Homo FaberL’arte di Will Cruickshank tra macchinari, sperimentazione e processi in continua evoluzione

L’artista unisce arte, ingegneria e artigianato con un approccio sperimentale e manuale. Le sue opere, spesso realizzate con macchinari autocostruiti, esplorano il rapporto tra processo, materia e casualità. Vive e lavora nel Devon, lontano dai circuiti artistici convenzionali

Portrait. Courtesy of the artist

Artista multidisciplinare, sperimentatore instancabile e abile costruttore di macchinari che diventano essi stessi strumenti di creazione, Will Cruickshank, classe 1974, si muove in un territorio in cui arte, artigianato e ingegnosità si intrecciano con un approccio autentico e discreto. La sua è un’arte che arriva in modo immediato, senza bisogno di sovrastrutture o apparati teorici, ma che si percepisce voluta fino in fondo, frutto di un percorso fatto di sacrifici, portato avanti con garbo e tenacia, senza acredine né rivendicazioni.

Nel corso della sua carriera, Cruickshank ha presentato numerose mostre personali, tra cui Way Station presso la Bo Lee and Workman Gallery nel 2024, Three Moons all’Exeter Phoenix Gallery nel 2023 e Inside Outside alla MAAB Gallery di Milano nel 2022. Queste esposizioni hanno consolidato la sua reputazione nel panorama artistico contemporaneo. Recentemente, il mercato internazionale anche alla presenza in alcune tra le più importanti fiere, ha iniziato a riconoscere sempre più il valore del suo lavoro, attribuendogli una meritata attenzione.

Studio. Courtesy of the artist

Nella sua ricerca emerge un legame profondo con il territorio, con una creatività che si sviluppa al di fuori della grande Londra, in quelle aree della Gran Bretagna dove la sperimentazione non si piega ai cliché del mercato artistico. Se oggi la capitale tende sempre più ad appiattire la ricerca dentro schemi prevedibili, le regioni più lontane e rurali, dal Galles alla Cornovaglia, stanno diventando i luoghi dove la sperimentazione trova il coraggio di superare convenzioni e preconcetti. Non si tratta di contesti rurali in senso marginale, ma di territori capaci di dare nuova linfa all’arte britannica, dimostrando che le espressioni più innovative e profonde spesso nascono lontano dai centri più istituzionalizzati.

Cruickshank incarna questa tensione creativa in una pratica che sfida i confini tra arte, design e ingegneria, con opere in cui il processo diventa tanto importante quanto il risultato. Il suo lavoro, libero e sperimentale, è un esempio di come la ricerca artistica possa evolversi senza la necessità di conformarsi a mode o tendenze, ma rimanendo fedele alla propria visione e alle proprie radici.

Spectrum Spindle No.1 and No.2. 2022. Yarn, thread, wood. Courtesy of the artist

Ci racconti delle tue origini, lontane dalla grande città?
Sono cresciuto a Teignmouth, una cittadina sulla costa del Devon, nel sud-ovest della Gran Bretagna. Non c’erano gallerie o musei nelle vicinanze, e la mia famiglia non era in alcun modo coinvolta in alcuna forma di cultura o creatività. Le uniche uscite erano per andare in chiesa e a Dartmoor. Mio padre lavorava saltuariamente come muratore e autista di camion, mentre mia madre, che faceva la donna delle pulizie, era la più pratica in casa. C’erano molte riparazioni improvvisate, un approccio del tipo “arrangiarsi e riparare”. I soldi erano veramente pochi. Spesso iniziava a sistemare qualcosa senza sapere esattamente come fare, e io cercavo di aiutarla.

Cosa ti è rimasto di quegli anni?
Non ho avuto particolari pressioni familiari a seguire una strada, ma ho sempre saputo che volevo andarmene dalla mia città. Inizialmente volevo diventare architetto e ho persino iniziato l’università, ma dopo un anno ho lasciato per intraprendere un percorso artistico. Quello spirito di adattamento e improvvisazione con cui sono cresciuto è rimasta una parte fondamentale del mio modo di lavorare. Iniziare un compito da autodidatta con strumenti sbagliati apre uno spazio in cui tutto può espandersi liberamente, senza il vincolo delle convenzioni. Lavorare i tessuti senza conoscenze specifiche mi ha permesso di sperimentare: mescolare scarti con il gesso ha dato vita a un materiale inaspettato, ricco di potenzialità. Non mi sento legato a un materiale specifico: in futuro potrei usare legno, gesso, tessuto o pittura, o scoprire nuove combinazioni.

Studio. Courtesy of the artist

E così in trent’anni di carriera hai esplorato molte tecniche e materiali. Cosa ti affascina di questo approccio?
Trovo entusiasmante spaziare tra discipline diverse. Nel corso della mia carriera ho esplorato film, fotografia, stampa, installazioni site-specific, opere cinetiche e performative. Attualmente mi concentro molto sui materiali e sui processi. Questo cambiamento è avvenuto quando ho deciso di costruire una pratica di studio più privata e lenta. Non solo, i miei film più recenti, nati come semplici documentazioni per Instagram, si sono trasformati in un vero corpus di lavori.

