Il podio del tirannoDire no a Gergiev non è censura, ma una battaglia per la libertà

Impedire al direttore d’orchestra russo di partecipare come ospite a un evento finanziato dalla Regione Campania non è una questione artistica, ma politica: significa limitare la strategia di influenza del regime di Putin. Il silenzio della politica italiana rischia di legittimare complicità pericolose

AP/Lapresse

«Combattevamo Mussolini come corruttore, prima che come tiranno, il Fascismo come tutela paterna prima che come dittatura». Le parole di Piero Gobetti suonano oggi come una lezione dimenticata, un ammonimento che molti tra i cosiddetti liberali italiani sembrano aver archiviato in nome di un relativismo culturale che confonde libertà con complicità.

Gergiev è molto più di un artista. Da anni rappresenta uno dei volti accettabili del potere russo nei circuiti culturali internazionali, uno strumento della sua penetrazione simbolica in Occidente. La sua carriera si è intrecciata con il consolidamento del putinismo, beneficiando di fondi, visibilità e sostegno istituzionale da parte del Cremlino. È parte dell’architettura del potere russo: ne interpreta il ruolo elegante e mondano, ma non per questo meno efficace.

Nell’inchiesta che abbiamo pubblicato ieri abbiamo portato nuove prove sulla collusione di Gergiev col regime e su come utilizza i suoi beni per far circolare denaro sporco nel nostro Paese. Le risposte che abbiamo ricevuto sono state incoraggianti, segno che c’è una vasta opinione pubblica che vede questa come un’emergenza di legalità e di sviluppo. Ma va registrato come molti, troppi esponenti delle formazioni progressiste e liberali si siano trincerati dietro un silenzio che sa di assenso, o abbiano rilasciato interviste davvero inopportune, che cercano di trasformare una battaglia di civiltà in una stucchevole querelle tra libertà d’arte e moralismo censorio.

Si alza, così, puntuale, il coro dei soliti garantisti dell’indifferenza. Si grida alla censura, si invoca la libertà di espressione, si accusano i critici di essere nuovi inquisitori culturali. È la stessa retorica tossica che ha permesso per decenni la penetrazione del denaro russo in Europa, che ha dato patenti di legittimità a uomini d’affari legati al Cremlino, che ha permesso a think tank, università e partiti politici di ricevere finanziamenti diretti e indiretti da un regime che ha fatto della guerra ibrida e della corruzione il suo principale strumento di potere.

Essere liberali oggi, essere davvero libertari, significa non cedere alle lusinghe del politicamente corretto, ma difendere con fermezza chi combatte per la democrazia, la libertà, l’autodeterminazione. Significa scegliere da che parte stare, anche quando è scomodo. L’impressione, invece, è che un pezzo sostanziale della politica italiana si stia preparando nel peggiore dei modi ai prossimi appuntamenti elettorali: svendendo la propria postura morale, barattando il sostegno al popolo ucraino e la tutela della democrazia europea con un cinico ritorno all’ambiguità.

Vista l’eco internazionale della polemica, questo concerto non sarà solo un evento stonato nel calendario culturale campano, ma l’ultimo atto politico di dieci anni di presidenza di Vincenzo De Luca. Un congedo triste, in cui a pesare non sarà il bilancio amministrativo, ma la scelta simbolica di aprire il sipario al più servile tra gli artisti del Cremlino. Dopo la sconfitta presso la Corte Costituzionale sul terzo mandato e lo scavalcamento interno da parte della segreteria del Partito democratico, De Luca dovrà digerire anche l’arrivo di un successore espresso dal Movimento 5 Stelle. Si consolerà, forse, con la stima del Cremlino. Magari ce lo ritroveremo governatore eterno di qualche regione remota della Siberia: sarebbe un finale coerente, se non altro, con la direzione intrapresa.

Gobetti ci ricordava che la tirannide non si impone solo con la violenza, ma con la corruzione diffusa che anestetizza le coscienze. Ecco perché combattere un tiranno significa rifiutare anche il suo apparato culturale, i suoi simboli, i suoi cantori. Non possiamo permettere che l’Italia diventi di nuovo un palcoscenico della legittimazione dei carnefici.

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