Questo è un articolo del numero di Linkiesta Magazine Climate Forward ordinabile qui.
Per capire quanto il cambiamento climatico stia rivoluzionando gli assetti geopolitici mondiali bisogna guardare al modo in cui Donald Trump ha deciso di rompere il ghiaccio nel suo secondo mandato alla Casa Bianca. Il presidente degli Stati Uniti ha promesso di rendere il Canada il cinquantunesimo Stato americano e di voler acquistare la Groenlandia. Una lista della spesa che risulta stramba solo a chi non ha capito che la partita dell’energia mondiale si giocherà sempre più nell’Artico e nelle fenditure terresti dove passano le navi cargo colme di container che trasportano gli ordini che abbiamo fatto su Amazon. Dal Canale di Suez allo Stretto di Panama.
La letale scommessa delle grandi potenze è quella di sfruttare i due antipatici vantaggi della fusione dei ghiacciai. Primo, una nuova rotta commerciale che riduce le distanze tra Asia ed Europa del 40 per cento rispetto al classico percorso attraverso il Canale di Suez. Secondo, la possibilità di trivellare l’isola più grande del mondo (la Groenlandia, che è sette volte l’Italia), alla ricerca di terre rare e fonti energetiche. Un campo da gioco che fa così gola ai funzionari comunisti cinesi da averli spinti a definire il loro Paese una potenza «quasi artica» in un Libro Bianco del 2018. Apprezziamo la creatività.
La Russia, che potenza mondiale non lo è più da quando il suo Prodotto interno lordo è diventato inferiore a quello del Brasile e del Canada, è interessata alla partita avendo circa 24.140 km di costa lungo l’Oceano Artico. E, aspettando il cambiamento climatico, ha ampliato la sua flotta di rompighiaccio a propulsione nucleare classe LK-60Ja.
Per fortuna, lo spostamento verso l’estremo Nord della globalizzazione è uno scenario ancora irrealizzabile: le ultime previsioni ci dicono che forse solo nel 2050 (e limitatamente a qualche mese estivo) l’Artico potrebbe essere privo di ghiacci. Ma le grandi potenze hanno fretta – e soprattutto ha fretta Trump che, per portarsi avanti, ha annunciato di voler prendere subito il controllo dello Stretto di Panama, fregandosene del fatto che si chiami “di Panama” per un motivo geografico.
Ma che cosa possiamo pretendere dal presidente che ha rinominato “Golfo d’America” il Golfo del Messico? Nella grande partita energetica mondiale, Trump ha deciso di giocare a RisiKo!, annunciando subito i suoi obiettivi e tirando i dadi della storia, convinto che avere più armate di tutti gli altri possa farlo vincere. Per i lodevoli disattenti scampati agli schizzi del trumpismo sulle nostre vite, riassumiamo in una frase l’arte della negoziazione del presidente degli Stati Uniti: alzare al massimo livello possibile la posta sfruttando le debolezze del suo interlocutore per ottenere il miglior accordo possibile a metà strada. E, se nel tragitto le pretese sembrano sconsiderate, ancora meglio.
È uno schema che abbiamo visto in azione con il Canada e con il Messico. Prima Trump ha annunciato dazi del venticinque per cento sui beni canadesi e messicani, costringendo Justin Trudeau e Claudia Sheinbaum a promettere altrettanto. Poi, per scongiurare una guerra commerciale fratricida che avrebbe ricordato fin troppo il rischio di restare con l’ultima carta in mano in una partita del gioco UNO, Trump ha sospeso l’applicazione dei dazi, esigendo in cambio un piano multimiliardario per il controllo delle frontiere. Poi, qualche settimana dopo, ha reintrodotto comunque i dazi contro il Messico e il Canada e così via. Un chicken game infinito, fino alla prossima minaccia.
La semplicità apparente di questa tecnica negoziale utilizzata ossessivamente da Trump in ogni accordo economico della sua vita – dalla gestione dei terreni sull’East River di New York fino ai processi per corruzione – ha portato anche a fallimenti clamorosi. Soprattutto in un mondo di squali come quello del real estate o della finanza in cui puoi fregare una o due volte gli interlocutori, tirando i dadi giusti, ma poi, dopo la terza volta, il nome gira e il mercato si adegua. Per la politica vale invece l’opposto: i giocatori cambiano spesso, elezione dopo elezione, e quelli che rimangono sono lì per la loro capacità di non forzare le regole. Una volpe in un pollaio fa più danni di una volpe in una foresta. Senza contare che Trump ha alle spalle la prima economia e il primo esercito del mondo, con quel bottone nucleare che fa sempre paura. Così è più facile fare il bullo geopolitico.