Puoi parlarci delle opere in cui crei macchinari che diventano essi stessi opere d’arte?
Circa dieci anni fa ho cambiato il mio approccio: prima esponevo macchine e congegni cinetici nelle gallerie, ma sentivo la necessità di renderli più privati e lasciarli evolvere lentamente. Il mio obiettivo era creare opere da esporre invece di mostrare direttamente le macchine.

Quando i tessuti sono entrati nel tuo percorso artistico?
Il mio primo dispositivo era una macchina per intagliare il legno che combinava un miscelatore di cemento e una motosega. Un giorno ho provato ad avvolgere a mano del filo intorno a una scultura, senza successo. Ma da quell’esperimento è nata un’idea: ho aggiunto un dispositivo alla macchina per facilitare l’avvolgimento del filo e, nel tempo, ho affinato la mia conoscenza dei materiali e del processo. Osservare i successi e i fallimenti mi ha portato a sviluppare nuove macchine e tecniche. Non ho una formazione tessile: è un materiale che mi è semplicemente capitato tra le mani.

Colour Field Triangle No.4. Courtesy of the artist

Ti senti perciò un “homo faber”?
In parte sì. Il lavoro manuale è il mio spazio di apprendimento: è il “pensare attraverso il fare”. Procedo con aggiustamenti incrementali, a volte per anni, senza un obiettivo fisso. I momenti di risonanza che guidano le mie scelte sono difficili da definire e mi danno la costante sensazione di essere all’inizio. Più creo, più imparo, più si aprono nuove direzioni.

Hai detto però “in parte”. E il resto è concetto?
Assolutamente. Nonostante l’importanza della pratica manuale, spero che le mie opere contengano tracce dei percorsi attraversati e alludano a idee, siano esse forme concettuali o filosofiche.

Qual è il messaggio che veicoli con la tua arte?
Mi concentro sull’equilibrio tra intenzione e casualità, rimanendo sensibile alla dinamica tra materiale, macchina e creatore. Da questo comune denominatore si snodano poi alcuni temi ricorrenti nel mio lavoro sono la circolarità dei processi creativi, la ripetitività meditativa, il taglio aperto delle opere, l’erosione delle superfici e le combinazioni di materiali con dualità di texture.

Wound Frame No.5. Wound Frame No.5. 2023. Mixed yarn, wood. Courtesy of the artist

Prevale alla fine il processo o l’intenzione?
Inizio con un’intenzione, ma il processo porta spesso a esiti inaspettati. La casualità è parte integrante della mia arte. Nei lavori tessili, ad esempio, il filo finisce, i materiali si asciugano troppo lentamente o troppo velocemente, costringendomi ad adattarmi. Le scoperte più significative nascono dal riconoscere le possibilità in ciò che non segue i piani. Ho un intero archivio di errori e fallimenti che mi suggeriscono nuove strade. Al contrario, le opere che riescono esattamente come le avevo immaginate spesso risultano piatte e prive di profondità.

Il tuo lavoro presenta spesso elementi geometrici: c’è un significato dietro questa scelta?
La geometria deriva direttamente dal processo. Le mie macchine si basano sulla rotazione, grazie a torni per ceramisti o miscelatori di cemento, che creano naturalmente ordine e simmetria. Anche il taglio introduce in qualche modo una ulteriore struttura e simmetria.

E il colore, che sembra centrale nel tuo lavoro?
Con il tempo sono diventato più selettivo, ma inizialmente sceglievo i colori in base ai materiali disponibili. Una volta ho ricevuto un carico di filati da una fabbrica di uniformi scolastiche, poi un altro lotto con tonalità pastello da un club di macchine per maglieria. Questo ha influenzato le mie palette, ma non c’era un’intenzione coloristica, ma un’opportunità-necessità. Forse ora però con il passare degli anni sto più attento e sono più esigente rispetto a una visione almeno di colori a cui cerco di rimanere fedele attraverso la scelta del materiale iniziale.

Portrait. Courtesy of the artist

Dove vivi e lavori oggi?
Vivo nel Devon, vicino a dove sono cresciuto. Dopo vent’anni a Londra, con la crescita di nostra figlia e l’aumento dei prezzi delle case, io e mia moglie abbiamo deciso di trasferirci. Ora abitiamo in un piccolo cottage vicino al mare a pochi minuti dallo studio in cui lavoro. Viviamo circondati da una collezione di opere donate da amici artisti e scaffali pieni di oggetti trovati.

Quali artisti ti hanno influenzato?
Faccio fatica a rispondere a questa domanda, ma sono sempre stato attratto dai movimenti degli anni Sessanta e Settanta, in particolare dal minimalismo, dall’arte processuale, dall’arte povera e dal movimento Mono-ha. Recentemente ho scoperto molti artisti tessili rimasti fuori dai miei studi, e mi interesso sempre più alla pittura, sia storica che contemporanea, per la sua forza cromatica e materica.

X