La sentenza La normativa italiana sui Cpr non tutela le libertà personali, dice la Consulta

La Corte costituzionale ha giudicato l’attuale disciplina legislativa non idonea a definire le modalità delle restrizioni delle persone migranti: una zona grigia che compromette i diritti dei trattenuti

LaPresse

La norma sui trattenimenti delle persone migranti nei Centri di permanenza per i rimpatri (Cpr) è inidonea e implica un «assoggettamento fisico all’altrui potere» che incide negativamente sulle libertà personali. A stabilirlo è stata la Corte costituzionale attraverso una sentenza (la numero novantasei del 2025) arrivata dopo che il Giudice di Pace di Roma aveva sollevato questioni di legittimità costituzionale. 

Il ricorso è stato giudicato inammissibile perché, si legge sul Corriere della Sera, non è compito della Consulta rimediare al difetto dell’attuale disciplina legislativa. Tuttavia, la sentenza ha ritenuto la normativa sui Cpr non idonea a stabilire le modalità delle restrizioni delle persone migranti. Significa, in sostanza, che le leggi attualmente in vigore non riescono a proteggere i diritti delle persone trattenute nel periodo in cui sono private della loro libertà personale. 

Al contrario, la norma contestata scarica le responsabilità di questi aspetti su atti amministrativi e regolamenti che possono variare a seconda del territorio, risultando così inadatta a definire – e quindi a tutelare – «quali siano i diritti delle persone trattenute».

«È compito esclusivo del Parlamento introdurre una disciplina organica che tuteli pienamente i diritti fondamentali delle persone trattenute», si legge nella sentenza, riportata parzialmente da diversi organi di stampa. 

Secondo Gian Carlo Perego, presidente della commissione della Conferenza episcopale italiana (Cei) che si occupa di immigrazione, quanto scritto dalla Consulta rappresenta «l’ennesima sconfessione di una politica securitaria che non rispetta la dignità della persona. «La Corte costituzionale ha fatto emergere la disumanità nei nove Cpr attivi in Italia e in quello inutile, perché ci sono posti vuoti in quelli in Italia, creato in Albania, che contrasta con alcuni articoli della Costituzione», ha detto all’Adnkronos. 

Il Viminale ha scaricato la colpa sui politici del passato, dicendosi già al lavoro per una legge più aggiornata: «La legge istitutiva dei Centri di permanenza per il rimpatrio risale al ‘98, ovvero alla legge Turco Napolitano. L’odierna pronuncia della Corte Ccstituzionale mette in luce quindi una carenza risalente nel tempo senza tuttavia mettere in discussione la legittimità dell’utilizzo dei Cpr per il rimpatrio dei migranti irregolari. Sul punto gli uffici del Viminale erano già impegnati nella redazione di una norma di rango primario». 

La sentenza della Consulta sconfessa ulteriormente anche i centri albanesi. Tra novembre e dicembre 2024, il tribunale di Roma ha più volte sospeso la convalida dei trattenimenti nei Cpr istituiti dall’accordo tra Italia e Albania. Il motivo riguarda i dubbi sulla compatibilità delle procedure accelerate applicate nei centri con il diritto dell’Unione europea. «Il futuro dell’intesa è appeso ad un filo, in quanto, se, nelle prossime sentenze, il giudice dell’Unione dovesse rilevare una violazione della disciplina europea, l’intero impianto giuridico su cui si regge il modello Albania verrebbe a cadere», scrive Patrizia De Pasquale su Avvenire. 

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