Passato e presenteLa lezione di Srebrenica, e l’Europa smemorata sull’Ucraina

Durante la Plenaria di luglio, il Parlamento europeo ha onorato le vittime del massacro in Bosnia di trent’anni fa, mentre le città ucraine continuano a essere bombardate dai russi

LaPresse

Il Parlamento europeo ha aperto la sua plenaria commemorando i trent’anni dal genocidio di Srebrenica. È un atto dovuto, giusto e necessario. Lo ha fatto con un discorso sobrio e fermo della presidente Roberta Metsola, che ha ricordato come «migliaia di musulmani bosniaci furono assassinati o fatti sparire, e decine di migliaia di altri furono espulsi con la forza dall’enclave». In aula, due sopravvissuti, Almasa e Almir Salihović, hanno ascoltato le sue parole: «Ci ricordate che dietro ogni nome e ogni numero c’è una persona, una famiglia».

Ma proprio mentre a Strasburgo si evocano quelle vittime e si rinnovano impegni solenni, a millecinquecento chilometri di distanza, a Kyjiv, una clinica è stata distrutta da un missile russo. È il terzo giorno consecutivo di bombardamenti sulla capitale ucraina. A Bucha, nel 2022, centinaia di civili furono uccisi a sangue freddo, molti con le mani legate dietro la schiena. E tra quei due nomi, Srebrenica e Bucha, si è accumulata un’intera scia di crimini: civili bombardati, bambini deportati, esecuzioni sommarie, interi villaggi cancellati. Episodi che Linkiesta ha raccontato e continuerà a raccontare.

La distanza temporale tra le due stragi non è solo una questione di calendario. È un test politico e morale per le istituzioni europee. La memoria di Srebrenica ha richiesto trent’anni per essere assunta fino in fondo, attraverso processi, sentenze, e tardive ammissioni di colpa. L’orrore di Bucha e in generale della invasione russa in Ucraina, rischia invece di essere fagocitata dalla cronaca che rincorre le dichiarazioni di Trump e la guerra nella Striscia di Gaza.

Il mondo corre, ma le immagini dei crimini in Ucraina sono state fortunatamente archiviate, le testimonianze sono state raccolte, gli atti depositati. A opporsi a questa rimozione lenta ma costante ci sono, fortunatamente, alcune iniziative che lavorano nel tempo lungo della memoria. Una tra tutte è il Museum of Civilian Voices promosso dalla Fondazione Rinat Akhmetov. È oggi la più vasta raccolta al mondo di testimonianze dirette sulla guerra in Ucraina, con oltre centoquindicimila storie registrate. Non solo un archivio digitale, ma un presidio di verità che documenta la sofferenza quotidiana, la distruzione culturale, l’evacuazione forzata dei bambini, la tenacia di medici, insegnanti, tecnici dell’energia, atleti e volontari. 

Le narrazioni sono organizzate in venticinque raccolte tematiche: da Mariupol a Kharkiv, da Bucha a Nova Kakhovka, ogni voce contribuisce a disegnare la mappa del dolore e della resistenza civile ucraina. Alcuni materiali sono già stati acquisiti da istituzioni giudiziarie internazional. La Corte penale internazionale ha aperto fascicoli. La Corte europea dei diritti dell’uomo ha appena condannato la Russia per violazioni sistematiche, a partire dal 2014.

Purtroppo l’orrore, se reiterato, diventa una notizia di secondo piano. I raid su Kyjiv, i corpi tra le macerie, le madri in fuga nei sottopassi non fanno più notizia come nel 2022. La guerra in Ucraina non è finita, ma è diventata abitudine. Così il conflitto continua, ma in sottofondo. E così l’urgenza morale affonda nella stanchezza diplomatica. Un sentimento che molti riassumono con una espressione antipatica: war fatigue, ma non si limita a questo.

Il paragone con Srebrenica non serve a stabilire somiglianze perfette. I contesti sono diversi, le dinamiche storiche pure, ma ci sono elementi comuni che vanno chiamati per nome: la sistematicità degli attacchi contro i civili, l’uso del terrore come strumento bellico, il ricorso alla negazione come strategia politica. Allora, la città bosniaca fu proclamata zona di sicurezza dall’Onu. I caschi blu olandesi, incapaci di fermare le milizie serbo-bosniache, diventarono simbolo di impotenza. Oggi, Bucha è sotto la protezione delle prove forensi, delle foto satellitari, del lavoro di Ong e reporter. Non possiamo aspettare trent’anni per riconoscerne la portata.

Il discorso di Metsola si è chiuso con le parole della preghiera di Srebrenica: «Possano le lacrime delle madri diventare preghiere affinché Srebrenica non accada mai più». Ma “mai più” non è una formula da pronunciare solo quando il tempo ci ha garantito distanza, e quindi sicurezza. “Mai più” deve valere adesso, quando la minaccia si ripresenta con volti nuovi, ma con metodi antichi.

Il vero segreto di Pulcinella di questa invasione è che ad averla compiuta è la Russia. Il principio di responsabilità individuale, che aveva ispirato i procedimenti contro Slobodan Milošević, Radovan Karadžić, Ratko Mladić, si scontra oggi con l’impunità di uno Stato nucleare, membro permanente del Consiglio di Sicurezza. La macchina giuridica esiste, ma nessuna grande potenza vuole arrestare Putin perché vorrebbe dire portare la Russia in un turbinio politico e militare che porterebbe ad anni di caos globale. Ma la memoria non può bastare se non si traduce in deterrenza.

Se l’Europa ha davvero imparato qualcosa da Srebrenica, lo dimostri non con la sola memoria, ma con una volontà politica chiara, coerente, efficace. Non serve un’altra commemorazione, fra trent’anni. Serve una presa di responsabilità ora, mentre l’aggressore è in campo e la vittima chiede protezione. Tradotto: sanzioni e altre armi all’Ucraina, permettendole di resistere. Bucha ci interpella oggi. Risponderemo dopo?

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