
L’Unione europea non ha mai esitato a colpire con durezza quando si trattava di imporre sanzioni a Russia, Iran e Cina. Ha usato le regole del mercato come armi, affilando le sue sanzioni a seconda del caso geopolitico. Ma ora che a minacciare la sua economia è Donald Trump, Bruxelles si scopre troppo educata per difendere i propri interessi. Di fronte alla minaccia dei dazi imposti dalla Casa Bianca, si rifugia nel compromesso, una strategia diplomatica che il presidente degli Stati Uniti sembra accettare solo quando equivale a una resa. L’Unione europea è una superpotenza economica, ma si comporta come fosse un’economia emergente, rinunciando volontariamente all’unico strumento che davvero possiede – l’accesso al suo mercato – nel momento in cui dovrebbe usarlo per difendere sé stessa.
Secondo le comunicazioni ufficiali della Casa Bianca, entro il 9 luglio saranno inviate lettere a oltre cento Paesi, notificando l’imposizione di nuovi dazi a partire dal primo agosto. Il piano tariffario prevede un’aliquota base del dieci per cento, ma può salire fino al cinquanta per cento per quei Paesi giudicati troppo lenti nel concludere accordi con Washington.
L’Unione europea tema il critico impatto su settori chiave come automotive, acciaio, agroalimentare e farmaceutico. Una minaccia che colpisce il cuore dell’export europeo: nel solo 2024, gli scambi transatlantici hanno superato i duemila miliardi di dollari, rendendo quella con Washington la relazione commerciale più rilevante per Bruxelles.
La Commissione, guidata da Ursula von der Leyen, cerca di evitare l’impatto negoziando un’intesa dell’ultima ora: un compromesso che, secondo fonti europee, prevederebbe un dazio generalizzato del dieci per cento, con la promessa di rinviare a data indefinita la discussione sulle esenzioni settoriali. Una tregua apparente, secondo molti osservatori, che potrebbe cristallizzare uno squilibrio nei rapporti di forza. La proposta americana di una standstill clause congela le tariffe, ma non le revoca, e riflette un confronto sempre più asimmetrico: Bruxelles chiede tempo, Washington pretende concessioni.
La fragilità europea emerge soprattutto nella difficoltà di tenere una linea comune. La Germania, con l’industria automobilistica sotto minaccia diretta, spinge per una rapida intesa che rimuova le tariffe più onerose. Il cancelliere Friedrich Merz ha discusso nel fine settimana con Emmanuel Macron, Giorgia Meloni e Ursula von der Leyen per trovare una sintesi, ma non tutti i Paesi condividono l’urgenza di una concessione. Francia, Spagna e Danimarca chiedono più trasparenza e condizioni più equilibrate, anche per evitare che un’intesa improvvisata possa compromettere la posizione europea nei futuri negoziati multilaterali. Intanto, a Bruxelles resta pronto un pacchetto di contromisure dal valore di cento miliardi di euro, congelato in attesa degli sviluppi.
Alcuni Paesi, come Vietnam e Thailandia, hanno già accettato accordi bilaterali con forti concessioni agli Stati Uniti, nella speranza di evitare dazi più alti. Il patto con Hanoi prevede che gli Stati Uniti mantengano tariffe del venti per cento (anziché il quarantasei per cento minacciato ad aprile) e ricevano accesso facilitato al mercato vietnamita, in cambio di zero tariffe sulle esportazioni statunitensi. Una struttura fortemente sbilanciata che Trump considera un modello per altri partner, incluso il Regno Unito, con cui è già in vigore un patto simile. Questi accordi non sono però trattati multilaterali, né producono regole certe: si basano sulla discrezionalità del presidente, che può modificare le condizioni, o ritirare i vantaggi, in qualsiasi momento.
E se l’incertezza è parte della strategia, perché non rispondere a Trump con la stessa moneta, giocando sul fattore che più teme, il tempo? Dalla Brexit al Mercosur, l’Unione europea ha dimostrato di sapersi prendere il suo tempo per trovare il giusto accordo. Il problema è che, in questo gioco a chi cede per primo, Bruxelles ha più da perdere politicamente.
Secondo uno studio del think tank Bruegel, senza un accordo le nuove tariffe potrebbero costare allo 0,3 per cento del Pil dell’Ue e allo 0,7 per cento del Pil statunitense. Mentre i leader europei, che sono ventisette, con altrettante opinioni pubbliche interne, hanno paura di peggiorare le cose, Donald Trump è disposto a pagare il prezzo per riassestare i propri equilibri industriali. E, in ogni caso, non avrà una vera sanzione politica per almeno sedici mesi, fino alle elezioni di midterm.
E poi, come spiega l’Economist, l’economia americana non ha ancora subito scossoni visibili. Le borse hanno recuperato terreno, l’inflazione appare sotto controllo e l’indice S&P 500 ha toccato nuovi massimi. Le aziende, prevedendo l’imposizione dei dazi, hanno incrementato le importazioni nel primo trimestre, generando un’impennata nei flussi commerciali che ha temporaneamente distorto i dati sul prodotto interno lordo. Questo effetto scorte ha rallentato artificialmente la crescita nei mesi iniziali, ma ha anche creato un cuscinetto temporaneo contro i rincari: molte imprese stanno ancora smaltendo quei magazzini pieni, e, per ora, hanno scelto di assorbire l’impatto dei dazi riducendo i margini piuttosto che trasferire i costi sui consumatori.
Ad aggravare l’indecisione è la situazione della presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, mai stata così debole di fronte alla prima mozione di sfiducia presentata dal Parlamento europeo, riunito nella sessione plenaria di Strasburgo.
Ma se l’Unione europea è davvero quella superpotenza economica che dice di essere, allora deve comportarsi come tale. Perché il potere, quando non si esercita, non è forza: è debolezza. E chi rinuncia a difendere i propri interessi, per educazione o per paura, finisce per diventare complice del proprio declino. Trump non ha inventato il linguaggio del ricatto commerciale: lo ha solo usato meglio. Bruxelles, invece, sembra ancora sorpresa che il mondo non risponda con le buone maniere. E continua a usare i guanti bianchi mentre Trump indossa i guantoni, pronto a dare il primo gancio.