
Il più grande malinteso su “The Bear” è pensare che sia una serie sull’alta cucina. Non lo è mai stata. Fin dall’inizio ha raccontato gioie e dolori dei due universi degli adulti: casa e lavoro. Nella prima stagione ha mostrato come l’ossessione per il mestiere sia un potente anestetico al lutto. Nella seconda ha messo a nudo la fragilità dei legami, biologici o scelti, quando manca la figura attorno a cui ruotava un equilibrio precario fatto di goffo amore, conflitto e silenzi irrisolti. Nella terza ha mostrato l’importanza di avere un capo stronzo, perdendosi però un po’ per strada e scontentando qualche fan.
Ma nella quarta stagione “The Bear” si è evoluto in qualcosa di più: un racconto sull’usura emotiva del lavoro quotidiano. La fatica di dare un senso alla ripetizione, alla pressione costante e alla ricerca ossessiva della perfezione. E in questo la cucina è la più efficace delle metafore. C’è chi riesce a trovare nella routine una forma di equilibrio, trasformandola in disciplina e l’abitudine in forza. E poi c’è chi, come il geniale chef protagonista, Carmine “Carmy” Berzatto, resta intrappolato in un ciclo autodistruttivo, dove l’eccellenza diventa una gabbia più che una salvezza. Perché il burnout non colpisce solo chi odia il proprio lavoro, ma anche chi lo ama troppo, usandolo come rifugio da tutto il resto.
Lo showrunner Christopher Storer usa il trucco più vecchio della tv: fissare una scadenza inderogabile. Nella cucina del ristorante di alta classe di Chicago, che un tempo era la paninoteca di famiglia, appare un timer digitale. Segna un numero: millequattrocentoquaranta, le ore rimaste per rendere economicamente sostenibile il ristorante dopo la pessima recensione del critico del Chicago Tribune. Più o meno sessanta giorni per evitare la chiusura.
La scadenza l’ha imposta il finanziatore, Jimmy Cicero, lo zio dei Berzatto che non è veramente lo zio, così come Richie non è davvero cugino dei Berzatto; in questo senso le famiglie italoamericane funzionano un po’ come quelle italiane. A proposito: una nota di merito va al direttore del casting, che ha scelto per il ruolo di zio Cicero Oliver Platt: nel film “Chef” (2014) di Jon Favreau era un critico stroncatore. Da carnefice a vittima.
Le prime puntate della stagione giocano molto con riferimenti cinematografici. La più telefonata è un invito al pubblico a non perdersi il tema principale: Carmy guarda “Ricomincio da capo” (1993) con Bill Murray e non ha problemi a immedesimarsi. Messaggio ricevuto: oggi è ieri e sarà così anche domani. Il motto «Every second counts» fissato sul muro della cucina cambia così significato. “The Bear” non è più una storia su ogni secondo che conta, ma su tutti i secondi che restano.
Le serie tv americane di grande qualità raramente si concedono il lusso della ripetizione, che qui invece diventa la struttura portante. “The Bear” si arrotola felicemente su sé stesso. E ci mostra una verità che la televisione di solito evita: la vita, quando sei al limite, non va avanti, ristagna. I critici americani lo chiamano difetto: dicono che gira a vuoto, che si ripete. Hanno ragione, ma non capiscono. Perché “The Bear” non racconta una trama, ma una condizione. Il burnout non è un colpo di scena, è lo sfondo. Giornate tutte uguali, tensioni che non si risolvono, dialoghi che si rincorrono senza uscita. Nessuna redenzione, né morale edificante. Solo la fatica di restare in piedi. I personaggi non crescono, resistono. E in questa resistenza c’è tutta la forza della serie. La passione, se non ha un limite, diventa veleno.
Negli spazi concessi dalla lentezza narrativa emerge la bravura di un cast straordinario che non ha più bisogno di un montaggio accattivante per eccellere, e non a caso ha ottenuto ancora una volta numerose nomination agli Emmy: Jeremy Allen White (Carmy), Ayo Edebiri (Sydney), Ebon Moss-Bachrach (Richie) e Liza Colón-Zayas (Tina).
I poli opposti della monotonia lavorativa sono due personaggi antitetici: da una parte Carmy, che brucia i soldi di zio Cicero cambiando menu ogni giorno, dall’altra Ebraheim, l’anziano rifugiato somalo relegato alla gestione di ciò che resta della paninoteca, che però a differenza del ristorante fa profitto. Questo perché Ebraheim non si logora per il successo, ma abbraccia la dignità della ripetizione. Fa sempre e solo lo stesso tipo di panino, ma alla perfezione. Come il signor Hirayama, il pulitore di bagni a Tokyo in “Perfect Days” (2023) di Wim Wenders. Ed è curioso che in un mondo di eterni adolescenti distratti e impazienti, una certa cinematografia ci ricordi la saggezza degli adulti che fanno poche cose e bene.
Tra Carmy ed Ebraheim ci sono altre variazioni sul tema. Il pasticcere Marcus e l’aiuto cuoca Tina alle prese con un’ossessione misurata alle loro ambizioni: il dolce perfetto, la cottura della pasta in tre minuti. Mentre il cameriere Richie, che ha trovato nel lavoro la sua àncora di salvezza, si occupa di sistemare l’altra metà della sua vita: il rapporto con l’ex moglie e il ruolo di padre con la figlia.
