaia di docenti

Gli atenei britannici denunciano una situazione economica difficile dovuta al calo di studenti stranieri dopo la Brexit. Ma la situazione non giustifica tagli così imponenti come quelli annunciati

Courtesy of Ucu

La Liverpool Hope University è un piccolo ateneo britannico, con un’impronta ecumenica e finanze relativamente stabili. È un ateneo importante per tutta la regione del Nord Ovest dell’Inghilterra, soprattutto per le facoltà artistiche e le discipline umanistiche. A inizio maggio l’amministrazione ha annunciato tagli al personale docente, in un gesto che è sembrato poco più di un pretesto per tagliare brutalmente i costi, senza valide motivazioni. Si parla di cancellare trentanove posti di lavoro accademici, cioè più del dieci per cento del totale dei docenti. Molti docenti a rischio sono stati invitati a presentare domanda di dimissioni volontarie.

«I tagli proposti dall’università avrebbero un impatto devastante sulla nostra comunità accademica, sulla reputazione dell’università e sull’economia della regione», ha detto a Linkiesta Roberto Catello, rappresentante dell’University and College Union (UCU), sindacato dell’istruzione superiore e universitaria che rappresenta oltre centoventimila docenti in tutto il Paese. Catello spiega che le motivazioni date dalla Liverpool Hope – un deficit di 2,2 milioni di pound per l’anno 2024/25, il calo del numero di studenti in alcune aree disciplinari, la necessità di riequilibrare il rapporto personale-studenti – non giustificherebbero il taglio di trentanove docenti.

Perché l’ateneo ha sempre avuto il bilancio in attivo negli ultimi cinque anni, fatta eccezione per un deficit minimo nel 2023/24 e quello previsto per il 2024/25. Il punto è che nello stesso periodo l’ateneo ha investito 33,5 milioni di pound per acquistare o ammodernare edifici e infrastrutture (buildings, equipment and infrastructure), mentre le spese destinate al personale docente non sono aumentate di molto: sono passate dai 13 milioni di pound del 2020/21 ai 15,6 del 2023/24. Allo stesso tempo, la Liverpool Hope è anche l’università inglese con le spese per studente (Spend per student) tra le più basse della nazione, secondo la classifica del Guardian. «L’università lamenta di non avere fondi per studenti e personale accademico, ma ne ha moltissimi per edifici e stipendi dei dirigenti», aggiunge ancora Catello.

Le consultazioni tra i vertici dell’ateneo e il sindacato sono iniziate a metà maggio e finiranno alla fine di giugno, per cercare di raggiungere un accordo o un compromesso di qualche tipo, per evitare licenziamenti considerati per giusta causa (compulsory), ridurre il numero di dipendenti da licenziare, attenuare le conseguenze del licenziamento.

Una protesta della Liverpool Hope University | Courtesy of UCU

La Liverpool Hope non è un caso isolato nel Regno Unito, è solo una versione in scala ridotta di una condizione comune a molte altre università, in Inghilterra e non solo. L’Università De Montfort ha annunciato ottanta licenziamenti, la Keele University centocinquanta, Plymouth duecento, Greenwich trecento, Edimburgo trecentocinquanta. L’Università di Dundee aveva programmato tagli fino a settecento posti di lavoro, poi ridotti a trecento. Anche l’ateneo di Newcastle ha pianificato trecento licenziamenti per ridurre un deficit di bilancio previsto di venti milioni di pound. E così molte altre, fino all’Università di Sheffield, dove i docenti hanno scioperato per dieci giorni a maggio per opporsi al piano di licenziamenti di massa della direzione. La lista è impressionante, la UCU ha raccolto i dati in una tabella in costante aggiornamento, con i dati sulle redundancies ateneo per ateneo. Basta dare un’occhio al sito per avere un’idea della dimensione del fenomeno.

Già a febbraio il Guardian diceva che quasi una su quattro delle principali università del Regno Unito sta tagliando personale e budget, fino a diecimila esuberi o perdite di posti di lavoro. Tutto questo rischia di danneggiare la reputazione internazionale del settore accademico.

