Quando Donald Trump e Benjamin Netanyahu s’incontrano la tragedia delle guerre mediorientali tende sempre a scivolare nel grottesco. L’appuntamento di ieri sera alla Casa Bianca, in Italia era ormai notte, non ha fatto eccezione. Dopo i convenevoli del caso, in cui i due si sono lungamente complimentati a vicenda – mi verrebbe da usare un’altra espressione, tratta da Pulp Fiction – per i grandi risultati ottenuti nella guerra contro l’Iran, risultati su cui peraltro restano parecchi dubbi, Netanyahu ha annunciato infatti di avere candidato Trump a quel riconoscimento internazionale che, com’è noto a tutti, più di ogni altro desidera, per lo meno da quando i giurati di Stoccolma ebbero la sfrontatezza di consegnarlo al suo predecessore, Barack Obama, e non a lui.
E così, dopo l’idea della «riviera di Gaza», ancora una volta, la politica mediorientale degli Stati Uniti finisce per assomigliare a una barzelletta di cattivo gusto, con un criminale di guerra su cui pende una richiesta d’arresto della Corte penale internazionale che candida un golpista mancato, oggi aspirante autocrate, al premio Nobel per la pace. Se non fosse una tragedia ci sarebbe da sbellicarsi dalle risate. Non per niente Netanyahu è il leader più ricevuto alla Casa Bianca da quando Trump è tornato al potere. Ieri era già alla terza visita in meno di sei mesi.
Quando il primo ministro israeliano ha consegnato a Trump la lettera con cui lo ha candidato all’ambito riconoscimento, l’interessato ha prontamente replicato, con sublime quanto involontaria ironia: «Venendo da te in particolare è molto significativo». Come dargli torto.
Del resto, dopo le incredibili dichiarazioni in cui il presidente degli Stati Uniti ingiungeva ai tribunali israeliani di cancellare il processo per corruzione a carico di Netanyahu, confermando l’ampiezza e la solidità dei loro comuni valori, nonché la loro identica concezione della democrazia e del potere, il gesto appare obiettivamente il minimo sindacale della riconoscenza e della buona educazione.
Quanto all’esito della tregua a Gaza e alla eventuale ripresa delle trattative sul nucleare iraniano, ovviamente, tutto è ancora e come sempre avvolto in una nebbia impenetrabile, appesi come siamo ai capricci, ai cambiamenti d’umore e soprattutto alle variabili valutazioni degli interessi personali, delle possibilità di ricatto e delle occasioni d’affari di Trump e della sua cricca, proprio come la guerra commerciale con il resto del mondo o la guerra in Ucraina.
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