L’unico personaggio che non sembra risolto (e non è giusto che lo sia, vista la giovane età) è Sydney, la sous-chef di “The Bear”, che per due stagioni è rimasta immobile davanti a un bivio professionale e ora dovrà affrontare la rabbia di aver scelto il male peggiore. Abbiamo imparato a conoscerla meglio, fuori dalla cucina, ma la sensazione è che nella quinta stagione (già annunciata da FX) vedremo esprimere al massimo il suo arco narrativo.
Anche stavolta la serie sfoga la tensione narrativa in un episodio corale che però non è catartico come la cena di famiglia della seconda stagione. Nessuno grida, tira forchette o sfonda la casa con l’auto; tutti raccontano le proprie paure cercando di non pungersi come gli abusati porcospini di Schopenhauer. Ma al posto della grotta, ci si rifugia sotto un tavolo da cerimonia.
La scelta finale di Carmy è uno spoiler solo per chi non si ricorda le puntate precedenti. La sua non è una scelta improvvisata, né irrazionale. Un gesto simile, ma più radicale, l’aveva compiuto la sua mentore, la chef Terry (Olivia Colman), nell’ultima cena all’Ever – il ristorante che Carmy avrebbe voluto diventasse “The Bear”. Terry aveva deciso di chiudere alle sue condizioni, senza farsi fagocitare per sempre dalla pressione.
Il sottotesto generazionale è inevitabile. La serie ha già ricevuto l’accusa di indulgere nella solita lamentela dei millennial: fragili, insoddisfatti, incapaci di reggere il confronto con chi prima di loro ha lavorato senza pretese, chi ha sopportato turni infiniti, zero ferie, stress cronico, e ha ringraziato pure (aspettate di vedere la generazione Zeta, poi ne riparleremo). Ma “The Bear” non giustifica il lavorare meno: si chiede se si può lavorare meglio anche nei luoghi di eccellenza come una cucina che aspira a essere stellata.
Carmy, e molti coetanei come lui, rifiutano un modello che ha funzionato benissimo per gli over cinquanta e oggi mostra tutte le sue fragilità. Chi accusa i millennial di essere mammole sbaglia bersaglio: quello che Carmy rifiuta non è la fatica, ma il ricatto del lavoro che pretende tutto senza restituire nulla. I boomer (perdonate la riduzione generazionale, ma è per capirci) hanno lavorato per decenni in un mondo che ricompensava il sacrificio con sicurezza economica, prestigio, stabilità, promozione sociale.
I millennial, al contrario, sono cresciuti in un’epoca post-industriale, precaria, ipercompetitiva e culturalmente frammentata. In parole poverissime: sono finite le vacche grasse. Non stanno rifiutando la fatica, stanno smascherando l’inganno. Oggi dare tutto non garantisce più nulla. Solo un logoramento continuo che forse ha senso nelle grandi metropoli globali, non in un Paese come l’Italia, dove gli stipendi non aumentano dagli anni Novanta. E neanche una stella Michelin basta a illuminare tutta questa oscurità.
La parabola di Carmy incarna il rifiuto di questa illusione. Ha fatto tutto secondo le regole: ha lavorato nei migliori ristoranti, si è fatto trattare male (e meno male) dai suoi capi, ha sofferto per crescere. È diventato il migliore e ha sacrificato tutto per ritrovarsi in quel problema che ha ben riassunto Paolo Sorrentino: «È così triste essere bravi: si rischia di diventare abili».
Quando decide di lasciare il ristorante (arrivati qui lo spoiler è obbligatorio), lo fa dopo aver realizzato che tutta la sua carriera è stata una fuga. Una strategia per non affrontare il suicidio del fratello, il narcisismo della madre, il disagio di stare in mezzo agli altri, che sia un matrimonio o una festa. Il suo gesto finale non è una fuga, è una rivolta. Vuole altro. Non meno, altro.
Questo altro è ciò che molti chiamano work-life balance, rifugiandosi nell’inglese per non pensare. Ma qui non si tratta di trovare un’ora in più per la palestra o per finire “God of War”. Si tratta di ripensare il senso stesso del lavoro. Non più come totalità, ma come parte. Non più come sacrificio, ma come espressione. Non più come debito, ma come scelta.
“The Bear” mostra che voler essere eccellenti non è sbagliato, ma voler essere solo quello è pericoloso. La serie rifiuta l’idea che l’identità di una persona si esaurisca nella performance professionale. Non dice che bisogna mollare. Chi vuole potrà essere un Sisifo felice, ma alle proprie condizioni, capendo cosa vale la pena tenere e cosa no. Non è un problema di generazione, né di mestiere: è un fare i conti con la malsana idea che ci siamo fatti del lavorare ad alti livelli. Ma soprattutto del successo, un impostore tanto quanto il fallimento, come scriveva Kipling. Ed è sempre più difficile fingere di non vedere questo malinteso. Ogni secondo conta, soprattutto quelli che ci restano.