Nel RisiKo! calcolato di Trump ci è cascata a piè pari anche la Commissione europea che ha concluso un accordo svantaggioso con gli Stati Uniti sui dazi pur di non subire gli effetti ingestibili dell’incertezza economica. In questo scenario in cui le grandi potenze sembrano avere le idee chiare, l’Ue non ha saputo sfruttare il suo peso di gigante economico, subendo tutti gli svantaggi di essere un nano politico.
Tra avanzamenti e retromarce sembra bloccata in uno dei più tradizionali giochi da tavolo: il Gioco dell’oca. Riuscirà a uscirne con il nuovo piano sulla Difesa meglio di come abbia fatto con il Green deal? Quest’ultimo sembrava essere un ambizioso passo in avanti, ma a metà del percorso per arrivare alla casella della neutralità climatica i Paesi europei si sono spaventati per la crisi dell’automotive e la concorrenza cinese sui veicoli elettrici. E così la Commissione europea sta pensando di consentire l’immatricolazione di nuovi veicoli ibridi o alimentati con carburanti alternativi (biologici o sintetici) anche dopo il 2035. Una mossa saggia. Ma ora chi tirerà i dadi?
A proposito di batterie elettriche, il settore energetico in cui proprio sembra non esserci partita è quello delle terre rare. La vulgata sostiene che la Cina ne abbia il monopolio, ma è davvero così? Sì, Pechino ha un controllo quasi totale sulla filiera di estrazione, raffinazione e produzione di molte materie prime critiche necessarie per la transizione energetica, come il litio, il cobalto, il nichel e i diciassette elementi chimici della tavola periodica che chiamiamo terre rare (per capirci: i materiali che servono a costruire i magneti per le auto elettriche, i display Led, gli schermi Oled, le memorie per i computer, i laser missilistici, i sensori per satelliti).
Ma chiariamo l’equivoco: le terre rare non sono realmente rare: anzi, abbondano nella crosta terrestre. Il problema è che sono difficili da trovare in concentrazioni sfruttabili economicamente. La Cina estrae circa il settanta per cento delle terre rare a livello mondiale. Ma in Australia la società Lynas è il secondo produttore globale. E il Vietnam, il Brasile, la Russia e l’India, che dispongono di riserve significative, stanno intensificando gli investimenti. Lo stesso stanno facendo anche gli Stati Uniti che hanno a disposizione la miniera di Mountain Pass in California.
Il problema non è tanto trovare le terre rare, quanto estrarle e raffinarle. Un processo complesso, che è essenziale per renderle utilizzabili nell’industria ed è al momento controllato all’ottantacinque per cento dalla Cina. Guardando così le cose, sembra che la Cina, più che esercitare un monopolio, stia giocando a Monopoli, il gioco da tavolo sul capitalismo che consiste nell’accumulare tutte le proprietà e mandare in bancarotta gli avversari. Trump ha già capito che non andrà in prigione passando dal Via, ma, per evitare che gli Stati Uniti finiscano nel Parco della Vittoria pagando affitti salatissimi alla Cina, vuole mettere le mani su qualche viale arancione in Ucraina, sfruttando i suoi giacimenti di terre rare, sinora inutilizzati.
Che si traduca alla fine in RisiKo!, in UNO, nel Monopoli o nel Gioco dell’oca, la partita dell’energia mondiale rischia di assomigliare tragicamente a un altro gioco da tavolo, il Jenga, che consiste nel rimuovere blocchi da una torre senza farla crollare. Uno dopo l’altro i giocatori estraggono un mattoncino e lo riposizionano in cima, rendendo la struttura sempre più precaria. Lo stesso vale per il sistema energetico globale: ogni mossa sposta l’equilibrio, e ogni scelta e ogni variazione nella domanda e nell’offerta rendono il pianeta più instabile. E, senza un coordinamento globale, rimarremo tutti con il tassello (o, meglio: con il cerino) in mano.
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