Fare centroIl Partito Liberaldemocratico prova a risolvere la crisi della politica moderata

Il tentativo di Luigi Marattin e del suo Pld è quello di costruire uno spazio nuovo per i cittadini stanchi della retorica identitaria e dell’ipocrisia delle alleanze

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Isolati eroicamente nella bolla di calore della periferia bolognese, tra prati e autostrade cariche di vacanzieri diretti al mare, i trecento delegati del nuovo Partito Liberaldemocratico hanno adempiuto, nello scorso fine settimana, al dovere civico di «concorrere a determinare la politica nazionale». Un atto di coraggio, non in linea con il vigoroso disinteresse degli italiani per le cose della politica. Ci vuole coraggio, infatti, a mettere in piedi un nuovo partito, senza neppure le telecamere dei tg, notoriamente addetti al conteggio meticoloso dei secondi da garantire per contratto alla visibilità di Maurizio Lupi e di Angelo Bonelli.

Per di più, Luigi Marattin, eletto segretario (Andrea Marcucci presidente), aveva avvisato: questo è un partito che non doveva neppure nascere. Gli aderenti si sarebbero accontentati di dare una mano al Terzo Polo, se fosse stato, non diciamo lungimirante, ma meno impegnato nell’osservazione reciproca di ombelichi.

Il Pld è davvero un partito-nonostante. Cioè un movimento di cocciuti militanti dell’impossibile, che combattono gli avversari nonostante la dabbenaggine degli amici. Pagnoncelli dixit. Stare né di qua né di là attira molto più di quel dieci per cento circa, che mediamente anche l’improvvisazione di Mario Monti o la discordia di Matteo Renzi e Carlo Calenda hanno dimostrato esistente.

Mettere le mani su quel dieci per cento potrebbe essere determinante – per Matteo Renzi una gran festa – in un Paese che ha una legge elettorale che consente a chi ha un milione e mezzo di voti in meno di governare e di autodefinirsi, per ciò stesso, il pacchetto più stabile d’Europa, cosa purtroppo vera ogni giorno di più.

Ora sta traballando la Spagna, ma persino la Repubblica di Parigi è minoritaria, per non dire della Germania, che ha solo sostituito un leader tremebondo con uno giusto più tosto.

Al Congresso di Bologna si sono affacciati, non a caso, con amichevole ma diffidente attenzione, partiti che capiscono che questo intruso liberale potrebbe dire fastidiosamente troppe volte che «il re è nudo», vera preghierina della sera del liberale antico e moderno.

Hanno parlato, ad esempio, un Antonio Misiani che ha ritenuto, peraltro – per educazione – di non evocare campi larghi, o Stefano Benigni, vicesegretario di Forza Italia, che ha invece tessuto l’elogio di quel Silvio Berlusconi che magari, in passato, aveva sedotto qualcuno in platea, ma non è oggi ripresentabile alla memoria di tanti liberali traditi.

Quanto a Elena Bonetti, presidente di Azione, è stata la più applaudita sui temi che oggettivamente avrebbero dovuto formare la piattaforma del Terzo Polo, ma poi, da buona cattolica liberale, si è perduta in un elogio della democrazia, senza accennare a quale democrazia sia oggi giusto guardare, trascurando così la seconda parte – liberale – del nome stesso del partito che salutava. Finale freddino.

Attorno al beneamato centro si affaccendano, non a caso, tanti luminari della chirurgia politica, come Dario Franceschini e Goffredo Bettini, che vorrebbero costruire partiti minoritari di proprio gusto, solo per fare «bu» alla baldanzosa Elly Schlein, che già si vede, beata lei, a Palazzo Chigi. Bettini li metterebbe sotto una tenda, Franceschini coltiva arcipelaghi di buona volontà civico-centrista. Ora si aggiunge persino Marco Tarquinio, con i pacifisti moderati (?).

Luigi Marattin ha il merito di non farsi ingannare dal suono di queste sirene, e lo ha segnalato «da ferrarese a ferrarese» al dottor sottile del Pd. Consapevole che il problema del Pld è il posizionamento, se l’è cavata protestando equidistanza.

È un modo per segnalare che Matteo Renzi sta troppo a sinistra e Carlo Calenda troppo a destra. Entrambi con propri argomenti, intendiamoci, perché il fiorentino ha fatto dei calcoli e i numeri gli dicono che, stando nel campo largo, può avere più possibilità di infilarsi nei varchi che gli apriranno proprio i Franceschini e i Bettini.

Rinuncia, è vero, a sbertucciare l’ineffabile Giuseppe Conte (e deve costargli non poco, anche perché il gran progressista gli porge ogni giorno delle occasioni), ma al tempo stesso gli consente di attaccare a tutto campo Giorgia Meloni, diventando il più severo dei suoi critici.

Quanto a Carlo Calenda, a parte la necessità di distinguersi da Renzi, trova conveniente la posizione dell’anti-Conte per eccellenza e del buon liberale che non ha pregiudizi. Deve solo stare attento, perché qualcuno, a destra, lo sta tirando per la giacchetta, da Milano in giù, e Giorgia Meloni stessa gli ha fatto gli occhi languidi in Parlamento.

Marattin sta, insomma, là dove una specie di equilibrio magnetico delle forze lo fa stare: lontano e vicino, sempre però in bilico. Da lì cerca di attrarre un pezzo di centro che si è autoespulso, per disgusto, sia dalla destra che dalla sinistra. Teoricamente, tanta roba.

Per come stanno le cose oggi, la traiettoria – da qui alle elezioni, ma dovrà decidere prima – sembra avvicinarlo più a Calenda che ad altri, ma la sua vera scommessa è quella, strada facendo, di attrarre elettori soprattutto giovani, che non erano ancora nati quando vigeva la manfrina della Seconda Repubblica, inventata da Mariotto Segni, Antonio Di Pietro e Umberto Bossi. La Repubblica delle mani pulite, del maggioritario o di qua o di là, del regime change secessionista. Roba da matti, a ripensarci, ma piacque.

Questi potenziali non elettori vanno sottratti alla vertigine dei tempi attuali, dei Trump e dei Netanyahu, facendogli scoprire magari la bellezza della ricerca dell’equilibrio tra sovranità popolare e controllo del potere. Facendogli leggere Alexis de Tocqueville e Voltaire (a proposito, Marattin vuol mettere in piedi una scuola di formazione, strappando dall’ignoranza della storia le masse che si imbevono solo di social). Bella sfida, insomma, cominciata tutto sommato bene.

I trecento di Bologna (quattrocento secondo la Questura) hanno messo la giusta dose di entusiasmo e di speranza. Venivano da quattro esperienze diverse, manco si conoscevano tra loro, ma, per due giorni almeno, sono andati molto d’accordo. Caso raro per liberali.

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