Quello della reputazione non è un elemento secondario o astratto come potrebbe sembrare. Troppo spesso viene trascurato nei calcoli costi-benefici da parte delle università, ma ha un peso specifico non indifferente. Università è un pezzo centrale nel sistema educativo di un Paese: università è sinonimo di istruzione di alto livello, di formazione, di cultura. E un’università è anche un’istituzione pregiata di un territorio. Non è un caso che all’inizio dell’anno l’Università di Cardiff ha annunciato l’intenzione di tagliare quattrocento posti di lavoro del personale docente e chiudere diversi dipartimenti tra cui la Scuola di musica, la decisione è stata criticata da diversi musicisti famosi, tra cui Ed Sheeran, Stormzy ed Elton John, convincendo i vertici dell’ateneo a rivedere i propri piani.

Al momento circa novanta università stanno provando a ristrutturare il loro parco docenti con programmi di licenziamento obbligatorio o volontario per ridurre gli stipendi. La University of Lincoln, ad esempio, aveva annunciato che poco meno di trecento posti di lavoro erano a rischio. Così il sindacato che rappresenta i millecinquecento membri del personale accademico ha approvato un voto di sfiducia nei confronti del team dirigenziale. «È una risposta alla direzione intrapresa dall’università e alle decisioni che sono state prese. Stanno parlando di tagliare fino a duecentottantacinque posti di lavoro, ma stanno anche parlando di cambiare la natura dell’università, dicendo che certe parti dell’ateneo non sono più importanti e che possiamo liberarcene», ha detto il mese scorso Owen Clayton dell’UCU.

L’ondata di licenziamenti – avvenuti o annunciati – nell’istruzione superiore britannica è conseguenza di un modello economico insostenibile. Le tasse universitarie in Inghilterra aumenteranno ancora leggermente da agosto, dopo anni in cui erano rimaste bloccate, eppure gli atenei denunciano ancora una situazione di stress finanziario. Tra le motivazioni più rilevanti c’è l’aumento dei costi, l’inflazione che fa aumentare le spese per personale, ricerca e servizi, e anche l’aumento dei contributi previdenziali. Secondo un rapporto dell’Office for Students del 2024, il quaranta per cento degli atenei del Paese opererà in deficit nel bilancio 2024/25, con alcuni di loro che affrontano il terzo anno consecutivo di perdite finanziarie. Anche nello scenario più ottimistico, questi istituti continueranno ad operare in deficit nei prossimi anni.

C’è poi un altro fattore che ha determinato una riduzione delle entrate per gli atenei. Linkiesta lo aveva raccontato a settembre, facendo il punto sull’enorme peso avuto dalla riduzione degli studenti provenienti da tutto il mondo. E sì, ovviamente c’entra anche la Brexit. Gli studenti internazionali pagano tasse più alte rispetto a quelli britannici e storicamente hanno sempre rappresentato una quota indispensabile per le casse delle università. Ma dopo l’uscita del Regno Unito dall’Unione europea il numero di richieste d’iscrizione da parte di studenti stranieri è calato verticalmente. Ora, gli studenti provenienti dai Paesi dell’Unione Europea sono trattati come studenti internazionali e quindi costretti a pagare rette molto più alte, rendendo così il Regno Unito meno attraente come destinazione per l’istruzione accademica. A questo si aggiungono le complicazioni burocratiche legate ai visti, che rendono più difficile per gli studenti europei studiare nel Regno Unito.

«Con un minor numero di studenti iscritti, in particolare provenienti da Cina e Unione europea, le prospettive finanziarie delle università sono destinate a peggiorare ulteriormente, spingendo a richiedere urgenti interventi governativi», scriveva a marzo Andrea Tode Jimenez su International Business Times UK. Gli studenti cinesi sono storicamente il gruppo più numeroso di studenti internazionali nel Regno Unito, contribuendo annualmente con 2,3 miliardi di sterline alle tasse universitarie. Tuttavia, il loro numero è in calo da tempo: negli ultimi due anni le iscrizioni agli studi universitari in Cina sono diminuite del 7,7 per cento. E le domande per l’anno accademico 2024 sono diminuite del trentasette per cento, passando da 31.400 a 19.680. Prima della Brexit, il Regno Unito era una delle destinazioni preferite dagli studenti provenienti anche da Francia, Italia, Spagna, Germania e Irlanda. Tuttavia, con la fine della libera circolazione, gli studenti dell’Unione europea che si iscrivono alle università britanniche non hanno più diritto ad alcuni benefit riservati agli studenti europei (come i prestiti studenteschi), rendendo l’istruzione nel Regno Unito un’opzione decisamente meno attraente.

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