
Ursula von der Leyen rimarrà presidente della Commissione europea, ma esce dal voto di sfiducia del Parlamento più debole di come era entrata. Questo perché al Berlaymont il potere non si misura solo in voti: si regge su una fiducia continua, politica prima ancora che formale.
Il Parlamento europeo ha respinto la mozione con trecentosessanta voti contrari, centosettantacinque favorevoli e diciotto astenuti. Ne sarebbero serviti trecentocinquantasette a favore per far cadere la Commissione. Il margine, sulla carta ampio, nasconde una verità più scomoda: i voti a sostegno della presidente sono stati appena sufficienti, meno di quelli che servirono nel 2024 per confermare la sua nomina al secondo mandato.
Per tenere insieme la maggioranza che l’ha sostenuta finora, von der Leyen ha dovuto fare concessioni. Ai socialisti ha promesso che il Fondo sociale europeo Plus sarà mantenuto nel prossimo bilancio. I liberali hanno chiesto un cambio di metodo e un riferimento più esplicito allo Stato di diritto nel discorso sullo stato dell’Unione previsto a settembre. Entrambi i gruppi avevano minacciato l’astensione: alla fine hanno votato contro la mozione, ma con riserve esplicite.
La mozione nasce formalmente da un caso specifico: il rifiuto della Commissione di pubblicare i messaggi tra Ursula von der Leyen e l’amministratore delegato di Pfizer, Albert Bourla, relativi all’acquisto dei vaccini anti-Covid-19. Il Tribunale dell’Unione europea ha stabilito che la Commissione ha violato i principi di trasparenza. I promotori della mozione appartengono alla destra radicale, ma questo caso ha offerto un pretesto per far emergere un malcontento più ampio legato ai rapporti ambigui di von der Leyen con i leader sovranisti, tra cui Meloni. Ma soprattutto a pesare è la concentrazione decisionale e scarsa trasparenza che alimenta tensioni interne e ha spinto molti funzionari a sfogarsi coi media europei di settore, sempre in forma anonima.
Un esempio su tutti è la presentazione del nuovo Quadro finanziario pluriennale, che definirà le priorità dell’Unione tra il 2028 e il 2034, con una dotazione prevista di oltre millecento miliardi di euro. Come rivelato da diversi analisti europei, il lavoro è in alto mare: le riunioni preparatorie sono state rinviate e alcuni commissari non hanno ancora ricevuto informazioni sui contenuti. A forza di centralizzare un organo per definizione collegiale, quando il vertice è sulla graticola, tra la vita e la morte politica, tutto si blocca.
Ha senso anche soffermarsi su alcune sfumature: von der Leyen ha scelto di non partecipare al dibattito parlamentare, lasciando Strasburgo alla vigilia del voto per andare a Roma, dove ha partecipato alla conferenza sulla ricostruzione dell’Ucraina. Un gesto coerente con il suo approccio politico: è una presidente che si muove con disinvoltura nel linguaggio della comunicazione pubblica; sa che la forma è sostanza. Non presentarsi a Strasburgo è stato un modo per togliere forza a questo voto. Non a caso von der Leyen ha trasformato la Commissione in un centro di produzione narrativa permanente. Non è una colpa, anzi, un esecutivo privo di investitura elettiva diretta ha bisogno di visibilità per legittimarsi.
Ma dopo il voto di ieri, ora quella strategia non basta più. Il segreto è stato svelato: la Commissione non ha più una maggioranza politica stabile e scontata. Ogni atto dovrà essere discusso, ogni iniziativa negoziata. Ciò che finora si diceva nei corridoi di Bruxelles è oggi evidente anche all’opinione pubblica.
Il voto non è stato quindi una sfiducia, ma un segnale. Von der Leyen resta, ma più isolata. Non può più contare su una maggioranza automatica e non può più governare ignorando il Parlamento. Il prossimo passaggio politico sarà il discorso sullo stato dell’Unione. Lì capiremo se la presidente ha colto l’avvertimento o se continuerà a fare affidamento solo sulla forza mediatica.