Sentirsi dazioTempi bui per l’agroalimentare made in Italy

Le scelte del presidente americano Donald Trump sulle importazioni possono avere un importante impatto sul mercato agroalimentare italiano. Ma gli effetti possono variare per ogni cibo e bevanda

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Nei giorni successivi siamo alla conta dei possibili danni. Anche se ancora difficilmente stimabile, la guerra commerciale scatenata dal presidente degli Stati Uniti Donald Trump con lʼimposizione di pesanti dazi su tutte le merci provenienti da quasi tutti i Paesi del mondo, a eccezione di alcuni Stati africani, di alcuni piccoli Paesi e della Russia, manda già un messaggio chiaro al mondo intero: l’era della globalizzazione è finita. I più colpiti in termini percentuali sono i Paesi asiatici, con Cina (34 per cento), Taiwan (32 per cento) e in generale il Sud Est Asiatico (si va dal 37 per cento del Bangladesh al 49 per cento della Cambogia).
LʼUnione Europea, dal canto suo, non può cantare vittoria. Se da un lato lʼincremento della tariffa (più 20 per cento) risulta effettivamente più lieve rispetto ad altri potenziali competitor, dallʼaltro però renderà certamente meno competitivi i nostri prodotti. Per lʼItalia i settori più colpiti sono i macchinari, la farmaceutica e l’agroalimentare.
Focalizzando lʼattenzione su cibi e bevande, il valore delle esportazioni agroalimentari nel 2024 ha raggiunto la cifra record di 7,8 miliardi di euro. A guidare la classifica è il vino, con due miliardi di fatturato; seguono olio e pasta (un miliardo) e formaggi (cinquecentocinquanta milioni). Come detto, la conta dei potenziali danni è già in atto. Una prima stima prudenziale di Federalimentare intravede una potenziale perdita di almeno il 10 per cento del fatturato, pari a oltre settecento milioni di euro, mentre per Coldiretti l’incremento dei costi dei prodotti agroalimentari al dettaglio per i consumatori americani potrà toccare 1,6 miliardi di euro.
Bisogna però fare attenzione, analizzando il quadro filiera per filiera, senza generalizzare. Prendiamo per esempio due dei principali prodotti di qualità maggiormente esportati sul mercato americano, ovvero il Parmigiano Reggiano e il vino. Il Parmigiano è un prodotto di alta gamma riconosciuto e acquistato da una fascia medio-alta di consumatori americani. Nel primo anello della filiera, allʼingrosso in Italia, il costo al chilo è di circa 15 euro e arriva negli Stati Uniti, considerando il trasporto e lʼattuale livello dei dazi (15 per cento), a circa 21-22 euro. Giunge sulle tavole degli americani dopo aver raddoppiato il proprio prezzo, fino a 44 euro. Con lʼincremento delle tariffe potrebbe raggiungere i 55 euro. Un aumento forte, importante, ma forse non così decisivo da poter ridurre drasticamente la domanda di prodotto. Dipenderà da quanto la domanda dei consumatori americani si rivelerà inelastica (ovvero se gli acquisti non cambieranno, a prescindere dal cambiamento dei prezzo, ndr).
Discorso diverso è per il vino. La sua carta vincente è il suo rapporto qualità-prezzo, valido per una grande fetta destinata al consumo della fascia daily, con prezzi in partenza in media a poco più di quattro euro al litro. Qui la beffa può essere doppia. Allʼaumento dei dazi del 20 per cento si aggiunge il fatto che Paesi produttori e competitor come Cile, Argentina e Australia abbiano ricevuto dalla Casa Bianca un trattamento migliore, con il livello minimo imposto pari al 10 per cento. Questo può rendere ancora più complicato il compito delle oltre quarantamila imprese vitivinicole coinvolte nel mercato statunitense. Secondo i dati di Unione Italiana Vini, i ricavi potrebbero contrarsi di oltre trecento milioni di euro, proprio perché si stima che una percentuale non irrilevante di consumatori americani possa applicare lʼeffetto sostituzione e preferire al prodotto italiano un vino a un prezzo più competitivo, a scapito della qualità.
Ora si attendono le contromosse europee. Da una parte cʼè la strada della cautela, che invoca prudenza e una risposta intelligente, lavorando a una trattativa seria ed efficace che possa minimizzare lʼimpatto dei dazi. Dall’altra, invece, cʼè la strada della fermezza, con controdazi e imposizioni fiscali sui settori che possono fare male agli Stati Uniti, a partire dal forte coinvolgimento dellʼEuropa nel detenere investimenti nel debito pubblico americano e nell’equity.
Nel frattempo il 9 aprile, data di entrata in vigore dei dazi Usa, è vicino. Una cosa è certa. Le imprese agroalimentari italiane, nel momento complicato, devono vedere la situazione anche come unʼopportunità, guardando allʼapertura di nuovi sbocchi di mercato ancora totalmente inesplorati.

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