Donald Trump celebra come una grande vittoria l’approvazione parlamentare della sua manovra finanziaria, peraltro per un soffio, da lui battezzata solennemente big beautiful bill, la legge grande e bella (ma non saprei come rendere in italiano anche il suo squisito gusto per l’allitterazione).
In estrema sintesi, tagli alle tasse miliardari, in gran parte a favore dei miliardari, solo parzialmente compensati da drastici tagli all’assistenza sanitaria e ai sussidi alimentari per i poveracci, e agli incentivi all’energia pulita per tutti, in modo tale da produrre comunque un gigantesco aumento del debito pubblico.
Questo ultimo punto – e solo questo, sia chiaro – è anche il motivo per cui Elon Musk è tornato ad attaccare pubblicamente il provvedimento, a promettere un’aggressiva campagna per far perdere il seggio ai repubblicani che lo hanno votato e a minacciare persino la fondazione di un terzo partito.
Trump ha risposto sul suo personale social network, non ironicamente battezzato Truth (Verità, come l’organo ufficiale del Partito comunista sovietico, o l’organo semiufficiale del melonismo diretto da Maurizio Belpietro, fate voi): «Elon riceve forse più sussidi di qualsiasi altro essere umano nella storia, e senza sussidi, Elon probabilmente dovrebbe chiudere bottega e tornare a casa in Sud Africa».
Quindi ha aggiunto, in un crescendo spumeggiante di maiuscole, punti esclamativi e autolesionismo logico: «Basta con i lanci di razzi, i satelliti o la produzione di auto elettriche, e il nostro Paese risparmierebbe una FORTUNA. Forse dovremmo chiedere al DOGE di darci una bella, dura, occhiata? UN SACCO DI SOLDI DA RISPARMIARE!!!».
In altre parole, il presidente degli Stati Uniti sostiene apertamente che Musk ha beneficiato finora di aiuti pubblici miliardari, che ora, siccome gli ha fatto uno sgarbo, lo Stato potrebbe finalmente risparmiare. Come se non bastasse, ai giornalisti che gli chiedevano se intendesse espellerlo dal paese, ha risposto: «Dovremo darci un’occhiata».
Peraltro a poche ore dalla visita all’inquietante centro di detenzione per migranti, anche questo elegantemente battezzato, con la solita passione per l’allitterazione, Alligator Alcatraz, per via della fauna che lo circonda. Bisogna riconoscere che il linguaggio si sposa perfettamente con le immagini della struttura, che ricordano quelle di analoghe costruzioni assai diffuse nell’Europa degli anni quaranta.
Uno spettacolo che fa ancora più impressione, a seguirne lo svolgimento sui profili social dell’attuale presidente degli Stati Uniti, perché intervallato da messaggi pubblicitari autoprodotti come il seguente: «Sono arrivate le fragranze Trump. Si chiamano “Victory 45-47” perché sono tutte dedicate a Vittoria, Forza e Successo, per uomini e donne. Procuratevene una bottiglia e non dimenticate di regalarne una anche ai vostri cari. Godetevela, divertitevi e continuate a vincere! Visitate: gettrumpfragrances.com/». Di nuovo si pone quindi la domanda su quale sia la verità di quest’uomo e dell’incredibile stagione politica che stiamo vivendo: se si tratti cioè di un truffatore travestito da dittatore, o viceversa.
E sarebbe anche utile capire, già che ci siamo, quale delle due facce sia quella maggiormente apprezzata dai suoi numerosi sostenitori attualmente al governo del nostro paese. A tal proposito, vedremo quanto durerà, questa volta, lo scontro tra i due più spietati supercattivi nella storia del fumetto americano (il primo duello, meno di un mese fa, si risolse in pochi giorni con la completa capitolazione di Musk e una sua penosa autocritica).
Personalmente, mi auguro solo che duri abbastanza per convincere Matteo Salvini a piantarla con Starlink, satelliti e wifi, e per liberare tutti noi dalle pretese para-coloniali di questo nevrotico miliardario, dei suoi famigliari che se ne vanno a spasso per ministeri col cappello da cowboy e dei loro molesti valletti italiani.
Questo è un estratto di “La Linea” la newsletter de Linkiesta curata da Francesco Cundari per orientarsi nel gran guazzabuglio della politica e della vita, tutte le mattine – dal lunedì al venerdì – alle sette. Più o meno. Qui per iscriversi.