C’è una faglia silenziosa, ma profondissima, che attraversa la politica estera italiana: quella che separa la retorica risoluta sul fronte ucraino dalla timidezza – o peggio, dalla connivenza – nei confronti della repressione in atto in Georgia. Un paradosso diplomatico che chiama in causa direttamente il governo Meloni, ma che coinvolge anche figure centrali del Partito Democratico, come il sindaco di Milano, Beppe Sala, contribuendo a costruire una narrazione ambigua e pericolosa nei confronti di uno degli scenari più sensibili del continente europeo.
Mentre il Cremlino intensifica la sua guerra ibrida nei territori dell’ex sfera sovietica, la Georgia è diventata uno degli avamposti strategici di questa offensiva, condotta non con i carri armati, ma con leggi liberticide, disinformazione e manipolazione elettorale.
Il partito Sogno Georgiano, al governo dal 2012, ha ormai completato la metamorfosi da forza europeista a regime autoritario di impronta putiniana, alimentato dai capitali dell’oligarca Bidzina Ivanishvili e orchestrato da una macchina di potere che marginalizza l’opposizione, mette a tacere la stampa libera e criminalizza le organizzazioni civiche con una normativa modellata direttamente su quella in vigore a Mosca.
Il quattro luglio 2025, il Parlamento europeo ha votato una risoluzione senza precedenti: con quattrocentonovantuno voti a favore, centoquarantasette contrari e trentaquattro astenuti, ha denunciato la «grave regressione democratica» della Georgia, chiedendo l’immediata sospensione del suo status di Paese candidato all’ingresso nell’Unione europea. Poche settimane prima, la Commissione europea aveva congelato oltre centoventi milioni di euro di fondi destinati alla cooperazione strutturale con Tbilisi, dichiarando pubblicamente che «l’attuale leadership georgiana si è posta al di fuori del percorso europeo».
Eppure, in questo scenario di allarme generalizzato, l’Italia continua a evitare qualsiasi presa di posizione. L’undici luglio 2025, in occasione del Dubrovnik Forum in Croazia, il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha incontrato Maka Botchorishvili, nuova ministra degli Affari Esteri della Georgia e sua omologa diretta. Figura di primo piano del partito Sogno Georgiano, già parlamentare e presidente della commissione per l’integrazione europea, Botchorishvili è oggi la voce più autorevole della diplomazia georgiana, e principale artefice della narrativa che presenta il governo di Tbilisi come ancora europeista, nonostante la deriva repressiva in atto.
L’incontro, sbandierato sui canali istituzionali georgiani, è avvenuto in un clima disteso e celebrativo, tra dichiarazioni di amicizia e riconoscimento reciproco. Tajani ha accuratamente evitato qualsiasi riferimento alla legge sugli agenti stranieri, alla repressione delle proteste, ai rapporti organici del governo con ambienti filorussi. Nessuna presa di distanza, nessun richiamo ai principi dell’Unione europea. Solo legittimazione.
Ma il disallineamento italiano rispetto alla postura europea non si ferma a Palazzo Chigi. Si consuma anche sui palcoscenici simbolici delle relazioni municipali. Lo scorso giugno, il sindaco di Milano Beppe Sala ha accolto con tutti gli onori il sindaco di Tbilisi, Kakha Kaladze, ex calciatore del Milan e oggi figura chiave del sistema di potere georgiano per l’inaugurazione del nuovo consolato georgiano nel capoluogo lombardo.
Sala, esponente del Partito Democratico e simbolo di un progressismo urbano e istituzionale, ha legittimato con la sua presenza pubblica un apparato che perseguita giornalisti, arresta attivisti e reprime i diritti civili. Nessuna dichiarazione, nessuna riserva, nessuna presa di distanza. Solo foto ufficiali, strette di mano e retorica diplomatica.
Kaladze non è un sindaco qualsiasi: è il volto internazionale del regime. A capo di Kala Capital, holding attiva nei settori energetico, finanziario e immobiliare, è stato coproprietario di Progress Bank e ha interessi diretti in Italia, dove è stato per anni titolare del ristorante Giannino a Milano. I suoi affari oscillano tra Tbilisi e l’Europa, e la sua ascesa politica è perfettamente integrata con l’espansione economica del blocco di potere filorusso. Accoglierlo senza una parola sul contesto da cui proviene non è un atto neutro. È una scelta politica.
Non meno significativa è la postura dell’ambasciatore italiano a Tbilisi, Massimiliano D’Antuono. Mentre gli ambasciatori di Germania, Francia e dei Paesi baltici mantengono un dialogo costante con l’opposizione, partecipano pubblicamente a iniziative della società civile e manifestano preoccupazione per la deriva autoritaria del governo georgiano, la rappresentanza diplomatica italiana si distingue per la sua opacità.
D’Antuono ha mantenuto finora una linea discreta, limitando i rapporti alle sole autorità governative e a contesti istituzionali formali. Nessun gesto, nessuna parola, nessuna iniziativa che possa interpretarsi come un segnale di sostegno alle forze democratiche georgiane o alla stampa indipendente. È una diplomazia silenziosa, che in un momento come questo rischia di trasformarsi in una forma implicita di legittimazione.
La domanda da porsi, oggi, è semplice e drammatica: perché l’Italia, che rivendica un ruolo di primo piano nella difesa dell’Ucraina contro l’imperialismo russo, non adotta la stessa linea in Georgia, dove l’aggressione è condotta con mezzi politici, economici e culturali, ma con la medesima strategia di annientamento del dissenso? Perché si accetta di trattare da pari un governo che si è allineato a Mosca, destabilizzando la propria società attraverso una rete di propaganda, fondi occulti e repressione giudiziaria?
Non agire oggi, non rompere con questa ambiguità, significa accettare che domani l’Unione europea sarà costretta a fronteggiare una nuova crisi aperta nel Caucaso, con strumenti più duri, quando ormai sarà troppo tardi. La linea della fermezza verso Mosca non può essere selettiva. Non può valere solo per Kyjiv. O la si applica ovunque l’imperialismo russo si insinui, oppure si abdica al principio stesso su cui si fonda l’ordine europeo.
Il prezzo dell’inazione non lo pagheranno i governi. Lo pagheranno i giovani georgiani incarcerati per aver sventolato la bandiera dell’Europa. Lo pagheranno i giornalisti zittiti, gli attivisti perseguitati, le donne e gli studenti che oggi protestano da soli, mentre Roma applaude. E quando sarà chiaro che anche la Georgia è stata risucchiata nel vortice dell’autoritarismo russo, nessuno potrà dire di non averlo visto arrivare.