L’illusione del ritorno alla normalitàPerché i produttori italiani temono i dazi anche se non aumentano

Il nuovo accordo tra Stati Uniti e Unione europea congela i dazi al 15 per cento, una soglia già nota e applicata a molti prodotti dell’enogastronomia italiana. Eppure le aziende si dichiarano preoccupate, perché il problema non è solo la percentuale, ma tutto ciò che le ruota attorno

AP Photo/Jacquelyn Martin, @Associated Press /LaPresse
AP Photo/Jacquelyn Martin, @Associated Press /LaPresse Associated Press /LaPresse Only italy and spain

Ufficialmente, nulla cambia. I formaggi italiani continuano a pagare un dazio del 15 per cento per entrare negli Stati Uniti, com’è sempre stato. Nessun incremento all’orizzonte. Anzi, l’accordo commerciale siglato a fine luglio tra Washington e Bruxelles è stato salutato da molti come un segnale di distensione. E allora perché i produttori italiani si dicono preoccupati?

La risposta è semplice, ma non banale: non è solo il dazio a fare la differenza, ma il contesto in cui viene applicato. Quel 15 per cento, che fino a ieri sembrava una parentesi risolvibile, oggi assume una dimensione nuova. Diventa strutturale, permanente, normalizzato. Con la politica commerciale americana sempre più improntata al protezionismo, le speranze di tornare a una tariffa zero si affievoliscono. E le deroghe ottenute negli anni scorsi – per il vino, per esempio – appaiono oggi come eccezioni sempre più fragili. 

Come ha dichiarato a Repubblica Massimo Romani, amministratore delegato di Argea, gruppo del vino da 465 milioni di fatturato, per il 27 per cento realizzato in Nord America, il tema è il controllo di tutta la filiera, visto che l’export del vino italiano negli Stati Uniti vale quasi due miliardi: «Troppo per assorbirlo tutto negli Usa. Serve il lavoro di una filiera che è lunga: noi produttori qui, risparmiando anche su vetro e imballaggi. Ma anche importatori, distributori e retailer lì. Il rincaro non può arrivare allo scaffale: rischiamo di perdere i consumatori, reduci da anni di iper-inflazione».

Ma i dazi potrebbero non colpire solo l’Italia, ma anche gli Stati Uniti, come sostiene il presidente di Unione italiana vini, Lamberto Frescobaldi: «I dazi non influiranno solo sui consumi, ma avranno ripercussioni pesantissime per l’economia statunitense, con un danno complessivo da 25 miliardi di dollari». La stima, elaborata dall’Osservatorio Uiv, si basa sull’impatto diretto, indiretto e indotto di tutto il vino negli Stati Uniti nella sola fase distributiva, retail e di trasporto, quantificato nel “2025 Economic Impact Report” da Wine America in 144,4 miliardi di dollari, una cifra che comprende non solo i fatturati delle vendite ma anche il valore generato lungo la catena distributiva, nonché gli effetti positivi dei salari e del conseguente potere di acquisto, e dell’aumento della domanda di beni e servizi anche in altri settori correlati. Un effetto spillover su cui le tariffe al 15 per cento sui vini europei andrebbero appunto a inibire – secondo i calcoli Uiv – 25 miliardi di dollari.

C’è poi il fronte della concorrenza. Mentre i prodotti italiani scontano dazi e incertezze, concorrenti come Australia e Cile entrano a costo zero nel mercato americano grazie ad accordi bilaterali. E nei canali distributivi, soprattutto nella grande distribuzione, basta una differenza di pochi centesimi a rimettere in discussione un contratto. Il risultato? Ordini ridotti, rotazioni più lente, promozioni più caute.

Infine, pesa l’effetto psicologico. In un clima di instabilità politica e commerciale, i buyer frenano. Alcune filiere hanno già registrato cali a doppia cifra nelle esportazioni verso gli Stati Uniti. Altre, come quella del Parmigiano Reggiano, hanno preferito anticipare i tempi e stoccare prodotto oltreoceano, per difendersi da futuri irrigidimenti. Il dazio è lo stesso, ma il mondo attorno è cambiato, e con lui, la percezione del rischio. Determinanti saranno le eventuali esenzioni, chieste a gran voce da tante associazioni e consorzi, così come un nuovo possibile posizionamento dei prodotti.

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